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28 giugno 2018

Scienza e militanza. Un ricordo di Domenico Losurdo




di Angelo d’Orsi per Micromega 

Il destino è sovente beffardo, oltre che crudele. Quando mi giunge la notizia, peraltro attesa, della scomparsa di Domenico Losurdo (nato nel 1941, a Sannicandro, in Puglia), mi è venuto alla mente Antonio Labriola, filosofo socratico, che poco amava scrivere ed affidava il suo sapere perlopiù alla parola detta, più che a quella fermata sulla carta: Labriola morì di un cancro alla gola, che gli impedì di parlare prima di strapparlo alla vita. Losurdo, storico e filosofo, militante comunista, docente, studioso di altissimo livello, scrittore prolifico, e insomma, quel che si dice “una gran testa”, è morto di un tumore al cervello che se l’è portato via in tutta fretta, lasciandoci attoniti. Quel cervello che sembrava inarrestabile, generoso quanto rigoroso, una vera macchina da guerra, sconfitto da una stupida malattia. 

Il suo attivismo quasi frenetico, sia che si trattasse di scrivere un articolo, di lavorare a una ricerca, o di tenere una conferenza, era sempre pronto. Saliva su un treno, con un piccolo bagaglio, con le sue camicie a righe, sempre senza cravatta, con abiti sempre da mezza stagione, e macinava chilometri e chilometri, per portare una sua visione del mondo in giro per l’Italia, per l’Europa, per il mondo: sono pochi i Paesi in cui Losurdo non sia stato invitato, per convegni, lezioni, o presentazioni di traduzioni dei suoi libri. E sono stati davvero tanti, quei libri, tutti ricchi di dottrina, persino ridondanti. Un regesto, anche incompleto, risulterebbe improponibile in uno spazio come questo. Il fatto è che Domenico, Mimmo per gli amici, è stato uomo davvero dai molteplici interessi, tra filosofia e dottrine politiche, in grado di coprire, grazie ad una erudizione sterminata, campi assai vasti del sapere. 

Di formazione filosofo, Losurdo aveva a differenza di buona parte dei suoi colleghi, non solo il massimo rispetto per la storia, compresa la dimensione biografica degli autori che studiava, ma ha nutrito ogni suo scritto di storicità. Era ben conscio che, per citare ancora Labriola, “le idee non cascano dal cielo”, e dietro, sotto, le idee egli cercò sempre le basi strutturali, i contesti ideologici, cercando, da autentico e ferrato storico materialista, di mettere in luce le connessioni tra economia e ideologia, tra interessi sociali e dibattiti culturali. Un marxista per convinzione, sia per gli ideali politici, sia per una precisa scelta metodologica. Era persuaso, Losurdo, che senza mettere in luce quelle connessioni, senza scavare nel backstage delle idee politiche, non si potesse averne piena cognizione. 

Comunista non pentito, aveva aderito al tentativo del piccolo partito cui era iscritto, il PdCI di dare vita a un nuovo, possibilmente grande partito comunista italiano: quando alle prime prove gli esiti elettorali furono modesti e, con un po’ di malizia, glielo feci notare, egli senza scomporsi mi rispose: “Noi lavoriamo sui tempi lunghi”, reiterando l’invito ad aggregarmi. Che non raccolsi, naturalmente, né, del resto, condividevo tutti gli orientamenti di Losurdo, anche se ho recensito e presentato parecchi suoi libri, e soprattutto abbiamo condotto molte battaglie in comune, in primo luogo quelle contro la retorica sionista pronta a usare il tabù dell’antisemitismo per emarginare e condannare all’isolamento chiunque criticasse i governanti israeliani. 

Discutendo alcuni suoi lavori, non ho rinunciato alle critiche, sempre mettendo in evidenza da un lato la prodigiosa capacità produttiva, e dall’altro l’originalità di molte sue analisi, mai scontate, anche se, talvolta, per chi conosceva il pensiero losurdiano, prevedibili. Aveva il chiodo fisso dell’antimperialismo, e si batteva perché la stessa categoria teorica di “imperialismo” e quella ad essa vicinissima di “colonialismo” ricuperassero piena cittadinanza nelle analisi geopolitiche. Ammiratore critico (ossia tutt’altro che becero, ma il dissenso qui tra noi era sensibile) di Stalin, come grande protagonista della lotta mondiale al nazifascismo, negli ultimi anni si era molto occupato della Cina, diventandone un esperto, sul piano dell’analisi ideologica. Ma rimase fino alla fine un militante, un combattente, e nei suoi interventi pubblici non abbandonava mai un certo tono comiziante, capace di tener desto l’uditorio, e di animarlo, anche se non sempre di convincerlo. 

A lungo docente di Storia della filosofia nell’Ateneo di Urbino, ne era diventato poi professore emerito, e ricopriva diversi prestigiosi incarichi scientifici a livello internazionale, specie nel mondo degli studi hegeliani e marxengelsiani. 

Nella vastissima bibliografia losurdiana, arbitrariamente, scelgo questi titoli: La comunità, la morte, l’Occidente (Bollati Boringhieri, 1991), forse il suo libro più affascinante; Il revisionismo storico. Problemi e miti (Laterza, 1996), caposaldo teorico della lotta antirevisionistica; Nietzsche, il ribelle aristocratico (Bollati Boringhieri, 1997), un autentico capolavoro, a dispetto della sua mole impressionante; Controstoria del liberalismo (Carocci, 2005), un affresco che svela il “lato oscuro” della pseudo-democrazia liberale; Il linguaggio dell’Impero (Laterza, 2007), un’analisi tanto più preziosa oggi davanti al “trumpismo”; La lotta di classe. Una storia politica e filosofica(Laterza, 2015), una lettura originale dell’eterno scontro tra oppressi e oppressori; Un mondo senza guerre (Carocci, 2016), libro che aggiunge a una sapiente analisi del mondo bellicistico una prospettiva di alternativa radicale. E l’ultimo: Il marxismo occidentale (Laterza, 2017), del quale è rilevante il sottotitolo: “Come nacque, come morì, come può rinascere”, dove si nota perfettamente la natura duplice dell’autore: studioso e militante. E la sua scomparsa, dunque, suona come un mesto messaggio per il mondo degli studi, ma anche per il quello della militanza politica. Anche sotto questo aspetto, Domenico Losurdo appare una figura oggi insostituibile. Il che rende la sua perdita gravissima. 

(28 giugno 2018)

Il mio personale ricordo.

E' morto, dopo una breve ma fatale malattia, Domenico Losurdo. 
E' una grandissima perdita ma ci lascia i suoi scritti, molte delle sue lezioni e i suoi allievi. 
A maggio dello scorso anno ho avuto modo di assistere a una sua conferenza e già lo trovai abbastanza debilitato. rispetto ai video delle conferenze che avevo visto nei mesi precedenti. 
I suoi insegnamenti e il suo metodo dovrebbero essere la guida per una sinistra che senza "autofobia" e sensi di colpa, deve tornare a imporre le proprie parole d'ordine .
Un affettuoso, grato e commosso addio, Maestro.

01 marzo 2013

La Jugoslavia e i Bilderberg: Il Triangolo d’oro Kosovo/Albania


greater-albaniaDa Aurora.

Nel 1996 il servizio informazioni tedesco (BND) iniziò l’addestramento dell’esercito di liberazione del Kosovo (UCK). Il Bundesnachrichtendienst fu creato nel 1956 per sostituire l’organizzazione nazista Gehlen. L’idea di una Grande Albania era un’idea dei nazisti durante la loro occupazione della Jugoslavia, nella seconda guerra mondiale. Questa idea è condivisa oggi dalla NATO. Il BND era guidato da Hasjorg Geiger, che creò un enorme stazione regionale del BND a Tirana, in Albania nel 1995. La CIA impostò una vasta operazione a Tirana, l’anno prima. Il presidente Sali Berisha si era già insediato in Albania nel 1990. Caro al Fondo monetario internazionale, aprì l’economia dell’Albania alle multinazionali e alle banche occidentali, venendo ricompensato con un enorme pacchetto di prestiti del FMI.
Nel 1994, lo stesso anno, la Società atterrò a Tirana, una banca a schema piramidale su cui Berisha presiedeva come nuovo gattino del FMI, crollò improvvisamente cancellando i risparmi di una vita di migliaia di albanesi. Lo schema si basava sui modelli precedenti del FMI/BCCI coordinati per saccheggiare le nazioni debitrici del Terzo Mondo. Berisha venne estromesso da Tirana, ma fuggì a nord dell’Albania e prese il controllo di questa regione, sempre più senza legge, divenendo un percorso importante per il contrabbando di eroina e armi dalla Mezzaluna d’oro. Con l’aiuto della polizia segreta albanese (SHIK), la CIA e il BND reclutarono potenziali combattenti dell’UCK tra le fila di questi contrabbandieri, molti dei quali la CIA aveva fatto entrare nel business di Peshawar, in Pakistan, dieci anni prima [1].
I Kommando Spezialkräfte (KSS) tedeschi indossavano uniformi nere addestrarono l’UCK e l’armarono con armi della Germania democratica. Più tardi, nel vicino Kosovo vi furono molte segnalazioni di uomini in uniforme nera che terrorizzavano i contadini. Mentre gli Stati Uniti sostennero che questi fossero Forze Speciali jugoslave, probabilmente erano membri dei KSS tedeschi, che guidavano l’UCK nelle incursioni nel Kosovo. L’UCK indossava giacche di combattimento delle Bundeshehr con insegne tedesche. La Germania è stato il primo Paese a riconoscere la Croazia negli anni ’90, prima ancora che i separatisti croati iniziassero la rivolta contro Belgrado. I tedeschi condussero la campagna che incoraggiò la Croazia alla secessione dalla Jugoslavia. Quando il nuovo governo venne istituito a Zagabria, adottò la bandiera e l’inno nazionale degli Ustashi, fantocci di Hitler.
Nel 1998 l’UCK era una piccola cellula terroristica con solo 300 membri. Dopo un anno di costanti spedizioni di armi e addestramento da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, l’UCK divenne un importante esercito di guerriglieri con 30.000 membri. Il braccio destro di Usama bin Ladin, Muhammad al-Zawahiri, fu un comandante dell’UCK. Le provocazioni dell’UCK servirono da pretesto per l’aggressione della NATO contro la Jugoslavia e per la spartizione del Kosovo ricco di petrolio e minerali. Le forze di sicurezza jugoslave combatterono il terrorismo dell’UCK, anche rispondendo agli episodi di ritorsione eccessiva dei serbi, arrestando più di 500 serbi per crimini contro i civili albanesi. [2]
Il Presidente Milosevic aveva sempre sostenuto l’uguaglianza etnica e l’armonia. La sua delegazione ai colloqui di pace di Rambouillet, in Francia, era costituita da persone di tutti i gruppi etnici della Jugoslavia, tra cui albanesi. I serbi erano in realtà una minoranza nella delegazione. Nel discorso del 1992, tipico del pensiero di Milosevic sulle tensioni etniche in Kosovo, che le agenzie di intelligence occidentali hanno sfruttato storicamente, dichiarò: “Sappiamo che ci sono molti albanesi del Kosovo che non approvano la politica separatista dei loro capi nazionalisti. Sono sotto pressione, intimiditi e ricattati. Ma non dobbiamo rispondere nello stesso modo. Dobbiamo rispondere offrendo la nostra mano, vivendo con loro in parità e non permettendo che un singolo bambino, donna o uomo albanese siano discriminati in Kosovo in alcun modo. Noi dobbiamo… insistere su una politica di fraternità, di unità e di uguaglianza etnica in Kosovo. Dobbiamo perseverare questa politica“. [3]
Alla fine della campagna iugoslava di bombardamenti della NATO, venne trasferito in Kosovo una forza di occupazione sotto gli auspici della KFOR. La NATO continua a chiudere un occhio di fronte alle bande di rinnegati dell’UCK che attaccano i civili serbi sotto lo sguardo della KFOR, mentre favoreggia i ribelli dell’UCK che tentano di staccare una parte della Macedonia, a favore del la causa bancaria internazionale. Gli Stati Uniti hanno costruito in Kosovo la loro più grande base militare dai tempi del Vietnam. [4] Nel frattempo l’Albania veniva trasformata in un campo di addestramento dei terroristi della CIA, un centro di produzione dell’eroina e un supermercato delle armi.
Un articolo del 6 marzo 1995 dell’agenzia greca Athen News, citava il ministro dell’ordine pubblico greco Sifis Valyrakis dire che credeva che il governo albanese fosse coinvolto nella produzione e nel traffico di stupefacenti da Skopje, Macedonia, dove le truppe degli USA e della NATO si erano ammassate durante la guerra in Kosovo. Valyrakis disse che l’oppio veniva coltivato nella zona della Chimarra, nel sud dell’Albania, dove dei laboratori di eroina erano sorti in una zona triangolare formata dalle città di Gevgeli, Prilep e Pristina, in Albania, Macedonia e nel Kosovo secessionista. Citò il coinvolgimento nel traffico di eroina degli alleati degli USA: i militari macedoni e i mafiosi turchi dei Lupi grigi, da tempo alleati della CIA. Aveva notato il fiorente commercio di armi, in via di sviluppo in Macedonia e in Kosovo, e disse che i separatisti albanesi in Jugoslavia erano al centro dei traffici di eroina e di armi, che avevano sede a Pristina, nel comando della forza di “mantenimento della pace” in Kosovo, la KFOR della NATO. Secondo lo storico Alfred McCoy, “gli esuli albanesi utilizzavano i profitti della droga per inviare armi ceche e svizzere in Kosovo ai guerriglieri separatisti dell’UCK. Nel 1997-1998, questi cartelli della droga kosovari armarono l’UCK nella rivolta contro l’esercito di Belgrado… Anche dopo l’accordo del 1999, a Kumanovo, che risolse il conflitto in Kosovo, l’amministrazione delle Nazioni Unite della provincia permise… il fiorente traffico di eroina… ai comandanti dell’UCK… che continuavano a dominare il traffico attraverso i Balcani“. [5]
Una relazione da Tirana della Reuters del 16 giugno 1995, di Benet Koleka, accusava il governo albanese di scaricare segretamente tonnellate di armi dirette in Ruanda, prima del genocidio verificatosi in quel Paese dell’Africa centrale. Il più grande quotidiano albanese, Koha Jone, riferì che diversi aerei cargo Antonov An-12 avevano lasciato la base aerea di Gjadri, in Albania, con carichi di armi diretti per il Ruanda. Amnesty International intervistò quattro dei piloti che volavano sugli Antonov. Tutti dissero che stavano lavorando per una società britannica. Dissero che trasportavano armi per la Repubblica democratica del Congo che scaricavano all’aeroporto di Goma, nei pressi del confine ruandese. Dissero anche che trasportavano carichi di armi a Goma da Israele, e che vi erano agenti del Mossad israeliano che lavorano nella base aerea di Gjadri, supervisionando l’operazione albanese. Nello stesso anno, un inquietante appaltatore della difesa degli Stati Uniti, conosciuto come RONCO, si trovava in Ruanda con il pretesto dello sminamento. RONCO in realtà importava materiale militare per il Pentagono e le assegnava alle forze ruandesi appena prima che lo spopolamento ruandese cominciasse. [6]
Il Washington Times riferì nel 1999, “L’Esercito di liberazione del Kosovo, che l’amministrazione Clinton ha abbracciato e alcuni membri del Congressovogliono armare nell’ambito della campagna di bombardamenti della NATO, è un’organizzazione terroristica che ha finanziato gran parte del suo sforzo bellico con i profitti della vendita di eroina“. [7] Nel 1999 il Times of London dichiarò di aver trovato che l’UCK era il principale trafficante mondiale di eroina, ereditando tale affermazione dagli ultimi surrogati della CIA, i mujahidin. Europol invitò i governi di Svezia, Svizzera e Germania ad indagare i legami dell’UCK con il traffico di eroina. Walter Kege, capo dell’unità antidroga della polizia svedese che seguiva le indagini, dichiarò: “Abbiamo informazioni che ci portano a credere che ci sia una connessione tra il denaro della droga e il Kosovo Liberation Army“.
Il Berliner Zeitung tedesco citò una relazione dell’intelligence occidentale che dichiarava che 900 milioni di marchi tedeschi erano piovuti in Kosovo da quando l’UCK aveva iniziato ad attaccare il governo jugoslavo nel 1997. La metà derivava dai proventi della droga. La polizia tedesca osservò un parallelo tra l’aumento dell’UCK e l’aumento del traffico di eroina albanese in Germania, Svizzera e Paesi scandinavi. La polizia in Cechia rintracciò un albanese che era evaso da una prigione norvegese, dove stava scontando 12 anni per traffico di eroina. Nel suo appartamento trovarono documenti che lo collegavano a molti acquisti di armi effettuati per conto dell’UCK. [8] L’Agenzia criminale federale della Germania concluse: “Gli albanesi sono oggi il gruppo più importante nel traffico di eroina nei Paesi consumatori occidentali.” Europol preparò una relazione dettagliata sul traffico di eroina dell’UCK/albanese per la Corte internazionale dell’Aia.
Molti combattenti dell’UCK erano stati addestrati negli stessi campi infestati di eroina in Pakistan, da cui emersero i taliban afghani. Nel 1997 i signori della guerra ceceni, addestrati in quegli stessi campi, iniziarono ad acquistare grandi quantità di beni immobili in Kosovo. Il leader ribelle ceceno di origine araba, l’emiro al-Qattab, istituì campi in Cecenia per addestrare le truppe dell’UCK. Entrambi i tentativi furono finanziati con vendita di eroina, prostituzione, contrabbando di armi e contraffazione. [9]
Dopo che l’UCK poté usurpare il Kosovo da ciò che rimaneva della Jugoslavia, la macchina della propaganda degli Stati Uniti, ancora una volta, aumentò la pressione accusando la maggioranza serba di condurre un’altra campagna di pulizia etnica, questa volta contro la narcomafia albanese del Kosovo. Ancora una volta i media ripeterono a pappagallo la campagna della CIA demonizzante i serbi. Il 24 marzo 1999 le bombe statunitensi piovvero su Belgrado. Milosevic venne inseguito da killer armeni assoldati dalla CIA. Scuole, fabbriche, ospedali, centrali elettriche, autobus, treni e carri carichi di fieno furono bombardati. L’infrastruttura economica della Jugoslavia venne decimata, in stile ‘Piano Rosa’. In un momento di ironia della storia, la NATO bombardò lo stesso ponte di Novi Sad sul Danubio dove migliaia di serbi erano morti combattendo durante l’invasione nazista del 1941. La città di Novi Sad perse due altri ponti e la raffineria di petrolio. La residente Jasminka Bajic ha raccontato di come perse il marito Milan, mentre se ne stava sulla soglia della loro casa di Novi Sad, “fu alle 00:20 dell’8 giugno 1999. Nessuno si aspettava che le bombe colpissero così vicino le case. Ho dovuto vendere tutti i miei animali per comprare la lapide“. [10]
La città di Pancevo, vicino a Belgrado, vide rasa al suolo numerosi impianti petrolchimici e di fertilizzanti, e una raffineria di petrolio. Gas nocivi riempirono l’aria. Ammoniaca, mercurio e greggio inquinarono il Danubio. Il sindaco di Pancevo Borislava Kruska definì i bombardamenti della NATO, “un disastro ambientale… un crimine contro l’umanità. La comunità internazionale si occupa principalmente dei ponti di Novi Sad non a causa della nostra sofferenza, ma perché vuole la sua rotta di navigazione aperta“. [11] Il 7 maggio 1999 una bomba della NATO distrusse l’ambasciata cinese a Belgrado, provocando forti rimproveri dal governo cinese e dal suo popolo. Lo stesso giorno le bombe della NATO distrussero un ospedale e il mercato di Nis uccidendo quindici persone. I manifestanti a Belgrado presero a chiamare la NATO l’organizzazione terrorista americana nazista. In tutto 2000 civili jugoslavi furono uccisi dai bombardamenti della NATO e oltre 10.000 feriti. Altre migliaia persero le case e gli appartamenti, deliberatamente colpiti dalle bombe della NATO nel tentativo di convincere il popolo jugoslavo a gridare “zio”. [12] A Stari Trg il direttore della miniera Bjelic Novak, che lavorava per l’azienda statale iugoslava di Trepca, disse che quando i bombardamenti degli Stati Uniti cominciarono, “La guerra in Kosovo era solo per le miniere, per nient’altro. Inoltre, il Kosovo ha giacimenti di carbone per diciassette miliardi di tonnellate“.
Uno dei più pubblicizzati “massacri” presumibilmente condotti dall’esercito jugoslavo contro gli albanesi del Kosovo, si verificò a Racak. Un gruppo chiamato Kosovo Monitor International strumentalizzò il caso. Il suo capo era William Walker, che in precedenza era stato l’aiutante di Oliver North nell’impresa con i contras. Mentre Walker vomitava la sua versione dei fatti di Racak a degli ansiosi media statunitensi, molti media europei, tra cui la BBC, la tedesca Die Welt, Radio France Internationale il francese Le Figaro  cominciarono a mettere in discussione il resoconto di Walker, che naturalmente accusava i serbi. Una troupe televisiva francese che era a Racak al momento in cui il massacro sarebbe avvenuto, disse che il “massacro” era effettivamente stato uno scontro a fuoco tra l’esercito jugoslavo e un gruppo di assalitori dell’UCK. Più tardi gli uomini in divisa nera ritornarono sulla scena e rivestirono i morti dell’UCK con abiti civili. Esperti forensi jugoslavi convennero che il massacro di Racak fosse una bufala. Aveva impressionanti similitudini con il massacro del mercato in Bosnia, dove si scoprì poi che i combattenti islamici gestirono il massacro per conto dei media occidentali. [13]
L’incidente comportò le sanzioni delle Nazioni Unite contro la Jugoslavia. Il quotidiano francese Le Monde riferì da Pristina, il 21 gennaio 1999, secondo cui due giornalisti dell’AP avevano contraddetto il resoconto di Walker degli eventi a Racak. Dissero che vi erano poche cartucce di fucile vuote nel sito e quasi nessuna traccia di sangue sui cadaveri. L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa inviò una squadra di patologi finlandesi, su richiesta del governo jugoslavo, che aveva anche invitato una seconda squadra dalla Bielorussia. Entrambe le squadre confermarono i sospetti jugoslavi che le vittime erano morte per dei colpi di fucile da lungo distanza, fori di proiettile da breve distanza e ferite di coltello erano state inflitte sui corpi dopo la morte. Scoprirono anche che i fori di proiettile non avevano lacerato  gli abiti sui corpi, indicando che i vestiti erano stati cambiati dagli uomini in uniforme nera, probabilmente delle stesse Forze Speciali tedesche KSS che addestravano l’UCK. Nessuna relazione è stata mai pubblicata dai media statunitensi.
L’incidente ricorda una manovra di Adolf Hitler nel 1939, per giustificare l’invasione della Polonia. Hitler fece vestire dei prigionieri morti con uniformi dell’esercito polacco e li lasciò vicino a una stazione radio di confine, Hitler quindi disse che era stato attaccato dall’esercito polacco. [14] In una settimana, 1.500.000 di truppe naziste entrarono in Polonia. BBC News ha riportato, nel dicembre 2004, che un oleodotto da 1,2 miliardi dollari, a sud della massiccia base dell’esercito USA in Kosovo, era stato approvato dai governi di Albania, Bulgaria e Macedonia. [15]
Note
[1] “KLA a Creation of Western Intelligence”. Anthony Wayne. Lawgiver.org 4-11-99
[2] “Milosevic Defiantly Defends His Role in Kosovo Conflict”. Fox News. 8-24-01
[3] “Milosevic Addresses Kosovo Polje Rally”. Radio Belgrade. 12-17-92 [4] Escobar [5] The Politics of Heroin in Southeast Asia. Alfred W. McCoy. Lawrence Hill Books/Chicago Review Press. Chicago. 2001. p.517
[6] Silverstein
[7] Washington Times. 5-3-99
[8] “The KLA: Drug Money Linked to Kosovo Rebels”. The Times of London. 3-24-99
[9] Chossudovsky
[10] “The Danube: Europe’s River of Harmony and Discord”. Cliff Tarpy. National Geographic. March 2002
[11] Ibid
[12] “War Criminals, Real and Imagined”. Gregory Elich. Covert Action Quarterly. Winter 2001. p.22
[13] “Statement on Kosovo in Tandem with the Rockford Institute”. Chronicles. 3-25-99
[14] Marrs. p.171
[15] “al-Qaeda, US Oil Companies and Central Asia”. Peter Dale Scott. Nexus. May-June 2006. p.11-15
Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. Puoi iscriverti gratuitamente alla sua rubrica settimanale Left Hook @Deanhenderson.wordpress.com
Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

07 luglio 2012

Occidente, i segreti del successo, tra verità , forzature e bufale


Nel recente Civilization Niall Ferguson scrive che l'Occidente è in crisi, perché non crede più al proprio modello, che si rivela vincente in altre aree del mondo. Un'ottica neoimperialista, ribatte il saggista angloindiano Pankaj Mishra. È una vera e propria querelle - o per dirla all'inglese un feud - la polemica scoppiata sulle due rive dell'Atlantico in seguito all'uscita nel Regno Unito e negli Usa diCivilization: The West and the Rest dello storico britannico Niall Ferguson (in Italia sarà pubblicato nel 2012 da Mondadori). Consapevole di quanto può fare per la diffusione di un libro una pubblica controversia, Ferguson ha reagito alla pioggia di critiche che hanno sommerso il suo libro con un articolo sul «Wall Street Journal» (2021 The New Europe) nel quale immagina l'Europa fra dieci anni, prefigurando che la parte sud del continente, Italia compresa, sarà composta di cuochi e giardinieri per tedeschi e inglesi in vacanza. Una ulteriore provocazione che difficilmente farà cambiare idea a coloro i quali, come il romanziere e saggista indiano Pankaj Mishra, hanno definito senza mezzi termini «razzista» lo studioso scozzese (che ha minacciato per questo azioni legali).

Un set di istituzioni
Ormai da diversi anni Ferguson, docente a Harvard e alla London School of Economics (e marito dell'attivista olandese di origini somale Ayaan Hirsi Ali), ha allargato il campo dei suoi interessi fino a cimentarsi con concetti vastissimi come quello, appunto, di civiltà. Secondo lo storico, con la crisi attuale siamo arrivati alla fine di un predominio occidentale durato cinquecento anni - un modello i cui elementi principali sono il potere e la ricchezza e di conseguenza le strutture politiche, sociali ed economiche che li sostengono. Ma se l'occidente è in crisi - questo in sostanza l'assunto di Ferguson - il modello è vincente: «Quello che una volta caratterizzava l'Occidente non è più un nostro monopolio. I cinesi hanno il capitalismo. Gli iraniani hanno la scienza. I russi hanno la democrazia. Gli africani stanno (lentamente) acquisendo la medicina moderna. E i turchi hanno la società dei consumi... La civiltà occidentale è più di una cosa sola, è un pacchetto. È il pluralismo politico e il capitalismo; è libertà di pensiero e metodo scientifico; è l'amministrazione della legge e la democrazia».
Proprio questo pacchetto sarebbe per Ferguson il miglior «set» disponibile di istituzioni economiche, sociali e politiche. Il punto è se gli occidentali sono capaci di riconoscerne la superiorità: «La vera minaccia - scrive - non è nella crescita della Cina, dell'Islam o delle emissioni di Co2, ma nella nostra stessa mancanza di fede nella civiltà che abbiamo ereditato dai nostri antenati». E per dimostrare la ragionevolezza del suo assioma, lo storico porta a sostegno l'esplosione della civiltà occidentale negli ultimi cinquecento anni: «Nel 1500 le future potenze imperiali d'Europa occupavano circa il 10 per cento della superficie della terra e contavano al massimo il 16 per cento della sua popolazione totale. Nel 1913 undici potenze occidentali controllavano quasi i tre quinti dell'intero territorio e della popolazione mondiale e circa il 79 per cento dell' economia globale... Ogni anno che passa sempre più esseri umani fanno shopping come noi, studiano come noi, sono in buona (o cattiva) salute come noi e pregano (o non pregano) come noi».
Una lettura della storia estremamente semplificata (forse non è un caso che il libro sia nato in parallelo a una serie televisiva realizzata da Ferguson su questi temi) e che si scontra per esempio con quanto ha scritto Christopher Bayly, cattedra a Cambridge, uno dei maggiori esperti inglesi di storia coloniale, nel suo La nascita del mondo moderno 1780-1914 (Einaudi 2009). Secondo Bayly il dominio dell'Occidente comincia ad avere effetti solo a partire dal XIX secolo e naturalmente non è il risultato di una particolare «cultura» superiore rispetto a quella degli altri continenti, visto che - giusto per citare un solo esempio - alla fine del Settecento l'India e la Cina fabbricavano più manufatti e pubblicavano più giornali che Francia, Inghilterra, Italia e Germania.

Parabole discendenti
Autore di saggi letterari e politici come quelli raccolti nel volume La tentazione dell'occidente. India, Pakistan e dintorni, Guanda 2007), nei quali cerca di interpretare l'idea dell'Asia in tempi post-coloniali, Pankaj Mishra rivolge a Ferguson («homo atlanticus redux») critiche ampie e articolate in un articolo uscito sulla «London Review of Books». Quella di Ferguson - sostiene Mishra - è in sostanza una nozione di «civiltà» misurata solo sulla capacità di miglioramento della qualità materiale della vita. Una nozione del resto di cui si possono già trovare diverse tracce nelle opere precedenti dello storico scozzese.
In The pity of war del 1998 (tradotto in italiano per il Corbaccio nel 2002 con il titolo La verità taciuta. La prima guerra mondiale: il più grande errore della storia moderna), Ferguson attribuiva alla Gran Bretagna la responsabilità di avere dato avvio alla prima guerra mondiale, e individuava in quell'avvenimento l'inizio della parabola discendente per l'Impero britannico, sottovalutando, se non ignorando, il ruolo dei movimenti anticolonialisti in Asia. Nel successivo The Cash Nexus (Soldi e potere nel mondo moderno, 1700-2000, Ponte alle Grazie 2001) pubblicato pochi mesi dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre, Ferguson sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto destinare una parte maggiore delle proprie risorse a rendere il mondo più sicuro per il capitalismo e la democrazia.

Il ruolo dell'impero
In Empire uscito in originale nel 2003, poco dopo l'invasione dell'Iraq (Impero: come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori 2007), lo studioso affermava che gli Usa erano un impero incapace di riconoscersi come tale e che, volendo, avrebbero potuto esercitare lo stesso ruolo imperiale della Gran Bretagna nel XIX secolo.Infine, in Colossus: The Rise and Fall of the American Empire (2004, in italiano Colossus.Ascesa e declino dell'impero americano, Mondadori 2006) Ferguson sembra preoccuparsi più della capacità che della legittimità dell'impero americano, ritornando - nota Mishra nel suo articolo - alla storia dei bianchi così come veniva declinata ai tempi dell'imperialismo.

Uniformità di vestiario
Determinanti per il successo dell'Occidente sul «resto» del mondo (The West and the Rest è l'inequivocabile sottotitolo di Civilization) sarebbero quelle che lo storico scozzese chiama, adoperando un brutto gergo da computer, «killer apps», applications: la competizione, la scienza, la proprietà, la medicina, il lavoro, i consumi. In altre parole una rete di idee e comportamenti, basate su una struttura morale e un modo di agire, che avrebbero fornito il collante per una società potenzialmente dinamica. Sulla società dei consumi in particolare Niall Ferguson si sofferma a lungo: «Oggi - afferma - è così diffusa da farci pensare che sia più o meno sempre esistita. In realtà è una delle più recenti innovazioni del capitalismo, e anche quella che ha spinto l'Occidente più avanti rispetto al resto del mondo». Per lo storico l'abbigliamento è al cuore del processo di occidentalizzazione: con la manifattura tessile - scrive in sostanza lo storico - ha avuto origine la rivoluzione industriale, e già allora il lavoratore non era soltanto uno schiavo del salario, ma anche un consumatore.
Di questo processo iniziato più di due secoli fa saremmo adesso per Ferguson al punto di arrivo, culmine trionfante della «civiltà occidentale» - nel mondo intero la stragrande maggioranza della gente veste in modo molto simile: gli stessi jeans, le stesse scarpe da ginnastica, le stesse t-shirt... E se qualcuno non fosse convinto, Ferguson è pronto a portare a sostegno dei suoi ragionamenti una controprova. Tra le pochissime sacche di resistenza contro questa gigantesca macchina sartoriale di uniformità, c'è il Perù rurale: nelle montagne delle Ande le donne quechua vestono coloratissimi abiti tradizionali, con scialli e piccoli cappelli di feltro. Peccato, si affretta a puntualizzare lo storico, che questi non siano affatto abiti tradizionali, ma abbiano origine - guarda caso - in occidente: i vestiti, gli scialli e i cappelli sono di origine andalusa e vennero imposti dal vicerè spagnolo Francisco de Toledo nel 1572.

Esperimenti naturali
Un altro cavallo di battaglia di Ferguson è la nascita della scienza moderna. Lo sviluppo delle scienze e della medicina furono senza dubbio un importante fattore di potere: le nuove conoscenze fornirono migliori modi di navigare, di estrarre minerali, di costruire cannoni e di curare le malattie... E dalla metà del XVIII secolo in poi la gran parte delle innovazioni tecnologiche e scoperte scientifiche avvengono in Occidente. Rimane da chiedersi come sia stato possibile, quando si pensa che a metà del '500 la tecnologia cinese, la matematica indiana e l'astronomia araba - tanto per fare qualche esempio - erano molto più avanzate che in Occidente. Un quesito a cui gli storici della scienza non riescono a dare risposte definitive. Ma lo studioso scozzese ha la risposta pronta: il mondo cristiano, sostiene, usa la scienza per cambiare il mondo, l'Islam trova blasfemo svelare i segreti divini. Peccato che per secoli la scienza si sia basata soprattutto sulla tradizione araba.
Tra i fattori di predominio dell'Occidente va individuata sicuramente la conquista e la colonizzazione delle Americhe, quello che secondo Ferguson è stato uno dei più grandi esperimenti naturali della Storia: «Prendete due culture occidentali, - scrive - esportatele e imponetele a una larga varietà di popolazioni e territori - Britannici al Nord, Spagnoli e Portoghesi al Sud. Poi vedete chi fa meglio. Non c'era partita. Guardando al mondo oggi, dopo quattro secoli, nessuno può dubitare che la forza dominante nella civiltà occidentale sono gli Stati Uniti d'America». Come e perché è accaduto? Non perché la terra al nord era più fertile o perché fosse più ricca di oro e petrolio, o perché il clima fosse migliore o semplicemente perché l'Europa era più vicina. No, la differenza - secondo lo storico britannico - sta in un'idea: «Un'idea ha segnato la differenza cruciale fra l'America degli inglesi e quella iberica: un'idea circa il modo con cui la gente si dovesse governare. Non fate l'errore di chiamarla democrazia e immaginare che qualsiasi paese può adottarla semplicemente indicendo delle elezioni. In realtà la democrazia è solo la pietra finale di un edificio che ha le sue fondamenta nel governo della legge, per essere precisi, la santità della libertà individuale e la sicurezza dei diritti della proprietà privata, garantiti da un governo costituzionale rappresentativo».
Evidentemente Ferguson non ha letto un libro appena pubblicato in Gran Bretagna, 1493: How Europe's Discovery of the Americas Revolutionized Trade Ecology and Life on Earth, in cui lo storico Charles C. Mann afferma che il processo di globalizzazione ebbe inizio già con Cristoforo Colombo e le basi del predominio occidentale furono tanto biologiche quanto economiche - una tesi in parte già sostenuta prima di lui dallo storico americano Alfred W. Crosby, che aveva parlato di un vero e proprio imperialismo ecologico, e da Jared Diamond nel suo Armi, acciaio e malattie.

La via di Edgar Morin
Come antidoto alla prospettiva neoliberista di Ferguson viene voglia di suggerire la lettura del recentissimo La voie - Pour l'avenir de l'humanitédi Edgar Morin, un pensatore trans-disciplinare e indisciplinato (come ama definirsi) appena uscito in Francia. Qui la «civiltà che abbiamo ereditato» e la «crisi dell'Occidente» sono lette in un'ottica completamente diversa. Si parla di una crisi ecologica segnata dal degrado progressivo della biosfera, di una crisi delle società tradizionali, di crisi demografica, urbana, delle campagne. La civiltà occidentale che produce le crisi della globalizzazione è essa stessa in crisi, con effetti devastanti: un malessere psichico e morale che si installa al cuore del benessere materiale - quella «intossicazione» da consumismo di cui si sono avute drammatiche testimonianze nei giorni scorsi, a Roma come negli Stati Uniti, con code, risse e spari per accaparrarsi l'ultimo prodotto scontato.
In Civilization non ci si chiede mai se un altro modello sarebbe ipotizzabile. Eppure esiste un altro aspetto, tutt'altro che secondario, del modello occidentale: i pericoli di una cultura egemone che crea contrasti, razzismi, fa crescere identità verticali di credi religiosi, di costumi e abitudini. Manca la capacità di pensare che un'altra società, un altro modello, sia possibile.
C'è insomma un'altra storia. E in questo consistono gran parte delle critiche rivolte a Ferguson. Una storia vista dalla parte dell'Oriente o dell'Africa ad esempio, o dalla parte dei diseredati, dei dannati della terra. Una storia che si basi sull'etica, sulla dignità dell'uomo, di tutti gli uomini; che abbia il coraggio della fantasia e la volontà di percorrere strade nuove.

Di Riccardo De Sanctis “Il Manifesto” 12 gennaio 2011

PRESTO, SU QUESTO BLOG, FAREMO UN'ANALISI DELLE STRAMPALATE TEORIE DI FERGUSON.


15 luglio 2011

Chi uccise Borsellino?


Dal sito Solleviamoci .


Il killer fu il boss Giuseppe Graviano. Il movente: il magistrato sapeva troppo sui colloqui tra mafia e Stato. A 19 anni dalla strage di via D’Amelio, le indagini della Dia di Caltanissetta sono arrivate a una svolta decisiva

Un immagine d archivio del boss mafioso Giuseppe Graviano Un’immagine d’archivio del boss mafioso Giuseppe Graviano
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di Lirio Abbate
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Il boia di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta si chiama Giuseppe Graviano,il boss di Brancaccio che secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza dopo l’attentato di via d’Amelio avrebbe trattato direttamente con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Il pool di magistrati di Caltanissetta, guidato da Sergio Lari, dopo tre anni di indagini ha chiuso l’inchiesta individuando l’uomo che ha premuto il telecomando dell’autobomba carica di tritolo. E oggi offre una nuova verità giudiziaria che porterà il prossimo mese alla revisione delle sentenze definitive: verranno riaperti quei processi basati sulle dichiarazioni di falsi pentiti, come Vincenzo Scarantino, che hanno fatto finire all’ergastolo anche cinque persone estranee ai fatti.
I magistrati, grazie alla collaborazione di Spatuzza (senza le cui dichiarazioni, riscontrate in tutti i punti, non sarebbe stato possibile avviare la nuova inchiesta) e Fabio Tranchina, un fedelissimo di Graviano arrestato nei mesi scorsi, sono riusciti a trovare le tessere del mosaico che per 19 anni avevano impedito di ricostruire la trama dell’attentato. Lo hanno fatto adesso Sergio Lari, Domenico Gozzo, Amedeo Bertone, Nicolò Marino, Stefano Luciani e Gabriele Paci.
Le indagini svolte dalla Dia di Caltanissetta sono riuscite a dare risposte ad alcuni interrogativi sempre rimasti irrisolti: dalla responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra, ai motivi per cui venne attuata la strage di via D’Amelio a soli 57 giorni di distanza da quella di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone e la sua scorta. Un’accelerazione decisa per impedire che Borsellino ostacolasse la trattativa che era in corso tra corleonesi e uomini dello Stato.
Con l’istanza di revisione che i pm hanno consegnato al procuratore generale Roberto Scarpinato è stato accertato chi ha rubato l’auto, chi l’ha imbottita di tritolo e sistemata davanti al palazzo in cui abitava la mamma del magistrato. Graviano ha poi spinto il telecomando, appostato dietro un muro che separa via d’Amelio da un giardino.
E’ stata così esclusa la pista del Castello Utveggio e di un coinvolgimento, in questa fase operativa, di apparati dei servizi segreti. Oggi invece emerge la ricostruzione di un’operazione voluta da Totò Riina ed eseguita da Graviano e suoi picciotti fidati. Ma i pm proseguono le indagini su altri versanti: sull’agenda sparita, sui “soggetti esterni” a Cosa nostra e del boss latitante Matteo Messina Denaro. E allo sviluppo di una nuova dichiarazione fatta dal neo pentito palermitano Stefano Lo Verso, che per 12 anni curò la latitanza di Bernardo Provenzano.
“Solo cinque persone conoscono la vera storia delle stragi”, gli avrebbe confidato il vecchio padrino. “Due sono morte. Gli altri tre siamo io, Riina e Giulio Andreotti”. E nelle migliaia di atti dell’indagine ci sono anche le testimonianze delle figure istituzionali chiave di quel periodo.
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14 luglio 2011

Curioso, no?

Borsellino? Francamente non l'avevo mai sentito nominare. Come il 99% degli italiani, ho avuto contezza della sua esistenza il giorno in cui è stato ucciso dalla mafia.

Berlusconi al Maurizio Costanze Show, 1° ottobre 1999
Oggi scopriamo che il boia di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta fu il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano. Quello che - stando alle ricostruzioni di più pentiti di mafia - dopo l'attentato di via d'Amelio avrebbe trattato direttamente con Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri.

Curioso, no? Da una parte abbiamo una certezza. Il nostro Presidente del Consiglio non ha mai conosciuto il magistrato Paolo Borsellino: "mai sentito nominare". Dall'altra, una possibilità. Concreta. Che fa tremare le gambe. Il nostro Presidente del Consiglio avrebbe conosciuto il boss Giuseppe Graviano, e trattato con lui.

Borsellino no. Il suo Killer, sì.