28 giugno 2018

Scienza e militanza. Un ricordo di Domenico Losurdo




di Angelo d’Orsi per Micromega 

Il destino è sovente beffardo, oltre che crudele. Quando mi giunge la notizia, peraltro attesa, della scomparsa di Domenico Losurdo (nato nel 1941, a Sannicandro, in Puglia), mi è venuto alla mente Antonio Labriola, filosofo socratico, che poco amava scrivere ed affidava il suo sapere perlopiù alla parola detta, più che a quella fermata sulla carta: Labriola morì di un cancro alla gola, che gli impedì di parlare prima di strapparlo alla vita. Losurdo, storico e filosofo, militante comunista, docente, studioso di altissimo livello, scrittore prolifico, e insomma, quel che si dice “una gran testa”, è morto di un tumore al cervello che se l’è portato via in tutta fretta, lasciandoci attoniti. Quel cervello che sembrava inarrestabile, generoso quanto rigoroso, una vera macchina da guerra, sconfitto da una stupida malattia. 

Il suo attivismo quasi frenetico, sia che si trattasse di scrivere un articolo, di lavorare a una ricerca, o di tenere una conferenza, era sempre pronto. Saliva su un treno, con un piccolo bagaglio, con le sue camicie a righe, sempre senza cravatta, con abiti sempre da mezza stagione, e macinava chilometri e chilometri, per portare una sua visione del mondo in giro per l’Italia, per l’Europa, per il mondo: sono pochi i Paesi in cui Losurdo non sia stato invitato, per convegni, lezioni, o presentazioni di traduzioni dei suoi libri. E sono stati davvero tanti, quei libri, tutti ricchi di dottrina, persino ridondanti. Un regesto, anche incompleto, risulterebbe improponibile in uno spazio come questo. Il fatto è che Domenico, Mimmo per gli amici, è stato uomo davvero dai molteplici interessi, tra filosofia e dottrine politiche, in grado di coprire, grazie ad una erudizione sterminata, campi assai vasti del sapere. 

Di formazione filosofo, Losurdo aveva a differenza di buona parte dei suoi colleghi, non solo il massimo rispetto per la storia, compresa la dimensione biografica degli autori che studiava, ma ha nutrito ogni suo scritto di storicità. Era ben conscio che, per citare ancora Labriola, “le idee non cascano dal cielo”, e dietro, sotto, le idee egli cercò sempre le basi strutturali, i contesti ideologici, cercando, da autentico e ferrato storico materialista, di mettere in luce le connessioni tra economia e ideologia, tra interessi sociali e dibattiti culturali. Un marxista per convinzione, sia per gli ideali politici, sia per una precisa scelta metodologica. Era persuaso, Losurdo, che senza mettere in luce quelle connessioni, senza scavare nel backstage delle idee politiche, non si potesse averne piena cognizione. 

Comunista non pentito, aveva aderito al tentativo del piccolo partito cui era iscritto, il PdCI di dare vita a un nuovo, possibilmente grande partito comunista italiano: quando alle prime prove gli esiti elettorali furono modesti e, con un po’ di malizia, glielo feci notare, egli senza scomporsi mi rispose: “Noi lavoriamo sui tempi lunghi”, reiterando l’invito ad aggregarmi. Che non raccolsi, naturalmente, né, del resto, condividevo tutti gli orientamenti di Losurdo, anche se ho recensito e presentato parecchi suoi libri, e soprattutto abbiamo condotto molte battaglie in comune, in primo luogo quelle contro la retorica sionista pronta a usare il tabù dell’antisemitismo per emarginare e condannare all’isolamento chiunque criticasse i governanti israeliani. 

Discutendo alcuni suoi lavori, non ho rinunciato alle critiche, sempre mettendo in evidenza da un lato la prodigiosa capacità produttiva, e dall’altro l’originalità di molte sue analisi, mai scontate, anche se, talvolta, per chi conosceva il pensiero losurdiano, prevedibili. Aveva il chiodo fisso dell’antimperialismo, e si batteva perché la stessa categoria teorica di “imperialismo” e quella ad essa vicinissima di “colonialismo” ricuperassero piena cittadinanza nelle analisi geopolitiche. Ammiratore critico (ossia tutt’altro che becero, ma il dissenso qui tra noi era sensibile) di Stalin, come grande protagonista della lotta mondiale al nazifascismo, negli ultimi anni si era molto occupato della Cina, diventandone un esperto, sul piano dell’analisi ideologica. Ma rimase fino alla fine un militante, un combattente, e nei suoi interventi pubblici non abbandonava mai un certo tono comiziante, capace di tener desto l’uditorio, e di animarlo, anche se non sempre di convincerlo. 

A lungo docente di Storia della filosofia nell’Ateneo di Urbino, ne era diventato poi professore emerito, e ricopriva diversi prestigiosi incarichi scientifici a livello internazionale, specie nel mondo degli studi hegeliani e marxengelsiani. 

Nella vastissima bibliografia losurdiana, arbitrariamente, scelgo questi titoli: La comunità, la morte, l’Occidente (Bollati Boringhieri, 1991), forse il suo libro più affascinante; Il revisionismo storico. Problemi e miti (Laterza, 1996), caposaldo teorico della lotta antirevisionistica; Nietzsche, il ribelle aristocratico (Bollati Boringhieri, 1997), un autentico capolavoro, a dispetto della sua mole impressionante; Controstoria del liberalismo (Carocci, 2005), un affresco che svela il “lato oscuro” della pseudo-democrazia liberale; Il linguaggio dell’Impero (Laterza, 2007), un’analisi tanto più preziosa oggi davanti al “trumpismo”; La lotta di classe. Una storia politica e filosofica(Laterza, 2015), una lettura originale dell’eterno scontro tra oppressi e oppressori; Un mondo senza guerre (Carocci, 2016), libro che aggiunge a una sapiente analisi del mondo bellicistico una prospettiva di alternativa radicale. E l’ultimo: Il marxismo occidentale (Laterza, 2017), del quale è rilevante il sottotitolo: “Come nacque, come morì, come può rinascere”, dove si nota perfettamente la natura duplice dell’autore: studioso e militante. E la sua scomparsa, dunque, suona come un mesto messaggio per il mondo degli studi, ma anche per il quello della militanza politica. Anche sotto questo aspetto, Domenico Losurdo appare una figura oggi insostituibile. Il che rende la sua perdita gravissima. 

(28 giugno 2018)

Il mio personale ricordo.

E' morto, dopo una breve ma fatale malattia, Domenico Losurdo. 
E' una grandissima perdita ma ci lascia i suoi scritti, molte delle sue lezioni e i suoi allievi. 
A maggio dello scorso anno ho avuto modo di assistere a una sua conferenza e già lo trovai abbastanza debilitato. rispetto ai video delle conferenze che avevo visto nei mesi precedenti. 
I suoi insegnamenti e il suo metodo dovrebbero essere la guida per una sinistra che senza "autofobia" e sensi di colpa, deve tornare a imporre le proprie parole d'ordine .
Un affettuoso, grato e commosso addio, Maestro.

22 giugno 2018

“DIARIO DI UNA GIORNALISTA AGGREDITA E MINACCIATA DALLA CAMORRA”: LETTERA A ROBERTO SAVIANO

Di Luciana Esposito per Napolitan.it

Caro Roberto,
Se respirassi Napoli con i tuoi polmoni e ritrovassi il coraggio di guardarla senza filtri, dritto negli occhi, per giungere a toccare con mano le cicatrici e le ferite tuttora sanguinanti che si porta cucite addosso, saresti orgoglioso dello striscione apparso nel Rione Sanità, perché rappresenta un monito forte alla camorra e ancora di più a chi la intreccia a suggestioni letterarie/cinematografiche per lanciare sul mercato prodotti “proliferi” utili a tenere viva la macchina da soldi innescata da Gomorra, tanti anni fa…
“La camorra e rinnegati non hanno nazionalità e Napoli ha bisogno d’amore, non di fango. Napoli in azione”: questo è quanto riportato su quel mantello bianco, pregno d’indignazione ed orgoglio, oltre che di vernice. Napoli rivendica verità, è stanca delle tue “favole”.
Scontata e assai opinabile la tua replica: “Questo striscione campeggia a Napoli abbarbicato sul ponte della Sanità. Questo striscione lo ha messo lì chi odia Napoli. Perché fango non è raccontare, fango è uccidere, spaventare, terrorizzare, togliere speranza e azzerare ogni futuro possibile.”
Se tu vivessi a Napoli, ti sarebbe giunta notizia che, proprio nel cuore del Rione Sanità, in una delle fette di Napoli più sopraffatte dalla camorra, all’indomani della morte dell’ennesima vittima innocente della criminalità, centinaia di persone sono scese in strada per sbarrare il passo alla camorra. E, probabilmente, quello che esaspera ed indispettisce il popolo è il fatto che tra gli scritti e nelle gesta cinematografiche che portano la tua firma, “stranamente” non c’è spazio per la civiltà e la legalità che inizia a rivendicare la sua presenza, soprattutto tra le crepe dei contesti più devastati dalla camorra. Questo ritrovato e partecipato senso d’indignazione rischia di offuscare l’attendibilità di quel prodotto che assicura il massimo risultato con il minimo sforzo: “camorra, Scampia e malammore”. Del resto, perché discostarsi da un principio mediaticamente vincente, parafrasando una realtà che rischia di rompere il giocattolo?
E questo, agli esseri pensanti che hanno ancora voglia di indignarsi, proprio non va giù.
Due aggressioni fisiche, l’ultima sfociata persino in un tentativo di sequestro di persona, all’incirca 15 denunce sporte dall’inizio del 2016, minacce di morte da parte della madre del boss dei Barbudos, plurimi raid vandalici alla mia auto. Le intimidazioni, le minacce e gli avvertimenti, sono all’ordine del giorno: questi i fatti che sintetizzano il mio lavoro di giornalista, direttrice di un giornale online qualunque, una scelta voluta per non sottostare alle disposizioni di nessun padrone. Con tutti i contro che questo comporta. Non diventerò mai ricca e non è questa la motivazione che anima il mio operato, diversamente avrei mollato dopo il primo “strascino”.
Il tutto viene ulteriormente aggravato da un dettaglio che fa la differenza: vivo nel posto in cui lavoro e di cui racconto le malefatte, Ponticelli, quel quartiere che hai intravisto attraverso talune scene di Gomorra, quello in cui, invece, io sono nata e cresciuta e dove vivo e lavoro, muovendomi tra la violenza, l’odio, l’omertà di chi, mentre venivo pestata, non ha mosso un dito per difendermi. Eppure, ho scelto di restare e di non fare nemmeno mezzo passo indietro.
Anzi, ho imparato a capire che misurarsi costantemente con la paura e con i limiti imposti dalla consapevolezza di quello che fai è il metro valutativo più attendibile per non perdere mai la lucidità né l’impatto con la realtà.
Non me ne volere, ma credo che tu non abbia la minima percezione di cosa voglia dire vivere costantemente sotto minaccia: gli sguardi, le citofonate nel cuore della notte per buttarti giù dal letto solo per recapitarti l’ennesimo “consiglio”, le limitazioni dettate dalla consapevolezza che ti muovi in un campo minato, il lucido cinismo che ti porta a non fidarti di nessuno. Eppure, non vivo sotto scorta, le spalle ho imparato a guardarmele da sola, ma non credo che la mia vita valga meno della tua, meno che mai lo penso del mio lavoro.
La ricerca della verità e soprattutto la “vera” lotta Anticamorra, richiedono questo genere d’impegno e di sacrificio e chi sceglie d sposare questa causa, deve fare inevitabilmente i conti con tutto ciò che questa scelta tristemente comporta. Di conseguenza, le difficoltà con le quali mi confronto sono innumerevoli, quindi, nonostante sia presente sul posto, faccio non poca fatica a reperire notizie certe. Mi ha sempre affascinato ed incuriosito il fatto che, invece, tu non subisci questo genere di difficoltà, nonostante ti trovi a raccontare Napoli dall’altro capo del mondo. Questo “dettaglio” non sfugge allo spettatore/lettore attento che non può non interrogarsi in merito all’attendibilità dei fatti che racconti.
Romanzare la camorra sta mietendo più danni dell’affiliazione stessa, ma per rendertene conto dovresti vivere Napoli da Napoli.
I giovani camorristi che prima di andare a fare “le stese” si riuniscono in cerchio e urlano “le frasi di Gomorra” per motivarsi, l’emulazione fisica e comportamentale dei personaggi della serie, non solo da parte dei camorristi, la riproduzione fedele della casa di Don Pietro Savastano voluta da un boss, i ragazzini che ripetono fino allo sfinimento “le frasi tormentone” della serie, mentre giocano a pallone o ai videogiochi: per questo genere di “mostri”, Napoli deve “ringraziare” te.
sarebbe opportuno ed anche estremamente interessante che fossi tu ad analizzare “l’effetto di Gomorra sulla camorra”.
Sei bravo a forgiare la realtà a immagine e somiglianza dei tuoi interessi, ma in questo caso, non ci provare: gettare fango non è “raccontare”, ma raccontare una realtà falsata per andare incontro a delle esigenze che nulla hanno da spartire con la ricerca e la denuncia della verità.
Nessun napoletano avulso dal sistema camorristico ha mai contestato il lavoro e le inchieste di noi giornalisti presenti sul campo, anzi. Quello che, fin qui, mi ha dato la forza necessaria per non mollare è proprio l’incoraggiamento dei tantissimi napoletani desiderosi di liberarsi dalle angherie della camorra.
Non giriamoci troppo intorno: la tua lotta Anticamorra, nasce e si sviluppa per alimentare un business ben preciso e questo i napoletani lo hanno capito ed è più che legittimo che ti chiedano di cambiare registro e prendere una posizione netta: o romanziere o “detentore di verità assolute e inconfutabili”, non posso chiamarti giornalista perché non lo sei ed è bene ricordarlo. Nel caso in cui tu scelga di servire la verità, liberati da forzate ipocrisie, rimboccati le maniche e scendi in trincea insieme a noi, perché lo ribadisco: la tua vita non vale di più della mia e di quella di migliaia di giornalisti che ogni giorno rischiano la vita in nome di un ideale e che per questo non si sentono degli eroi né si aspettano che il mondo si fermi per tributargli una standing ovation.
Se dovesse accadermi qualcosa, tu sei una di quelle persone dalle quali desidero ricevere solo indifferenza: vedermi appioppare uno dei tuoi sermoni, vorrebbe dire gettare fango prima sul mio cadavere e poi sulla credibilità del mio lavoro, più silenzioso del tuo, ma, anche assai più sincero e disinteressato.

18 giugno 2018

Le ONG umanitarie (1). Il complesso industriale dei diritti umani.


Non sappiamo se vi sia stata o meno collusione con scafisti o trafficanti di profughi da parte di qualche Ong. Scoprilo e sanzionarlp spetterà alla magistratura e soprattutto alla politica, magari con l’aiuto dell’intelligence e di Frontex – dai quali sembrano provenire le intercettazioni di cui si parla.
 

 
Frontex già a fine 2016 aveva segnalato preoccupazioni su alcune Ong ( quidal FT e qui), dopo che il sito GEFIRA aveva monitorato ivimenti di navi di Ong umanitarie che si avvicinavano molto alle coste libiche e sgnalato contatti sospetti cona terraferma (qui il post e video).  
Se l'operazione Mare Nostrum fosse continuata, estesa ad altri Stati europei, invece di delegare compiti forse eccessivi a Ong, senza regole certe né finanziamenti trasparenti, tanti problemi si sarebbero potuti evitare. Ma si sa, su immigrazione e rifugiati l'UE è assente.
 
  
Qui tuttavia vogliamo solo tentare di far luce in generale sulle Ong umanitarie, quanto meno le più importanti, che negli anni hanno acquisito un nuovo ruolo di prolungamento delle politiche delle democrazie occidentali: sorta di PR, casse di risonanza, con l’aiuto dei media,  delle narrazioni che ne supportano la geopolitica e  sempre più legate ad istituzioni e governi - in testa quello americano - da loro finanziate insieme a privati e filantropi apparentemente disinteressati.  
Parte integrante del cosiddetto Soft power Smart power.  
  
Un intreccio dove un posto non di poco rilievo gioca il controverso finanziere George Soros con la sua Open Society Foundations , campione della Società Aperta globalizzata, che di Ong ne finanzia a centinaia e il cui interesse anche nella politica globale di migranti e rifugiati è lui stesso a spiegare come vedremo in un post successivo.  
L’incontro recente fra Soros e il presidente del Consiglio Gentiloni a palazzo Chigi, non sappiamo chiesto da l’uno o dall’altro, potrebbe costituire una ulteriore conferma.  
  
Di tutto questo si parla assai poco nel circuito mediatico mainstream.  
“La narrazione culturale classica appare del tutto innocente: miliardari caritatevoli, politici illuminati, società transnazionali, istituzioni pubbliche insieme a legioni di volontari lavorano insieme in nome della giustizia sociale per forgiare un mondo migliore,  aiutando i diseredati, difendendo i diritti umani contro genocidi e crimini contro l’umanità”.  
Una retorica cara specialmente alla sinistra democratica che ad un esame più approfondito presenta varie falle .  
  
Lo scriveva qualche mese fa un post intitolato Smart power & The Human Rights Industrial Complex,   allusione al cosiddetto complesso militar-industriale a cui finiscono per far gioco - consapevolmente o meno – tante Ong, a partire da alcune delle più note come Amnesty International eHuman Wight Watch (HRW), dove i conflitti di interesse e intrecci finanziari e politici appaiono palesi.  
 E lo  testimoniava anche un post francese che già nel 2010 prendeva di mira tre Ong (di nuovo AmnestyHRW più FIDH- International Federation for Human Rights) in relazione agli interventi di Parigi in Mali, in un post intitolato Guerre de l’information. Au dessous del ONG, une vérité cachée.  
  
L’autore del primo post è Patrick Henningsen, scrittore e giornalista investigativo, fondatore  di 21st Century Wire -  sito associato all’alternativoInforwars , scrive il Guardian,  e collaboratore di Russia Today   (il post è stato comunque rilanciato da un sito britannico e da Global Research).  
  
LA MUTAZIONE NEL XXI SECOLO  
“Sebbene tutte le Ong umanitarie si presentino come neutrali e non partigiane, la realtà è spesso diversa …. 
“Un aspetto difficile nell’analizzarle è che nella maggior parte di esse lavorano individui ottimi, ben educati, grandi lavoratori, molti dei quali sono spinti da vero altruismo e dalle migliori intenzioni. Per lo più sono inconsapevoli o disinteressati a chi finanzia le loro organizzazioni e cosa significhino tali legami finanziari per quanto concerne aspetti geopolitici o conflitti militari.” 
  
“E’ certo vero che negli anni campagne sincere e dedicate hanno aiutato a liberare individui ingiustamente imprigionati e ottenuto processi e giustizia. Come è vero che molte organizzazioni hanno contribuito a prendere coscienza su molti importanti temi sociali e ambientali”. 
  
Ma “a causa dell’accresciuto finanziamento da parte di interessi corporatee a legami diretti con governi e think tanks politici negli anni recenti queste organizzazioni sono diventate sempre più politicizzate e più strettamente connesse agli ‘agenti di influenza’ occidentali.   Col risultato che queste organizzazioni per i ‘diritti umani’ rischiano di contribuire ai problemi che credono di voler eliminare, attraverso la loro spesso involontaria ‘complicità’ nel sostenere obiettivi di politica estera di Washington, Londra, Parigi e Bruxelles” .“Il problema è sistemico e istituzionale”.  
  
“Quello che nel XX secolo era una sorta di appendice di un emergente movimento progressista internazionale si è rapidamente espanso nel XXI secolo come un ‘terzo settore’ internazionalizzato multi-miliardario supportato da alcune delle corporations transnazionali leader nel mondo. Un impressionante labirinto, guidato da organizzazioni come Amnesty,   e HRW.  Ciascuna di queste organizzazioni ha legami diretti con governi centrali e, forse più sorprendentemente, collegamenti che conducono al cuore del [cosiddetto]complesso militar-industriale. Di qui l'espressione "Complesso industriale dei diritti umani".  
Fa eco il post francese citato: “Infiltrate da rappresentanti governativi, prendendo parte a certi conflitti e ignorandone altri: in filigrana si disegnano i c ontorni di una strategia che è il riflesso della politica dei dipartimenti di affari esteri. Certi governi, come quello degli Stati Uniti del resto non si nascondono questa strumentalizzazione delle Ong ‘non governative’. L’ex segretario di Stato Colin Powell in un discorso indirizzato alle Ong all’inizio dell’Operazione Enduring Freedom  (l’invasione dell’Afghanistan) nell’ottobre 2001, anno cruciale,  dichiarava: ‘Le Ong sono un moltiplicatore di forza per noi, una parte estremamente importante della nostra squadra combattente’ ” .  
  
Una dichiarazione, quella di Powell,   che si può accostare a quella, molto citata dai siti alternativi, dell’ex comandate Nato Gen. Wesley Clark che sei anni dopo, in un discorso pubblico, citava una conversazione al Pentagono proprio del 2001 e un memo del Segretario alla Difesa secondo il quale nei successivi 5 anni gli Usa avrebbero attaccato e distrutto i governi di 7 paesi : Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan, Iran. En passant sia il Generale Clark che Soros figurano nel board of trustees dell’ International Crisis Group,
 
  
ESEMPI di allineamento .  
Il post francese punta il dito su report di Amnesty e HRW che hanno denunciato uccisioni e nefandezze da parte di truppe del Mali, di fatto accusando anche gli alleati  Francesi di quelle milizie, con lo scopo di allontanarli da quel territori, si affermava, per lasciare campo libero a interventi di altri (leggi US/Nato).

 
Nel 2012  il 'caso Kony'.  Da un video presto virale negli Usa che accusava Joseph Kony, leader della Lords Resistance Army prende il via una campagna mediatica sulla necessità di un intervento occidentale per salvare bambini africani in pericolo. A promuovere la campagna è la Ong Invisible Children,che raccoglie finanziamenti anche nelle scuole. Kony in realtà non lo si vedeva in giro da anni. Ma Obama ha la scusa per dispiegare militari in Uganda ed espandere l’Africom.  
Sempre nel 2012 è Amnesty a lanciare la campagna Diritti umani per le donne in Afghanistan dove è in corso l’intervento  Usa /Nato. “ Keep the progress going”,   è lo slogan che accompagna immagini di donne in burqa azzurro. E’ la prima ‘guerra femminista’, ma nessuno scandalo fanno le 9000 vittime, molte civili (poi cresciute di numero).  
Nel 2011 un report su soldati Libici ‘drogati dal Viagra’ che violentavano le donne – rivelatosi fake – sembra validare la propaganda sulle ‘atrocità delle milizie di Gheddafi contribuendo a sollecitare l’intervento ‘umanitario’ Nato in Libia . La richiesta della no fly zone permette di bombardare l’esercito libico e far fuori il raiss.  


 
Report dimostratisi fake ce ne erano già stati in Iraq - militari di Saddam avrebbero rubato incubatrici dal Kuwait lasciando morire neonati, testimonianza di un dottore della Mezzaluna Rossa ‘verificata’ da  Amnesty; l’uranio yellow cake arrivato in Iraq per sviluppare le armi di distruzione di massa. E in Siria: il rapimento di un giornalista NBC da parte dei miliziani pro-Assad, liberato dai ‘moderati’ del Free Syrian Army;  le ‘barrel bombs’ sganciate a Kobane, col direttore di HRW Ken Roth che ha twittat immagini in realtà riferite a Gaza.  Tutti falsi.  
 L’attacco al sarin di Damasco nel 2013 venne attribuito anche quello ad Assad, come riferito da HRW alla CBS. Accuse in seguito contestato da molte fonti autorevoli che hanno  invece accsato i ‘ribelli’.  Il sarin - l’avrebbe loro fornito la stessa Hillary Clinton allora titolare degli Esteri per incastrare Assad, ha scritto il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersch in un post tradotto da vocidall'estero. Probabili fake anche i video impressionanti e le foto prese altrove.  
  
La Siria dove la guerra perdura  è una miniera di report,  e di fake. 
Il ‘caso Caesar’, esploso due giorni prima dell’inizio di colloqui di pace in Svizzera, dal nome in codice di un presunto fotografo siriano che avrebbe documentato con 55.000 foto torture ed esecuzioni su scala industriale di detenuti da parte di Assad. ‘Verificate’ da HRW, metà si rivelano foto di soldati morti sul campo. Dubbi sulle altre, c’era di mezzo la CIA.  
Il report di Amnesty sulle atrocità compiute dalle milizie governative, con accuse di violazione della legge internazionale sui diritti umani e crimini contro l’umanità . Un post documentatissimo di Tim Hayward, docente all’università di Edimburgo e direttore di Ethic Forum e Just  World Institute fa le bucce ai metodi adottati da Amnesty , che non soddisfano i loro stessi criteri.
 

 
Il medesimo autore in un altro post punta il dito su Médicins Sans Frontièresche in un report   ha accusato il solito Assad di aver bombardato ospedali e civili. In realtà MSF non era sul campo – si trovava fra i ribelli da loro protetta – e si è basata sulla testimonianza dei White Helmets.  
 Gli stessi Caschi Bianchi sono la fonte della notizia del recente attacco chimico (al sarin? al cloro?) ad Idlib. News divulgata per primo dal Syrian Observatory on Human Rights  e poi da tutti i media, compresi i nostri, a base di foto e video fake  ad opera dei White Helmets, come  confermano medici di una Ong svedese.  
  
Del resto le principali Ong umanitarie, che già nei '90 avevano appogiato la partizione dell'ex Jugoslavia, sostengono apertamente il regime change in Siria come in Libia, Ucraina e Yemen. In Siria presentando subito il conflitto come ‘guerra civile’, Ong umanitarie e media hanno fatto la loro parte nel divulgare un’importante narrazione della politica estera occidentale che ha impedito di conoscere la realtà, molto più complessa, e le complicità di Usa, Turchia e alleati.  
  
FINANZIAMENTI  
Follow the money, scrive Henningsen, secondo il quale molte di queste entità ricevono grandi quantità di finanziamenti dalle stesse fonti, corporations transnazionali.  Quali? Un elenco dettagliato dei donatori in realtà non esiste,  e il finanziamento delle varie ONG è da sempre opaco, come denuncia anche il post francese.  Vale anche per le maggiori, Amnesty Intl , HRW e la stessaFIDH, la più antica. Malgrado la loro fama e i riconoscimenti da parte di ONU, Unesco, Europa. E vale anche per Médécins Sans Frontières,  Save the Children ecc.
 
  
Fra i privati ai nostri post non  resta che segnalare il ruolo di finanziatore diGeorge Soros. Sia Amnesty Intl sia HRW hanno ricevuto ciascuna  $100 milioni, riferiscono i due post pur . L'impegno di Soros a versarli a HRW  è del 2010 ( vedi anche qui).
 
  
Il molto discusso finanziere di origine ungherese, che nel 1992 atterò sterlina e lira con le sue speculazioni causando perdite ingenti ai due governi, e in Francia è stato addirittura processato per insider trading ai danni di SociétéGénerale, è molto più di un semplice donatore. Attraverso la sua Open Society Foundations sostiene una rete di centinaia di ONG che operano negli Usa e in tutto il mondo coprendo un enorme spettro di attività e obiettivi spesso apertamente politici.   Lo vedremo più avanti.  
  
Più trasparenti, abbiamo verificato, sono i finanziamenti pubblici alle organizzazioni umanitarie, monitorati da Globan Humanitarian Assistance – GHA che pubblica ogni anno un rapporto. Ma complessivo, senza citare alcuna Ong in particolare.  
  
Dal rapporto del 2015 si apprende che l’assistenza umanitaria nel mondo nel 2014  ha potuto usufruire di ben $24.5 miliardi, in crescita sull’anno precedente. Il 2013 è stato un anno di grandi trasferimenti di persone da Medio Oriente e Africa (12.3 milioni di profughi dal M.O., più degli 11.8 mil dal Sud Sahara), a ciò viene attribuita la crescita altissima di donazioni da parte diArabia Saudita e Emirati Arabi Uniti -UAE, diventati il 6° e il 15° donatore (+219% e + 317% rispettivamente. Che è una notizia.  
  
Chissà se il recente protagonismo dell’Arabia Saudita è da mettere in relazione con la sua elezione nel prestigioso Human Rights Council  dell’ONU (UNHRC), attraverso una negoziazione col Regno Unito, entrato nell’organismo internazionale insieme all’Arabia che poi ne ha addirittura conquistato la presidenza. Con un passaggio di soldi e favori fra i due Stati, ha raccontato il Guardian che parlava anche di una donazione araba di $1 milione all’UNHRC.  Molto recentemente l’Arabia Saudita, dove alle donne velatissime è persino vietato guidare l’auto, è diventata membro anche dellaCommissione ONU per i Diritti delle Donne, suscitando ovunque ilarità e sdegno.  
  
Nella mappa interattiva  del GHA con i contributi di tutti gli stati e dell’UE,svettano gli Usa, con $6 miliardi. Molto staccati gli europei, a parte GB ($2,3mld) che versa quanto le istituzioni UE e Germania ($1.2mld). Seguono i paesi nordici. L’Italia con i suoi miseri $378 milioni, è quasi alla pari dell’UAE , ma la Francia è a quota $472 mil, la Spagna si ferma a $220 mil.
 
Si precisa inoltre che di tali finanziamenti, soltanto lo 0,2% va a finire a Ong locali e il 3.1% a governi di stati ‘bisognosi’.  
Il rapporto poi, pur molto ampio, si riferisce soltanto a finanziamenti pubblici in generale, non alle istituzioni di ciascun paese.   
  
La FIDH per esempio, la più antica Ong internazionale che difende tutti i diritti, umani, civili, politici, economici, sociali, culturali e tiene insieme qualcosa come 178 organizzazioni di 120 paesi, riceve fondi dal Dipartimento di Stato Usa attraverso il NED – National Endowment for Democracy, organizzazione bipartisan nata nel 1983 per ‘promuovere la democrazia nel mondo’ finanziata dal Congresso.   

 
Quanto a Médécins Sans Frontières, secondo un rapporto del GHA citato nel 2010 da Libération intitolato “Finanziamenti privati: una tendenza emergente negli aiuti umanitari, quell'anno figurava al secondo posto delle più importanti Ong umanitarie in termini finanziari, con $1 miliardo di donazioni   ricevute. Fondi che superavano quelli degli aiuti del Regno Unito. In generale i finanziamenti privati erano saliti dal 17% nel 2006 al 32% nel 2010 ma per MSF rappresentavano il 90%. Chi fossero i donatori non viene detto.
 

 
Recentemente, riferisce nel 2016 Le Monde MSF ha rifiutato €62 milioni da parte di istituzioni e paesi UE perché non condivideva la linea che si oppone all’accoglienza dei profughi. Cruciale è stato l’accordo con la Turchia, fortemente criticato dalla Ong francese. Nel 2015 aveva ricevuto 19 milioni  dalle istituzioni UE e 37 milioni da undici stati dell’Unione, più 6.8 milioni dal governo Norvegese.  MSF rifiuta anche quelli per il suo lavoro con Frontex .
 
MSF figura nella lista ufficiale dell'OSF delle Ong 'partners' della Open Society Institute  di George Soros.  Non è specificato quali partners ricevano anche finanziamenti.
 

E PORTE GIREVOLI.  
“Non è un segreto che ve ne siano fra il Dipartimento di Stato e molte delle le principali Ong occidentali per i diritti umani” scrive Henningsen.  
  
Il caso più clamoroso è quello di Suzanne Nossel, una delle sostenitrici delle cause umanitarie di più alto profilo a Washington, transitata direttamente nel 2012 dal posto di vice Segretario per le Organizzazioni internazionali al Dipartimento di Stato, assistente personale di Hillary Clinton ministra degli Esteri,  alla poltrona di direttore esecutivo di Amnesty Intl -Usa. Già capo operativo di HRW, vice presidente per la strategia e le operazioni al Wall Street Journal e consulente per la comunicazione e i media per McKinsey & Co, membro e finanziatore del Council of Foreign Relations, di cui Nossel è senior fellow. Con la Clinton Nossel era responsabile per i diritti umani multilaterali (qui la sua bio), vicina ai ‘falchi’ Samantha Power e Susan Rice e al meno noto Atrocity Prevention Board, comitato inter-agenzie che comprende anche funzionari dell’intelligence.  
  
“Nossel  è stata un elemento chiave, rappresentando un ponte per aiutare a progettare  a livello internazionale la comunicazione politica americana attraverso la Ong Amnesty” .  A lei si deve l’invenzione dell’espressione “ Soft Power”-  il modo ‘dolce’ di imporre il potere contrapposto alla modalità ‘hard’, militare –   cavallo di battaglia  della presidenza Obama.   ‘Washington deve offrire una leadership assertiva – diplomatica, economica e non ultima, militare – per portare avanti uno spettro di obiettivi: autodeterminazione, diritti umani, libero mercato, legalità, sviluppo economico e l’eliminazione di dittatori e armi di distruzione di massa’, ha scritto Nossel  a proposito dei compiti dei politici progressisti nel XXI secolo.  
  
Dopo Amnesty Nossel è diventata ed è tuttora direttore esecutivo del PENAmerica Center, la storica, influente associazione di scrittori e editori con diramazioni internazionali in 101 paesi. Scrittrice e blogger lei stessa, continua il suo attivismo per i diritti umani, sostenendo boicottaggi ad es dell’Iran o contro la partecipazione ai Giochi Europei, ‘consigliando’ agli Stati di fare altrettanto ( qui una bio di Nosselqui un post sul doppio standardadottato)
 
  
Alle porte girevoli fra governo Usa e Human Wright Watch è dedicato un intero post di Countepunch (2014) in forma di lettera aperta al direttore Ken Roth (quello delle foto fake in Siria prese da Gaza, vedi sopra).  Per esempio Miguel Diaz, ex analista CIA cooptato nel board dei consulenti, poi tornato al Dipartimento di Stato come interlocutore fra intelligence ed esperti non governativi. Simile il percorso di Tom Malinowski, già direttore di HRW- Washington. E che dire di Mr Steinberg, passato da HRW alla poltrona di assistente di Samatha Power, ambasciatrice Usa all’ONU e noto falco .  Sono solo alcuni casi, scrive Counterpunch, che racconta varie prese di posizione contraddittorie della ong, per es. sulle renditions – detenzioni lunghe senza processo sotto Obama sulle quali HRW ha taciuto dopo aver denunciato quelle di Bush.  O le denunce contro Cuba e il Venezuela, ma non delle atrocità ad Haiti dopo il colpo di stato promosso dagli Usa.  
  
Notevoli anche   gli intrecci politici di AVAAZ, Ong internazionale fondata nel 2007 da ResPublica Move.on (l’Ong di azione politica online degli attivisti Dem che riceverebbe fondi direttamente da Soros) sotto l’ombrello dell’ OSFdel magnate, i cui fondatori hanno avuto tutti relazioni con ONU e Banca Mondiale, scrive Henningsen.   AVAAZ, che vanta 7 milioni di membri nel mondo e nel 2009 ha dichiarato di ricevere solo microdonazioni da simpatizzanti, opera con la società di PR Purpose , orientata al business; insieme usano i social media per campagne politiche ‘dal basso’ che preparano il terreno per programmi del FMI o della Nato, come sanzioni o interventi militari (vedi anche qui un post italiano).
 
AVAAZ - secondo GEFIRA - avrebbe donato $500.000 al MOAS - Migrants Offshore Aid Station, l'Ong maltese fondata nel 2014 dalla coppia italo-americana Catrambone ale centro delle polemiche di oggi sui salvataggi di migranti dalla Libia.
 
  
A ricevere sostegno sostanziale dal Foreign Office britannico, oltre che fondi dalla UE , è il discusso SOHR – Syrian Observatory for Human Rights, distintosi nel fornire spesso informazioni ai media sulle presunte atrocità commesse dall’esercito regolare siriano (vedi sopra : era anche la fonte delle notizie sull’ultimo attacco chimico a Idlib.) Nata nel 2006, SOHR in realtà fa capo a un unico individuo, un siriano dissidente  di nome Osama Ali Suleiman ma noto come Rahmi Abdul Rahman che vive a Londra in un mini-appartamento di Covent Garden.
 

 
Post successivo "ONG umanitarie (2).La rete di George Soros".
 

03 giugno 2018

Sull'ipotesi di uscita dall'Euro.

Troverete molto materiale interessante qui.


02 maggio 2018

A proposito di bufale sulla Corea del Nord, la grottesca galleria di Msn Italia

La potete trovare qui. Grotteschi i commenti "suggestivi" alle foto che, a detta di Msn, sarebbero "rubati", eppure tutte perfettamente a fuoco, che strano.
Ad aver tempo mi verrebbe da commentarle ad una ad una ma lascio alla vostra intelligenza valutarle.
Il Link alla galleria.

04 agosto 2017

Il declino della supremazia militare statunitense: due articoli.

1) La fine del ‘nuovo secolo americano’ pronunciata dal Pentagono da Selva Blog. 

Wayne Madsen Strategic Culture Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ama rilasciare rapporti, molti dei quali contengono grande quantità di gergo e astrusità del Pentagono. Ma una recente relazione, pur non mancando del tipico esoterismo, contiene un messaggio chiaro e inequivocabile.
Il progetto neoconservatore del “Nuovo secolo
americano”, che ha visto gli Stati Uniti impelagarsi in Iraq e Afghanistan, nonché nell’”infinita guerra mondiale al terrorismo”, è morto e sepolto.


Un rapporto dell’USAWC (United States War College), intitolato “A nostro rischio: valutazione del rischio del DoD in un mondo post-primazia”, turba la Beltway di Washington e oltre. Il rapporto, redatto dall’Istituto di Studi Strategici dell’esercito (SSI) e dalla squadra dell’USAWC guidata dal professor Nathan Freier, afferma di “non riflettere necessariamente la politica ufficiale o la posizione del dipartimento dell’Esercito e della Difesa o del governo degli Stati Uniti”.

È dubbio che la relazione, sponsorizzata dallo Stato Maggiore riunito del Pentagono, verrebbe commissionata se il Pentagono non vedesse la necessità di prepararsi alla fine del dominio militare unipolare degli USA, vigente dalla fine della guerra fredda. Il rapporto post-primazia ha avuto il contributo di dipartimento della Difesa e Comunità d’Intelligence degli Stati Uniti, tra cui Stati Maggiori Riuniti, Comando Centrale degli USA (USCENTCOM), Comando Operazioni Speciali degli USA (USSOCOM) e Ufficio del Direttore dell’Instelligence Nazionale (ODNI), tutti attori cruciali per la rinnovata strategia militare statunitense.

Affinché nessuno creda che il rapporto rappresenti il nuovo modo di pensare dall’amministrazione di Donald Trump, va sottolineato che la stesura e preparazione della relazione iniziò nel luglio 2016, sei mesi prima della fine dell’amministrazione Obama. La relazione era un requisito finanziato per il bilancio annuale di Obama del 2017 per il Pentagono.
La relazione individua cinque componenti chiave della strategia post-primazia degli Stati Uniti:

– iperconnessione e armonizzazione delle informazioni, della disinformazione e della disaffezione (questo si è già visto con la decisione di separare il Cyber Command degli USA dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale consentendo ai “cyber-guerrieri” dello “spazio” extra-costituzionale di attuare operazioni da guerra dell’informazione con offensive contro militari e civili).
– situazione di rapida fine dello status quo post-guerra fredda.
– proliferazione, diversificazione e atomizzazione di una resistenza efficace agli Stati Uniti.
– ritorno, anche se mutato, della concorrenza di grandi potenze.
 dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria.

 

L’accettazione del Pentagono della “rapida fine dello status quo post-guerra fredda” è forse la più importante comprensione del cambio di status di una superpotenza da quando il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”.

Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Costa della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn.

Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari. La relazione afferma che “le considerazioni di un avvio non vanno limitate ai combattimenti combinati convenzionali”. È solo la punta dell’iceberg per i cyber-combattenti, che vedrebbero le proprie capacità aumentate relegando il combattimento militare. Il rapporto afferma inoltre che il DoD “non può più, come in passato, ottenere automaticamente una superiorità militare locale coerente e continua”.

 In altre parole, dimenticate una risposta militare statunitense come l’operazione Desert Shield che vide il massiccio trasferimento di forze militati statunitensi in Arabia Saudita prima della riconquista del Quwayt e dell’invasione dell’Iraq nel 1991.

Il Pentagono vede alcuni rischi internazionali come accettabili se possono essere gestiti. Questa riduzione dei rischi sembra essere incentrata sulla minaccia dei missili balistici nucleari ed intercontinentali nordcoreani. La relazione afferma che gli Stati Uniti dovrebbero evitare “obiettivi politici che si dimostrano troppo ambiziosi o inattuabili nella pratica. La sconfitta militare statunitense della Corea democratica sarebbe possibile solo dopo lo sterminio di militari sudcoreani e statunitensi e di civili della Corea del Sud”. Rimarcando come la sconfitta militare della Corea democratica sia “troppo ambiziosa” e “irraggiungibile” per gli USA.

Portaerei USA R. Reagan
La relazione sottolinea inoltre che vi sono “costi proibitivi” per certe politiche militari.

Gli autori osservano come la dottrina militare statunitense indichi “obiettivi che alla fine si dimostrano poco più che vittorie di Pirro”. Un chiaro riferimento ai timori e alle “false vittorie” in precedenza annunciate da Stati Uniti e alleati in Iraq e Afghanistan, vittorie di Pirro nel vero senso della parola. Un membro del gruppo di studio post-primazia ha sconvolto i colleghi dicendo che è probabile che gli Stati Uniti siano sconfitti in alcuni scontri militari. Lo spettro “possiamo perdere” ha aiutato a portare alle conclusioni della relazione, tra cui la possibilità che “vulnerabilità, erosione o anche perdita del presunto vantaggio militare statunitense verso le maggiori sfide nella difesa”, dovrebbe essere presa sul serio e la “ristrutturazione volatile degli affari internazionali della sicurezza appare sempre più contraria a una leadership statunitense imbattibile”.

L’emergere della Cina a potenza militare mondiale e il ritorno della Russia a potenza militare sono i casi in questione. L’allontanamento della Turchia dall’Europa secondo una visione del mondo “eurasiatica” e “pan-turca”, aggiunge la nazione della NATO nella crescente lista dei potenziali avversari degli statunitensi. Questi e altri sviluppi sono visti dai pianificatori post-primazia come parte del “ritorno, mutato, della concorrenza tra grandi potenze”.

Il team di studio del Pentagono vede chiaramente anche la “dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria” come spartiacque per alterare l’era post-guerra fredda e post-11 settembre, che videro il dominio degli Stati Uniti sugli affari militari e economici mondiali.

Il successo del referendum Brexit che ha visto il Regno Unito votare l’abbandono dell’Unione europea, nonché il sostegno popolare all’indipendenza di Scozia e Catalogna sono visti dal Pentagono come “dissoluzione della coesione politica ed identitaria”. Mentre nelle precedenti relazioni il Pentagono avrebbe suggerito come contrastare tale “disgregazione” con una risposta militare e contro-insurrezionale, nel mondo post-primazia, il Pentagono chiede solo la gestione del rischio, lungi dal rumore di sciabole che si susseguono ai tamburi di guerra, come in Libia e Siria, Somalia e Panama.

Il rapporto post-primazia riconosce che la politica militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre non è più praticabile né fattibile. Questa politica, espressa dalla Revisione della Difesa Quadriennale (QDR) del 2001, dichiarava: “la fondazione di un mondo pacifico… si basa sulla capacità delle forze armate statunitensi di mantenere un margine sostanziale di vantaggio militare rispetto agli altri. Gli Stati Uniti usano questo vantaggio non per dominare gli altri, ma… per dissuadere nuove competizioni militari operative o geografiche o gestirle se accade”. Quei giorni sono finiti con Cina e Russia, insieme a Turchia, Iran, Germania, Francia e India che formano “i nuovi concorrenti operativi militari”. Gli Stati Uniti non possono “gestirli”, per cui Washington dovrà decidere come convivere con il “rischio”.

Gli autori del rapporto ritengono che “lo status quo curato e alimentato dagli strateghi statunitensi dalla Seconda guerra mondiale e che per decenni fu il principale “punto” del DoD non solo si blocca, ma può anche crollare. Di conseguenza, il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e il loro approccio ad esso possono cambiare radicalmente”. Questa è una visione cauta dello status attuale degli affari mondiali, senza il jingoismo spesso sentito nella Casa Bianca di Trump e dai membri di destra del Congresso degli Stati Uniti.

Le raccomandazioni post-primazia vedono la principale priorità degli Stati Uniti nella protezione del proprio territorio: “Proteggere il territorio, le persone, le infrastrutture e le proprietà statunitensi da gravi danni”. La seconda priorità è “garantire l’accesso alle comunità globali, alle regioni strategiche, ai mercati e alle risorse”. Ciò includerebbe tenere aperte rotte marittime e aeree al commercio degli Stati Uniti.

Gli autori della relazione concordano con la dichiarazione della prima ministra inglese Theresa May a Filadelfia il 26 gennaio 2017, sei giorni dopo la nomina di Donald Trump: “i giorni della Gran Bretagna e degli USA che intervengono nei Paesi sovrani nel tentativo di rifare il mondo a nostra immagine è finita… il Regno Unito interverrà solo nel caso di interessi nazionali… Le nazioni sono responsabili delle proprie popolazioni e i loro poteri derivano dal consenso dei governati, e possono scegliere di aderire ad organizzazioni internazionali, cooperare o commerciare con chi desiderano”. C’è un messaggio chiaro nel rapporto sulla “post-primazia” del Pentagono. I giorni in cui le “dubbie” coalizioni guidate dagli Stati Uniti avviavano azioni militari unilaterali, sono finiti.
Fonte: Strategic Culture
Traduzione di Alessandro Lattanzio




2) Alastair Crooke - Il crollo di alcuni capisaldi statunitensi, da Io non sto con Oriana. 

Traduzione da Consortium News28 luglio 2017.

Facebook è l'icona di chi crede in certi punti fermi. Poco tempo fa ha scritto a uno dei siti della "destra alternativa" statunitense informandolo del fatto che vari post da esso curati dovevano essere rimossi immediatamente o sarebbero stati cancellati.
riferimenti offensivi erano la parola "travelli" per indicare i transgender, e la parola "travestiti." Il messaggio scritto da Facebook suggeriva inoltre che l'identità di genere costituisse una "caratteristica protetta" su base legale, cosa che non è vera, e che riferirsi ai transgender definendoli "travelli" poteva essere considerato "istigazione all'odio", ovvero un illecito penale.
In sé è una questione di rilevanza nulla, non fosse per il fatto che è un perfetto esempio della discussa visione delle cose che ingloba la società civile statunitense di oggi. Da una parte c'è l'idea secondo cui la diversità, l'orientamento sessuale liberamente scelto e il diritto all'identità si traducano sul piano sociale in coesione e solidità. Dall'altra invece c'è l'idea di cui è esempio Pat Buchanan: un paese, ivi compresi i nuovi arrivati, sta insieme per lo più grazie al patrimonio di memorie, al retaggio culturale di usi e costumi, all'attaccamento a un certo "modo di essere" e per i principi che lo governano. Questo è quello che costituirebbe la fonte della solidità di un paese.
La questione, qui, è che i punti fermi dell'Occidente stanno franando. Insistere per gestire e controllare il discorso (per dirla con Michel Foucault) mantenendolo all'interno di un'ideologia politica strettamente delimitata attira adesso un pubblico disprezzo -e negli Stati Uniti anche manifestazioni di piazza- che si dirigono contro i media sociali e contro costituitivi del mainstream mediatico come la CNN. Insomma, più le parole d'ordine del caposaldo della diversità vengono imposte negli USA, e maggiore è la ripulsa popolare che incontrano, a quanto sembra.
I siti che si oppongono a questa "correttezza" stanno attirando un pubblico molto più vasto di quelli che la promuovono. Ma non è tutto qui. Anzi, non è neppure la metà. I capisaldi stanno cedendo su vari fronti, con ampie e probabilmente burrascose conseguenze.


Il caos in politica estera

Il settore in cui questo è più evidente è quello della politica estera in generale e della politica mediorientale in particolare. Il mainstream mediatico se ne è occupato poco, ma stando a certi resoconti il Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ancora una volta non è riuscito a presentare alcun argomento convincente su come l'AmeriKKKa potrebbe in qualche modo vincere in Afghanistan, anche con un sostanziale incremento della forza militare come auspicherebbe il consigliere per la Sicurezza Nazionale H.R. McMaster. La guerra in Afghanistan è stata una guerra lunga e nessuno ne trarrà un esito soddisfacente, anzi. E questo è da molto tempo chiaro per quasi tutti coloro che ne hanno seguito le vicende.
In secondo luogo, Hezbollah ha cacciato in pochi giorni Al Qaeda dalla enclave di Arsal nel Libano del nord. Il Libano confina con la Siria, proprio come vi confina l'Iraq, che della Siria è alleato. Facilitati dallo shock provocato sugli insorti dalle notizie sulla fine della fornitura di armi da parte della CIA e delle paghe passate ad alcuni (non a tutti) gruppi di insorti, l'Esercito Arabo Siriano e i suoi alleati stanno rapidamente rioccupando il territorio dello stato siriano. Sembra che gli USA siano arrivati alla conclusione che in Siria l'AmeriKKKa non ha nulla da guadagnare e che con la caduta di Raqqa e la sconfitta dello Stato Islamico la Casa Bianca può ritenere a buona ragione che gli obiettivi degli USA sono stati raggiunti.
In terzo luogo, il popolo iracheno ha subito una trasformazione significativa. La brutalità dello Stato Islamico e il totalitarismo ideologico nel Nord del paese lo hanno mobilitato e radicalizzato, e l'Iraq è oggi un paese in trasformazione. Anche il panorama politico cambierà: gli sciiti iracheni stanno prendendo coscienza del loro rafforzamento.
Il governo (che è impopolare) e la leadership religiosa, la Hauza rispettata ma oggi minata dall'età, devono per forza vedersela con questa nuova ondata di mobilitazione popolare. Questi profondi mutamenti di tendenza già si riflettono sul posizionamento strategico di un Iraq che si sta avvicinando alla Russia (si veda l'acquisto dei carri armati russi T90), alla Siria e all'Iran. La spina dorsale del Medio Oriente sta rafforzandosi, certo, ma seguendo un'altra strada.
Questo mutamento del clima può determinare anche il futuro dell'Islam sunnita. La maggior parte dei sunniti iracheni ha provato repulsione e disgusto davanti agli eccessi del Da'ish wahabita, al pari dei siriani di ogni confessione. I cittadini sunniti di Mossul, adesso liberi di raccontare la loro esperienza, hanno raccontato ai loro compatrioti iracheni (così mi è stato riferito) della perenne rabbia per le decapitazioni del clero sunnita della zona da parte dello Stato Islamico: c'erano state lamentele per il comportamento non conforme all'Islam di jihadisti stranieri parte del Da'ish a Mossul. Quella dell'Islam venuto dal Najd è stata una brutta esperienza, che alla fine avrà conseguenze sull'Arabia Saudita e sui suoi vertici -ferocemente odiati oggi in Iraq- oltre che sull'AmeriKKKa che dell'Arabia Saudita è un alleato stretto.
Insomma, i punti fermi della politica mediorientale dell'Europa e degli USA stanno collassando, ed è in crisi anche il baluardo presieduto dal Consiglio per la Cooperazione nel Golfo. Per quanto riguarda la Siria, lo starnazzare dei "falchi" esasperati risuona in tutto l'Occidente.
Ovviamente ci saranno delle conseguenze. Lo stato sionista asserirà minaccioso che "non può rimanere impassibile" mentre Hezbollah e l'Iran si acquartierano sulla linea armistiziale nel Golan, e magari cercherà di mettere alla prova la Russia come garante della zona di de-escalation militare nel sud ovest della Siria. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è particolarmente irritato perché lo stato sionista è stato messo fuori dai giochi in Siria ad opera del Presidente russo Putin: la speranza di creare un cordone sanitario sotto controllo sionista all'interno del sud ovest siriano è stata frustrata. Lo stato sionista e i suoi alleati adesso faranno forti pressioni sugli USA perché per rappresaglia si argini l'Iran in maniera punitiva.
Il nuovo reggente saudita, principe della corona Mohammed bin Salman detto MbS, costituisce un altro elemento imprevedibile e volatile in questo miscuglio. Nonostante ciò, il Pentagono sa bene che gran parte della spacconeria sionista nei confronti dell'Iran non è altro che un bluff. Lo stato sionista, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti non hanno alcuna capacità di sfidare l'Iran così, da un giorno all'altro, senza il pieno sostegno dell'AmeriKKKa.


Vacillano i punti fermi dell'economia

Quello della politica economica è un altro bastione sempre più vacillante. Sembra che la convinzione diffusa fra alcuni leader del mercato secondo cui i valori azionari non possono salire all'infinito, retti da un oceano di liquidità e da tassi di interesse vicino allo zero, che significano volatilità vicina allo zero e scambi a senso unico, che hanno fatto somigliare i mercati ad una sorta di barca sovraffollata e sul punto di rovesciarsi, dal momento che tutti i passeggeri sono corsi a sistemarsi su un unico lato.
Alcuni fra quanti partecipano ai mercati sembrano convinti che i governatori delle banche centrali non avranno mai il coraggio di alzare i tassi o di  far deperire i propri bilanci, mandando in bestia i mercati. Tutti costoro, che fino a qualche tempo fa erano forse la maggioranza, credono che questa barca fatta di bassa inflazione e di bassi tassi di interesse continuerà a stare a galla praticamente a tempo indeterminato, magari con l'aiuto di un'altra ventina o cinquantina di migliaia di miliardi di quantitative easing, detto QE.
La questione è tutt'altro che nuova, ma in questi ultimi tempi un considerevole numero di responsabili della finanza di alto livello e anche alcuni banchieri delle banche centrali hanno scandito ammonimenti tombali sul conto delle alte sopravvalutazioni dei valori finanziari, sulle sacche di debiti sub-prime che stanno tornando a galla (i prestiti per le automobili) e i livelli del rapporto fra debito interno e prodotto interno lordo sia a livello individuale che a livello pubblico che stanno salendo oltre i valori della crisi del 2008.
Il debito globale ha superato cinquecentosessantottomila miliardi; il 46% in più rispetto alla crisi del 2008. Adesso vale il 327% del prodotto mondiale. Una massa critica di opinionisti finanziari esperti sembra se ne sia accorta. Essi contrappongono questa problematica distorsione monetaria e dei mercati alla prospettiva che un tetto al debito USA tagli nell'immediato futuro le gambe alle spese del governo federale, e alla probabilità che un Congresso profondamente minato dai conflitti e interessato da fenomeni di polarizzazione in entrambi gli schieramenti principali non potrà né approvare un bilancio, né portare alla "reflazione" vagheggiata da Trump, né varae una campagna significativa per la ricostruzione di infrastrutture.
Il loro timore è che esista una significativa percentuale di membri del Congresso e di senatori, in entrambi i partiti, talmente ostili a Trump da volerne vedere volentieri la rovina, anche a prezzo di una crisi economica. O che temono che se anche venisse approvato qualche provvedimento per stimolare l'economia, le banche centrali toglierebbero troppo velocemente ai mercati la massa di liquidità offerta loro. In un modo o nell'altro vedono tutti gravi rischi per quest'anno e per il 2018.
In breve, non solo la politica estera ma anche la politica finanziaria potrebbe trovarsi ostaggio della dissoluzione dei capisaldi della politica statunitense con tutto quello che ne consegue, ovvero la mancanza di quell'organismo efficiente, centralizzato e portatore di coesione che il governo ameriKKKano è stato e per come esso era noto fin dalla seconda guerra mondiale.


Invitare al rifiuto

Ed eccoci di nuovo all'ininfluente aneddoto citato all'inizio, su Facebook che cerca di rifondare il caposaldo narrativo secondo cui la scelta del genere apparterrebbe in maniera indiscutibile alle "categorie tutelate". Il problema è che questo caposaldo non regge. Più ci prova, più si fa ribadire, più rifiuti deliberati esso ottiene.
In maniera analoga, lo starnazzare dei falchi che invocano il ripristino dei vecchi caposaldi della politica secondo cui armare, addestrare e pagare jihadisti wahabiti per massacrare centomila soldati siriani (sunniti in molti casi, se non nella maggioranza) costituisce una tutela degli interessi ameriKKKani non regge più. Si consideri ad esempio David Stockman, il suo Bravo Trump, per quel tweet che ha messo sottosopra il partito della guerra (Trump: "Lo Amazon Washington Post ha distorto i fatti in merito alle mie ultime massicce, pericolose e sprecate elargizioni ai ribelli siriani che combattono Assad...").
La tiritera secondo cui si rimedia al troppo debito aggiungendovi altro debito, e che il conseguente crescere dell'inflazione andrebbe ben accolto in quanto mera conferma del fatto che è in atto proprio un recupero dell'economia, non regge più neanch'essa. Anche questo modo di intendere le cose è adesso oggetto di aspra disputa.
Persino i banchieri della banca centrale adesso si preoccupano dell'inflazione da loro stessi agevolata, ma si preoccupano anche di più delle conseguenze che potrebbe avere un qualunque tentativo di farle fronte. Stanno fra l'incudine e il martello.
Dove andremo a finire? Magari l'angoscia per le batoste subìte dagli USA in politica estera continuerà a dispiegarsi per l'intera estate, ma in autunno magari in USA ci sarà meno bramosia -o meno attenzione- per le iniziative in politica estera intanto che si avvicina l'inverno dell'economia. Nel peggiore dei casi il tumultuoso incombere del conflitto interno potrebbe anche far sembrare allettante l'idea di un'iniziativa in politica estera, che sarebbe un benvenuto diversivo rispetto alle preoccupazioni economiche.
In questo momento la retorica statunitense sta usando l'Iran e la Corea del Nord come sacche da boxe. Nessuno dei due tuttavia andrebbe considerato come un candidato per una qualche distrazione. Essi rappresentano piuttosto delle potenziali nemesi.
E per le preoccupazioni economiche, non servirebbe tanto un quarto quantitative easing, ma forse una qualche chiamata diretta a un ripianamento del deficit con una pioggia di denaro. Insomma, si dovrebbe usare denaro fresco di stampa per finanziare direttamente le spese federali. Ah, nella sua attività Trump non è mai rifuggito dai debiti.
Si dice spesso che le condizioni monetarie di questo periodo sono eccezionali e prive di precedenti. Tuttavia la storia degli assignat francesi degli anni successivi al 1790 può fornire qualche suggerimento. Nonostante la massiccia creazione di denaro, Andrew White, nel suo Fiat Money Inflation in France pubblicato nel 1896 afferma che "anche se è cresciuto l'ammontare della moneta cartacea, la ricchezza è sensibilmente diminuita. Nonostante tutte queste emissioni di carta le attività commerciali sono cresciute in modo sempre più stentato. L'impresa è rimasta congelata e gli affari hanno ristagnato sempre di più".
Infine è bene ssere chiari. Trump senza dubbio sta agevolando la dissoluzione dei capisaldi dello establishment, e questo era in fondo il suo obiettivo dichiarato. Solo che questo non sta accadendo grazie a lui. Si tratta di un evento che era già in corso: Trump se n'è accorto e si è messo a cavalcare l'onda al momento giusto.