23 ottobre 2012

Amnesty International: un operato molto ambiguo al di là del buonismo.


1. Introduzione
L’associazione non governativa Amnesty International è famosa tra l’opinione pubblica internazionale per le battaglie contro la tortura, la pena di morte e, in generale, per la difesa dei diritti umani e la liberazione dei prigionieri politici. Tra le prese di posizione maggiormente rilevanti possiamo ricordare la netta opposizione alla guerra in Iraq e le pressioni affinché venisse chiuso il celeberrimo campo di detenzione di Guantanamo (queste ultime hanno fruttato pesanti critiche da parte dell’establishement statunitense e, dal Whashington Post, è arrivata l’accusa di fare propaganda a favore di al-Qaeda). Accanto a questo curriculum, si sono però evidenziate tutta una serie di ombre sull’operato, i legami e gli scopi che caratterizzano la grande associazione fondata nel 1961 dall’avvocato inglese Peter Benenson, di origine ebraica convertitosi poi al cattolicesimo.
2. Il caso dell’Afghanistan
2.1. A favore della permanenza nel paese
Cominciamo da Chicago. In questa importante città dell’Illinois si è svolto nel maggio 2012 un Summit della NATO. Per l’occasione Amnesty International ha pensato bene di coprire la città con dei cartelloni che recitavano: “Human Rights for Women and Girls in Afghanistan: NATO, Keep the Progress Going!”
Lo sconcerto e l’incredulità degli attivisti di base dell’organizzazione che fin dal primo momento si erano opposti ad un intervento armato imperialista in Afghanistan è stato fortissimo. La costola statunitense di Amnesty Intenational, durante la riunione della NATO, ha inoltre organizzato un proprio vertice in cui l’ospite principale era nientemeno che Madeleine Albright, Segretario di Stato degli Stati Uniti durante il secondo mandato presidenziale di Bill Clinton (1997-2001), colei che giustificò la guerra di aggressione contro la Serbia e il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado nel 1999, e tristemente celebre anche per un’intervista rilasciata nel 1996. Successe infatti che il giornalista Lesley Stahl, riferendosi alle sanzioni imposte all’Iraq nel 1990, domandò: “We have heard that a half million children have died. I mean that’s more children than died in Hiroshima. And, you know, is the price worth it?”; seguì l’agghiacciante risposta della Albright: “I think this is a very hard choice, but the price – we think the price is worth it.” Nulla da aggiungere, una vera pacifista, proprio una eroina dei diritti umani.
Gli attivisti hanno inoltre deciso di riciclare l’armamentario e la retorica femminista utilizzati dall’allora presidente George Bush – per il quale l’oppressione operata dal regime talebano sulle donne sarebbe stata rimossa a seguito dell’intervento militare – per giustificare l’occupazione dell’Afghanistan.
2.2 Posizioni identiche alla NATO
E’ peraltro interessante notare la somiglianza contenutistica che sussiste fra le dichiarazioni di Amnesty International e quelle della NATO circa i presunti miglioramenti che l’Afghanistan avrebbe fatto registrare negli ultimi anni. Amnesty, infatti, in una lettera aperta indirizzata ai Presidenti Obama e Karzai, afferma che “oggi, tre milioni di bambine vanno a scuola, rispetto a praticamente nessuno sotto i talebani. Le donne rappresentano il 20 per cento dei laureati. La mortalità materna e la mortalità infantile sono diminuiti. Il dieci per cento di tutti i giudici e dei pubblici ministeri sono donne, rispetto a nessuno sotto il regime dei Talebani. Questo è ciò che intendiamo per progresso: the gains women have struggle to achieve over the past decade” [1].
Ed ecco cosa ci dice la NATO a proposito dell’evoluzione del contesto afghano: “Nei dieci anni della nostra collaborazione [sic!], la vita degli uomini afgani, donne e bambini è migliorata in modo significativo in termini di sicurezza sanitaria, istruzione, opportunità economiche e garanzia dei diritti e delle libertà. C’è ancora molto da fare, ma siamo decisi a lavorare insieme per preservare i progressi sostanziali che abbiamo fatto negli ultimi dieci anni” [2].
Non serve una laurea in filologia per comprendere l’avanzato livello di affinità e parallelismo che accomuna le soprastanti dichiarazioni. E se due organizzazioni apparentemente così diametralmente opposte dicono le stesse identiche cose, ecco che il rischio di un “pensiero unico totalitario” declinato a ben definiti settori della società civile non è più solo immaginazione. La NATO parla alla destra militarista e neo-coloniale, Amnesty parla alla sinistra pacifista e umanitaria: alla fine tutti convergono nell’avvallare l’interventismo militare.
2.3 Il vero volto dell’Afghanistan
Addentriamoci velocemente in quella che è la reale situazione della donne e più in generale degli Afghani attualmente. Dal New York Times si apprende che “According to the World Bank, an estimated 97 percent of Afghanistan’s roughly $15.7 billion gross domestic product comes from international military and development aid and spending in the country by foreign troops” [3]. Un’indagine del congresso ha messo alla luce le condizioni indecenti in cui sono costretti a vivere i pazienti dell’Ospedale Dawood, fondato e finanziato dagli USA. In tal senso, riporta l’indagine in questione, “Army whistleblowers revealed photographs taken in 2010 which show severely neglected, starving patients at Dawood Hospital, considered the crown jewel of the Afghan medical system, where the country’s military personnel are treated. The photos show severely emaciated patients, some suffering from gangrene and maggot-infested wounds” [4]. Guardando specificatamente alla questione femminile non si osserva il progresso millantato nelle dichiarazioni ufficiali. Si pensi al fatto che Karzai, l’attuale presidente afghano, ha fissato a livello legislativo il potere da parte dei mariti di impedire l’assunzione di alimenti alle proprie mogli e, inoltre, di costringerle a rapporti sessuali non consensuali. Come scrivono Sonali Kolhatkar (fondatrice dell’Afghan Women’s Mission) e Mariam Rawy (esponente della Revolutionary Association of Women of Afghanistan) “under the Taliban, women were confined to their homes. They were not allowed to work or attend school. They were poor and without rights. They had no access to clean water or medical care, and they were forced into marriages, often as children. Today, women in the vast majority of Afghanistan live in precisely the same conditions, with one notable difference: they are surrounded by war” [5]. Attualmente l’aspettativa di vita media delle donne afghane é di 51 anni; il paese è maglia nera per quanto riguarda mortalità materna e infantile; la malnutrizione infantile (bambini al di sotto dei 5 anni), secondo l’UNICEF, si attesta al 68%.
2.4 Le proteste della base e la “ritrattazione”
Ritorniamo ad Amnesty International, ai famosi cartelloni di Chicago e al vertice. Queste scelte hanno aperto la strada – come c’era d’aspettarselo, data la base tradizionalmente pacifista – a diverse critiche nei confronti dell’organizzazione. Quest’ultima, attraverso il proprio sito internet, ha assicurato: “non stiamo chiedendo alla NATO di restare nel paese” [6]. Restano tuttavia profondi punti interrogativi nell’osservare come, lungo il testo, vengano riaffermati i presunti passi avanti realizzati dalla questione femminile in Afghanistan dopo l’intervento militare imperialista. L’organizzazione, in tal senso, chiede alla NATO di farsi portavoce di un processo di pace affinché le condizioni delle donne possano ulteriormente progredire verso l’uguaglianza. Insomma, Amnesty International, attraverso una tattica alquanto capziosa, cerca di ritrattare senza realmente modificare le proprie posizioni: se da un lato la scomoda etichetta di favorevoli alla permanenza in Afghanistan viene frettolosamente rimossa, dall’altro permane la retorica vagamente umanitaria che ribadisce l’ottimo lavoro svolto dalla forze di occupazione per quanto riguarda la questione femminile e, per sineddoche, nel contesto nazionale in generale.
3. Il Meeting di Denver con…un ospite speciale!
Nell’ambito della riunione generale della sezione americana di Amnesty International svoltasi in marzo a Denver (USA), era presente Robert Ford, ambasciatore statunitense in Siria e in passato membro dell’équipe di John Negroponte, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq, durante il periodo più brutale dell’occupazione militare americana. Quest’ultimo si fece inizialmente notare nell’ambito del lavoro di intelligence che gli Stati Uniti svolsero in America Centrale nel 1980, promuovendo la nascita di formazioni paramilitari di estrema destra con il compito di ribaltare i governi progressisti. Non a caso, anche in Iraq, Negroponte e Ford, hanno portato avanti la cosiddetta “Opzione Salvador”, che prevedeva l’organizzazione di truppe paramilitari che reprimessero la resistenza irachena. In Siria, come ambasciatore, prima di essere richiamato in patria, Ford è stato accusato di lavorare nell’ottica della creazione di forze che collaborassero con Washington dopo una eventuale deposizione del presidente siriano Bashar Al-Assad. Non c’é che dire, proprio un altro ospite di tutto rispetto e, sopratutto, in linea con la base (cioè gli attivisti di Amnesty International sul territorio, che investono il proprio tempo in buona fede in una serie di cause a cui credono profondamente). Inutile dire che il governo di Assad in Siria è colpevole di portare avanti non solo una politica di sovranità nazionale contro il saccheggio delle proprie materie prime da parte delle multinazionali occidentali, ma anche di promozione dei diritti sociali dei lavoratori e della laicità. Un nemico, insomma, per l’amministrazione nordamericana.
4. Un trattato che merita approfondimenti
Veniamo ora ad una particolare campagna promossa da Amnesty International. Essa può esserci utile per comprendere con maggiore precisione il modo di porsi e il metodo con cui tale organizzazione si presenta all’opinione pubblica, soprattutto negli USA (da cui poi tutto parte). Amnesty ha infatti promosso un trattato globale che chiede la limitazione del commercio di armi di piccola taglia. Se ad una prima e superficiale analisi la proposta in questione sembra più che coerente con una linea pacifista e di sinistra, approfondendo il contenuto si possono fare – seguendo le parole di Brendan O’Neill – delle considerazioni d’indubbia rilevanza critica circa i risultati complessivi, le conseguenze geo-politicamente rilevanti, di una tale iniziativa:
The demand for a treaty that would prevent Western countries from selling their guns to basket-case nations overseas sounds radical. But in truth, what Amnesty is calling for is the concentration of weaponry in the hands of the powerful, allegedly trustworthy nations, and also for those nations to play the role of global governors of war and peace by granting the flow of weapons to some nations, but not to others. There’s nothing remotely radical in begging Washington and its mates in the West to decide who may and may not fight wars” [7].
5. La nomina di Suzanna Nossel
5.1 Un curriculum di tutto rispetto
Nel gennaio 2012 Suzanne Nossel, reduce dall’impiego presso il Dipartimento di Stato (cioè il Ministero degli Esteri del governo USA) guidato da Hilary Clinton, è stata nominata nuovo direttore esecutivo proprio della sezione statunitense di Amnesty International. Prima di ricoprire cariche politiche, nel mondo aziendale, Nossel era una dirigente nel conglomerato mediatico Bertelsmann, una consulente su media e intrattenimento alla McKinsey & Company (una delle otto multinazionali con qualità di socio “sovventore” del Council on Foreign Relations) e – udite udite! – vice-presidente della strategia e delle operazioni per il «Wall Street Journal», acerrimo nemico della campagna anti-Guantanamo di Amnesty International. Da questo breve curriculum emerge un profilo da professionista della manipolazione delle percezioni del pubblico.
5.2 Una donna con le idee in chiaro
Il profilo del nuovo direttore esecutivo di Amnesty International USA ci fornisce altre chiare indicazioni. Suzanne Nossel sostiene l’egemonia statunitense nel mondo e i canoni economici relativi al neo-liberismo. Stiamo parlando infatti di colei che ha coniato il concetto di Smart Power [8]. Nossel ritiene infatti che gli USA devono usare tutte le armi a disposizione, dalla diplomazia agli embarghi economici, fino alla guerra d’invasione, in quanto ciò consiste in: “the best long-term guarantee of United States security against terrorism and other threats”. Il che è poi stato preso in prestito da Hilary Clinton come parola d’ordine della politica estera del presidente Barak Obama. Di fatto la Nossel vede i diritti umani non come un obiettivo in sé, ma come un mezzo per affermare l’egemonia americana.
La Nossel è inoltre famosa per essere un’acerrima nemica della causa palestinese. Nel 2011, in occasione di una seduta del Congresso (il parlamento degli USA), ha affermato che il Consiglio per i diritti umani della Nazioni Unite “remains far from the institution that it needs to be, particularly with regard to its biased treatment of Israel. By joining the Council and becoming its most prominent, most assertive voice, we are beginning to influence the direction and conduct of this body… Palestinians and others seek to use UN forums to put pressure on and isolate Israel. This is simply unacceptable and the Administration has been clear on this point. At every turn, we have rejected efforts to single out Israel and have taken steps to bolster its status in Geneva” [9].
Sulla questione iraniana le posizioni della Nossel – rispecchiando i casi sopracitati – non paiono molto in sintonia con i sentimenti umanitari e pacifisti che teoricamente dovrebbero contraddistinguere una responsabile di Amnesty International. Nel 2006 affermava: “The international community will put diplomacy and other forms of peaceful response to the Iranian threat to the test. If those efforts fail, Israel may have to put the question of preemptive war back on the center stage” [10].
5.3 Il significativo passato in Human Rights Watch
E’ legittimo supporre che questa nomina s’inscriva nel processo di trasformazione di Amnesty International che sta portando l’organizzazione ad una maggiore aderenza con l’establishement statunitense. La Nossel, con il pretesto di una crisi di bilancio, sta attuando un piano strategico, in cui figura la chiusura di molti uffici e il licenziamento di parte del personale con un livello critico e qualitativo avanzato.
Non é peraltro un caso che la Nossel abbia avuto un passato professionale, ricoprendo il ruolo di Chief Operating Officer, anche in Human Rights Watch (HRW), organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani. Quanto di specifico caratterizza HRW è rappresentato dalla stretta connessione con la strategia dell’imperialismo occidentale. Si pensi a quanto avvenuto ad Haiti nel 2004, in cui il presidente Jean-Bertrand Aristide, democraticamente eletto, fu deposto a seguito di un colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti e legittimato proprio da HRW. In “Damming the Flood”, Peter Hallward, documenta come questa organizzazione abbia massicciamente esagerato circa gli abusi dei diritti umani sotto il governo di Aristide e, così facendo, si é data una “moral justification for imminent regime change”. [11]. Hanno inoltre suscitato forti polemiche dichiarazioni di sostegno da parte di Human Rights Watch verso le azioni illegali della CIA di cattura, deportazione e detenzione clandestina di sospetti terroristi, azioni conosciute come “extraordinary rendition” [12].
6. I problemi non sono circoscritti, sono strutturali
La questione relativa ai legami ambigui che Amnesty International detiene attualmente può essere allargata ad altre associazioni non governative promotrici della difesa dei diritti umani e con una considerevole capacità persuasiva sull’opinione pubblica occidentale. Il fatto che queste ONG possano continuare le proprie attività a seguito di donazioni, di cui una fetta considerevole proviene da “corporate-connected bodies” come la Ford Foundation e la George Soros’ Open Society Foundation, da organi governativi come il Dipartimento Britannico per lo Sviluppo Internazionale, dalla Commissione Europea e da altre fondazioni finanziate da grandi imprese, crea logicamente un rapporto debitorio nei confronti di coloro che elargiscono i finanziamenti, integrando conseguentemente il soggetto generico definito “ONG” in un sistema di cose organicamente strutturato che prevede, oltre ad un evidente (ma ridottissimo) margine di manovra autonomo, anche una serie di coordinate all’interno delle quali muoversi, un campo ben definito che limita sostanzialmente la possibilità da parte delle ONG di portare avanti un’attività che sia realmente a 360 gradi. Si origina un chiaro intreccio tra le ONG e l’establishement politico-economico occidentale che da vita a profondi conflitti d’interesse. In tutto questo il percorso di Suzanne Nossel è quanto mai esemplificativo. Attualmente vengono dunque dedicate considerevoli risorse economiche e logistiche affinché si operi un’infiltrazione cognitiva dell’attivismo e un’egemonizzazione del fronte dei diritti umani, piegandolo alle coordinate della strategia imperialista Occidentale.
Appare in modo nitido la fondamentale funzionalità politica che le emanazioni di tali ONG possono rappresentare per gli obiettivi geo-strategici delle coalizioni di potere occidentali. La retorica umanitaria viene in tal senso declinata e correlata alle proiezioni militari che contingentemente sono prioritarie. Colin Powell, ex presidente del Joint Chiefs of Staff, l’organo che riunisce i capi di stato maggiore di ciascun ramo delle forze armate statunitensi (US Army, US Navy, US Air Force, US Marine Corps), ha dichiarato che le ONG sono state “a force multiplier for us, such an important part of our combat team” [13].
7. La prima guerra del Golfo
Nell’ambito dei preparativi concernenti la prima guerra del Golfo (1991) Amnesty International ha svolto una ruolo certamente rilevante nel diffondere “the story that Iraqi soldiers were removing Kuwaiti infants from incubators, letting them die and sending the machines back to Baghdad”. Una storia strappalacrime che, oltre ad Amnesty, i media hanno naturalmente enfatizzato per creare sconcerto nell’opinione pubblica.
Il dato rilevante risiede nel fatto che una campagna del genere si è armonicamente integrata (ed è questo che conta enormemente) nel progetto propagandistico che ha venduto all’opinione pubblica occidentale la guerra del 1991 come una missione sottoscrivibile da chiunque avesse a cuore i diritti umani e la democrazia, nascondendo gli obiettivi egemonici in Medio Oriente e le riserve di petrolio. E quando, dopo la fine del conflitto, si venne a sapere che la storia delle incubatrici era una colossale bufala, Amnesty International si è rifiutata di ritrattare le proprie posizioni. Francis Boyle, attivo in Amnesty International negli States dagli anni ’80 fino all’inizio del 1990, afferma che “there was never an investigation, there was total stonewalling coming out of London. They refused ever to admit that they did anything wrong. There has never been an explanation, there has never been an apology” [14].
8. Sale la tensione!
Il malcontento all’interno dell’organizzazione è alquanto acceso. In tal senso più di cento volontari di lunga data si sono resi promotori di una campagna per interromperne la parabola di appiattimento filo-governativo e, attraverso una petizione indirizzata al direttore esecutivo, viene chiesta “an immediate moratorium… on the implementation of the Strategic Plan and the staff changes recently announced” [15].
Marcia Lieberman, responsabile di Amnesty International a Providence (USA), sulla pagina Facebook creata appositamente per raccogliere la contrarietà contro la linea adottata da Suzanne Nossel, ha voluto far presente a quest’ultima: “We asked you, respectfully, to listen, but you closed your ears. We asked you, respectfully, for a short pause to allow real engagement with the membership, but you raced ahead and forced your plan through. You could not have chosen better, had you determined to eliminate the wisest, most experienced, most valuable members of our staff. You destroyed the institutional memory of this organization you have so decisively taken over”. Ma naturalmente la leadership di Amnesty non cambia, e la maggioranza dei militanti non si accorge nemmeno della diatriba, e continua a lavorare inconsapevolmente per un progetto politico subdolo.
9. Dulcis in fundo…Amnesty International pretende l’invasione della Siria!
9.1 Quanto accaduto in Libia non ci ha insegnato nulla?
Il contesto libico dopo l’assassinio nel 2011 di Muammar Gheddafi è caratterizzato da un livello di confusione, anarchia e morte decisamente elevato: insomma un inferno a cielo aperto. Le lotte fra fazioni predominano, i terribili squadroni della morte eseguono pulizie indicibili e, in tutto questo, intere regioni si distaccano come emirati semi-autonomi. La Libia, un paese sovrano e indipendente con un alto standard di vita aveva un difetto: non si inchinava davanti ai manager delle multinazionali e non svendeva il proprio greggio. Oggi, balcanizzato il paese e dato in pasto a clan tribali islamisti in una guerra civile paurosa, gli USA e l’Unione Europea possono fare affari più tranquillamente.
Marinella Coreggia, reporter presente in Libia durante i bombardamenti occidentali, è inoltre lapidaria sui fantomatici “ribelli”: «Altro che “partigiani della libertà”, “giovani rivoluzionari”, “brave persone contro un dittatore”. Può una rivoluzione fondarsi sul razzismo, sulla persecuzione di centinaia di migliaia di persone, sulle milizie armatissime? Questo succede in Libia» [16]. Questa situazione alquanto destabilizzata era stata, all’inizio di luglio, documentata dalla stessa Amnesty International con la pubblicazione di un rapporto su fatti dei mesi di maggio e giugno scorsi intitolato “Libia: regno della legge o regno delle milizie?” [17]. Nel documento si afferma che “a quasi un anno dalla caduta di Tripoli nelle mani dei rivoluzionari [sic!] (thuwwar), le violazioni dei diritti umani – tra cui arresti e detenzioni arbitrarie, torture (anche quando esse causano la morte), impunità a seguito di uccisioni illegali e deportazioni forzate – mettono in pericolo le prime [sic!] elezioni nazionali”. Viene inoltre constato che “centinaia di milizie armate continuano ad agire sprezzanti della legge, rifiutando di essere arruolate nell’esercito o nella polizia nazionale” e, inoltre, “le autorità libiche continuano a minimizzare l’ampiezza e la gravità delle violazioni dei diritti umani commessi dalle milizie, qualificandoli come atti isolati che debbono essere considerati all’interno del contesto delle violenza subite sotto il regime di Mouammar Kadhafi”. E, dato di un’importanza enorme, “au mois de mai, les autorités de transition ont adopté une loi qui accorde l’immunité contre toute poursuite aux thuwwar (révolutionnaires) pour les actes militaires et civils commis dans le but d’assurer le succès de la Révolution du 17 février ou de la protéger”. Non c’è poi da stupirsi se emergono vicende [18] come quelle di Hasna Shaeeb, una donna di 31 anni, prelevata dal suo domicilio di Tripoli nell’ottobre scorso da uomini in tenuta militare e trasferita nell’ex Ufficio dei fondi di dotazione islamica nella capitale. Accusata di essere leale a Gheddafi, è stata fatta sedere su una sedia con le mani legate dietro la schiena e sottoposta a scariche elettriche sulla gamba destra, alle parti intime e alla testa. Le guardie hanno minacciato di introdurre sua madre nella cella e di violentarla, e le hanno versato addosso dell’urina. Dopo averla liberata dalla sedia, i suoi torturatori non erano in grado di aprire le manette con la chiave, e hanno allora usato una pistola e le schegge della pallottola sono penetrate nella sua carne. Liberata dopo tre giorni, Shaeeb ha fatto constatare da un medico le sue ferite e si è rivolta alle autorità. Queste non hanno fatto nulla, mentre Shaeeb riceveva minacce per telefono da parte del miliziano che l’aveva arrestata e la facciata di casa sua veniva mitragliata.
Alla luce di questi fatti appare azzardato pensare che la campagna della NATO sancita dall’ONU e guidata dagli USA contro la nazione nordafricana abbia rappresentato un successo. Ovviamente i giudizi circa il successo di una determinata azione si differenziano a dipendenza dei punti di vista e degli scopi ultimi che sono in gioco. E, in questo caso, non stiamo cogliendo l’aspetto centrale se ragioniamo in termini di vite umane andate perse. Se, invece, guardiamo alla modo di presentarsi dell’attuale Libia – ovvero una nazione balcanizzata, fratturata in micro-stati inefficaci e in lotta fra loro, con un governo (il presidente di un Istituto del Petrolio finanziato da BP, Shell e Total é stato insediato come “primo ministro”) che si è mostrato fin da subito disponibile a stipulare contratti favorevoli alle società occidentali, privando il popolo libico della ricchezza nazionale – allora possiamo certo concludere che la transizione politica ha rappresentato un successo solo per l’ambiente degli affari internazionali.
9.2 Le pressioni filo-interventiste di Amnesty International sulla Russia
Il rapporto di Amnesty International ci è stato utile per entrare concretamente nell’attuale contesto libico. Esso, assieme ad altri fonti che ci giungono da questa terra, è fondamentale per poter evitare, in un prossimo futuro, un altro simile errore, cioè definire rivoluzionaria una situazione reazionaria e travisare le vittime con i carnefici. Non si parla di scenari che ancora non si sono definiti, ma ci si riferisce precisamente a quanto potrebbe accadere in Siria da qui a poche settimane. Infatti, permettere che anche in quest’ultimo paese si ripropongano gli stessi scenari libici, è assolutamente da irresponsabili. Ed è in questo particolare frangente che rientra in gioco, naturalmente, Amnesty International, la quale sta effettuando – attraverso l’appello “La Russia deve collaborare nel fermare lo spargimento di sangue in Siria” – una pesante pressione su questo Stato affinché si renda disponibile ad un intervento della NATO contro il governo popolare di Bashar Al-Assad. Vi è una massa abnorme di prove che documentano come le violenze e i disordini che si stanno presentando attualmente in Siria siano il frutto di un ben preciso progetto attraverso cui l’Occidente sta cercando riportare sotto la propria giurisdizione effettiva i territori in questione, affinché al posto del governo dal profilo patriottico e di sinistra attualmente in carica ne venga insediato un altro che sia accondiscendente nei confronti degli interessi delle multinazionali. Ovviamente tutto ciò non può non essere accompagnato da un ingente spargimento di sangue. Per rafforzare le proprie posizioni filo-interventiste, Amnesty International, oltre a citare il bilancio delle vittime prodotto dall’ONU [19], che poggia esclusivamente sulle affermazioni dell’opposizione siriana, chiede «Quante altre vittime dovranno soffrire prima che la Russia prenda una posizione decisa sui crimini contro l’umanità che si stanno compiendo in Siria? [20]». Il blog “Land Destroyer Report” ci fornisce una suggestione alquanto preziosa: “Si potrebbe facilmente chiedere in risposta, quante altre vittime devono soffrire prima che il mondo assuma una posizione decisiva contro Wall Street e Londra, nella loro follia omicida globale che si estende dalla Libia alla Siria, all’Iran, lungo tutto l’Iraq, e nelle montagne e nei villaggi dell’Afghanistan?” [21].
E Amnesty International conclude la propria presa di posizione intimando alla Russia di interrompere la vendita di armi all’esercito governativo siriano, dimenticando un piccolo particolare: la maggior parte del flusso di armamenti, di fondi (e, inoltre, di combattenti stranieri, cioè di mercenari) che entra in Siria è inviato dai governi occidentali (attraverso la NATO) e dagli Stati Arabi filo-atlantici e va a finire nel “budget” dei cosiddetti “ribelli”, ovvero integralisti islamici salafiti lontani anni luce dai diritti umani e dalla democrazia e che come i loro omonimi libici, chiederanno alla NATO di gettare bombe sopra le teste dei propri concittadini.
9.3 I preparativi sono in atto da tempo
La Siria è osservata speciale dagli Stati Uniti fin dal 1991, quando si iniziò a concepire un cambio di regime [22]. Già nel 2002 il sottosegretario di Stato USA John Bolton aggiunse la Siria a un fantomatico “Asse del Male” in via d’espansione [23]. Seguirono finanziamenti clandestini ai gruppi di opposizione al governo siriano. A suo tempo il Washington Post pubblicò dei dispacci diplomatici che dimostravano i sopracitati finanziamenti, attestandone l’inizio nel 2005 e sottolineandone la permanenza fino ai giorni nostri [24]. Nell’aprile 2011 Micheal Posner, assistente del segretario di Stato americano in materia di diritti umani e di lavoro, ha parlato di 50 milioni di dollari stanziati a favore dei “ribelli”. Posner ha poi illustrato l’organizzazione di “sessioni di formazione per 5’000 attivisti in diverse parti del mondo. Una sessione tenutasi in Medio Oriente circa sei settimane fa ha riunito attivisti dalla Tunisia, dall’Egitto, dalla Siria e dal Libano, che sono tornati nei loro rispettivi paesi con l’obiettivo di formare i loro colleghi in loco” [25].
9.4 Porte aperte al terrore
Per quanto riguarda l’evoluzione delle uccisioni, l’analista Michel Chossudovsky ha sostenuto come sia certo che una gran parte dei morti (civili e militari) sono da mettere sul conto di “atti terroristici condotti da armati dell’opposizione” e, come nel caso libico, l’opposizione armata al governo siriano è da considerarsi “truppe della NATO sul terreno, una vera minaccia al piano di pace” [26]. Gli eventi siriani hanno cause interne ed esterne. Le riforme di mercato adottate (sotto il dictat del Fondo Monetario Internazionale (FMI)) e i tagli ai sussidi statali ai prodotti di prima necessità hanno prodotto un degrado delle condizioni di vita delle fasce popolari. Le timide liberalizzazioni economiche e la modernizzazione dell’industria hanno infatti creato dei disagi, fra cui un aumento della disoccupazione soprattuto fra i giovani, che sono poi stati facilmente strumentalizzati dalle forze anti-governative di stampo filo-imperialista, attraverso il ruolo centrale ricoperto dall’integralismo islamico. Un attivista scappato dal Paese ci fornisce una testimonianza molto interessante, che documenta la degenerazione del legittime aspirazioni del popolo siriano: “Era iniziato tutto bene. Come in tutti i paesi della zona.  (…) d’un colpo sono apparsi dal nulla i salafiti pieni di armi e di soldi e la situazione è degenerata. Non si capisce più niente. Si muore come mosche da una parte e dall’altra. Le altre tendenze si sono ritrovate prese tra due fuochi. Minacciati dallo stato e dai gruppi armati. In molte città si racconta che i gruppi del così detto Esercito Libero si sono comportati peggio del governo con torture, mutilazioni e uccisioni in pubblico di persone presentate come collaborazionisti”[27].
9.5 Il pretesto delle preoccupazioni umanitarie
Con la campagna “La Russia deve collaborare nel fermare lo spargimento di sangue in Siria” e con le conseguenti posizioni filo-interventiste, Amnesty International contraddice i punti fondamentali della propria missione, ovvero «proteggere le persone laddove la giustizia, la libertà, la verità e la dignità siano negati.» Appare evidente come si sia cercato di coprire gli intenti guerrafondai e geo-strategici occidentali con la facciata delle preoccupazioni umanitarie, che tanto attecchiscono sull’opinione pubblica.
10. Conclusione
Nell’introduzione si è ricordata una contraddizione a proposito di Amnesty International (che può essere allargata alle ONG in generale): i vertici e gli attivisti di base non possono sempre essere assimilati. Va fatta una critica progressiva, volta a snidare qualunque tipo di degenerazione, di appiattimento filo-governativo e quindi, nel caso specifico, filo-atlantico. Il potenziale democratizzante di tali organizzazioni è di per sé dubbio vista l’esperienza, ma potrebbe essere fatto rinascere solo attraverso una decisa presa di posizione da parte della base dei militanti, se questi si impegneranno ad analizzare e ad approfondire i temi e i metodi, capendo che l’umanitarismo presuntamente neutrale propagandato dalle ONG, slegato dalla concezione di classe e dalle valutazioni geo-politiche è un potente strumento potenzialmente in mano alla classe padronale. Agendo dal basso, con una giusta analisi degli equilibri politici, si potrebbe essere nelle condizioni di ricostruire un’organizzazione indipendente dalle strategie capitalistico-militari portate avanti dall’imperialismo e renderla conseguentemente una struttura di massa fondamentale per una società emancipata.
Aris Della Fontana

Fonti:
[1] http://www.amnestyusa.org/sites/default … may_18.pdf
[2] http://www.nato.int/cps/en/natolive/off … _87595.htm
[3] http://www.nytimes.com/2012/07/21/opini … .html?_r=1
[4]http://www.democracynow.org/2012/8/1/congressional_probe_reveals_cover_up_of
[5] http://www.rawa.org/rawa/mobile.php/200 … stano.html
[6] http://blog.amnestyusa.org/asia/we-get-it/
[7] http://blogs.telegraph.co.uk/news/brend … ndly-face/
[8] http://www.foreignaffairs.com/articles/ … mart-power
[9] http://tlhrc.house.gov/docs/transcripts … timony.pdf
[10] http://www.democracyarsenal.org/2006/01 … d=12904630
[11] http://wrongkindofgreen.org/2012/08/10/ … ccupation/
[12] http://it.wikipedia.org/wiki/Human_Rights_Watch
[13] https://www.cia.gov/library/center-for- … NGOs_5.htm
[14] http://www.sourcewatch.org/index.php?ti … ard_member
[15] http://signon.org/sign/moratorium-on-ai … _by=212707
[16] http://www.marx21.it/internazionale/pac … iente.html
[17] http://www.amnesty.org/en/library/asset … 2012en.pdf
[18] – http://www.amnestyinternational.be/doc/ … ilices-est
- http://www.marx21.it/internazionale/med … iness.html
[19] http://landdestroyer.blogspot.it/2011/1 … tness.html
[20] http://www.amnesty.it/index.html
[21] http://landdestroyer.blogspot.it/2012/0 … um-to.html
[22] http://landdestroyer.blogspot.it/2011/0 … table.html
[23] http://news.bbc.co.uk/2/hi/1971852.stm
[24] http://www.washingtonpost.com/world/us- … story.html
[25] http://www.activistpost.com/2011/04/us- … urity.html
[26] http://rt.com/news/syria-opposition-pro … itary-948/
[27] http://karim-metref.over-blog.org/artic … 99062.html


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