04 agosto 2017

Il declino della supremazia militare statunitense: due articoli.

1) La fine del ‘nuovo secolo americano’ pronunciata dal Pentagono da Selva Blog. 

Wayne Madsen Strategic Culture Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ama rilasciare rapporti, molti dei quali contengono grande quantità di gergo e astrusità del Pentagono. Ma una recente relazione, pur non mancando del tipico esoterismo, contiene un messaggio chiaro e inequivocabile.
Il progetto neoconservatore del “Nuovo secolo
americano”, che ha visto gli Stati Uniti impelagarsi in Iraq e Afghanistan, nonché nell’”infinita guerra mondiale al terrorismo”, è morto e sepolto.


Un rapporto dell’USAWC (United States War College), intitolato “A nostro rischio: valutazione del rischio del DoD in un mondo post-primazia”, turba la Beltway di Washington e oltre. Il rapporto, redatto dall’Istituto di Studi Strategici dell’esercito (SSI) e dalla squadra dell’USAWC guidata dal professor Nathan Freier, afferma di “non riflettere necessariamente la politica ufficiale o la posizione del dipartimento dell’Esercito e della Difesa o del governo degli Stati Uniti”.

È dubbio che la relazione, sponsorizzata dallo Stato Maggiore riunito del Pentagono, verrebbe commissionata se il Pentagono non vedesse la necessità di prepararsi alla fine del dominio militare unipolare degli USA, vigente dalla fine della guerra fredda. Il rapporto post-primazia ha avuto il contributo di dipartimento della Difesa e Comunità d’Intelligence degli Stati Uniti, tra cui Stati Maggiori Riuniti, Comando Centrale degli USA (USCENTCOM), Comando Operazioni Speciali degli USA (USSOCOM) e Ufficio del Direttore dell’Instelligence Nazionale (ODNI), tutti attori cruciali per la rinnovata strategia militare statunitense.

Affinché nessuno creda che il rapporto rappresenti il nuovo modo di pensare dall’amministrazione di Donald Trump, va sottolineato che la stesura e preparazione della relazione iniziò nel luglio 2016, sei mesi prima della fine dell’amministrazione Obama. La relazione era un requisito finanziato per il bilancio annuale di Obama del 2017 per il Pentagono.
La relazione individua cinque componenti chiave della strategia post-primazia degli Stati Uniti:

– iperconnessione e armonizzazione delle informazioni, della disinformazione e della disaffezione (questo si è già visto con la decisione di separare il Cyber Command degli USA dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale consentendo ai “cyber-guerrieri” dello “spazio” extra-costituzionale di attuare operazioni da guerra dell’informazione con offensive contro militari e civili).
– situazione di rapida fine dello status quo post-guerra fredda.
– proliferazione, diversificazione e atomizzazione di una resistenza efficace agli Stati Uniti.
– ritorno, anche se mutato, della concorrenza di grandi potenze.
 dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria.

 

L’accettazione del Pentagono della “rapida fine dello status quo post-guerra fredda” è forse la più importante comprensione del cambio di status di una superpotenza da quando il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”.

Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Costa della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn.

Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari. La relazione afferma che “le considerazioni di un avvio non vanno limitate ai combattimenti combinati convenzionali”. È solo la punta dell’iceberg per i cyber-combattenti, che vedrebbero le proprie capacità aumentate relegando il combattimento militare. Il rapporto afferma inoltre che il DoD “non può più, come in passato, ottenere automaticamente una superiorità militare locale coerente e continua”.

 In altre parole, dimenticate una risposta militare statunitense come l’operazione Desert Shield che vide il massiccio trasferimento di forze militati statunitensi in Arabia Saudita prima della riconquista del Quwayt e dell’invasione dell’Iraq nel 1991.

Il Pentagono vede alcuni rischi internazionali come accettabili se possono essere gestiti. Questa riduzione dei rischi sembra essere incentrata sulla minaccia dei missili balistici nucleari ed intercontinentali nordcoreani. La relazione afferma che gli Stati Uniti dovrebbero evitare “obiettivi politici che si dimostrano troppo ambiziosi o inattuabili nella pratica. La sconfitta militare statunitense della Corea democratica sarebbe possibile solo dopo lo sterminio di militari sudcoreani e statunitensi e di civili della Corea del Sud”. Rimarcando come la sconfitta militare della Corea democratica sia “troppo ambiziosa” e “irraggiungibile” per gli USA.

Portaerei USA R. Reagan
La relazione sottolinea inoltre che vi sono “costi proibitivi” per certe politiche militari.

Gli autori osservano come la dottrina militare statunitense indichi “obiettivi che alla fine si dimostrano poco più che vittorie di Pirro”. Un chiaro riferimento ai timori e alle “false vittorie” in precedenza annunciate da Stati Uniti e alleati in Iraq e Afghanistan, vittorie di Pirro nel vero senso della parola. Un membro del gruppo di studio post-primazia ha sconvolto i colleghi dicendo che è probabile che gli Stati Uniti siano sconfitti in alcuni scontri militari. Lo spettro “possiamo perdere” ha aiutato a portare alle conclusioni della relazione, tra cui la possibilità che “vulnerabilità, erosione o anche perdita del presunto vantaggio militare statunitense verso le maggiori sfide nella difesa”, dovrebbe essere presa sul serio e la “ristrutturazione volatile degli affari internazionali della sicurezza appare sempre più contraria a una leadership statunitense imbattibile”.

L’emergere della Cina a potenza militare mondiale e il ritorno della Russia a potenza militare sono i casi in questione. L’allontanamento della Turchia dall’Europa secondo una visione del mondo “eurasiatica” e “pan-turca”, aggiunge la nazione della NATO nella crescente lista dei potenziali avversari degli statunitensi. Questi e altri sviluppi sono visti dai pianificatori post-primazia come parte del “ritorno, mutato, della concorrenza tra grandi potenze”.

Il team di studio del Pentagono vede chiaramente anche la “dissoluzione violenta o distruttiva della coesione politica e identitaria” come spartiacque per alterare l’era post-guerra fredda e post-11 settembre, che videro il dominio degli Stati Uniti sugli affari militari e economici mondiali.

Il successo del referendum Brexit che ha visto il Regno Unito votare l’abbandono dell’Unione europea, nonché il sostegno popolare all’indipendenza di Scozia e Catalogna sono visti dal Pentagono come “dissoluzione della coesione politica ed identitaria”. Mentre nelle precedenti relazioni il Pentagono avrebbe suggerito come contrastare tale “disgregazione” con una risposta militare e contro-insurrezionale, nel mondo post-primazia, il Pentagono chiede solo la gestione del rischio, lungi dal rumore di sciabole che si susseguono ai tamburi di guerra, come in Libia e Siria, Somalia e Panama.

Il rapporto post-primazia riconosce che la politica militare degli Stati Uniti dopo l’11 settembre non è più praticabile né fattibile. Questa politica, espressa dalla Revisione della Difesa Quadriennale (QDR) del 2001, dichiarava: “la fondazione di un mondo pacifico… si basa sulla capacità delle forze armate statunitensi di mantenere un margine sostanziale di vantaggio militare rispetto agli altri. Gli Stati Uniti usano questo vantaggio non per dominare gli altri, ma… per dissuadere nuove competizioni militari operative o geografiche o gestirle se accade”. Quei giorni sono finiti con Cina e Russia, insieme a Turchia, Iran, Germania, Francia e India che formano “i nuovi concorrenti operativi militari”. Gli Stati Uniti non possono “gestirli”, per cui Washington dovrà decidere come convivere con il “rischio”.

Gli autori del rapporto ritengono che “lo status quo curato e alimentato dagli strateghi statunitensi dalla Seconda guerra mondiale e che per decenni fu il principale “punto” del DoD non solo si blocca, ma può anche crollare. Di conseguenza, il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e il loro approccio ad esso possono cambiare radicalmente”. Questa è una visione cauta dello status attuale degli affari mondiali, senza il jingoismo spesso sentito nella Casa Bianca di Trump e dai membri di destra del Congresso degli Stati Uniti.

Le raccomandazioni post-primazia vedono la principale priorità degli Stati Uniti nella protezione del proprio territorio: “Proteggere il territorio, le persone, le infrastrutture e le proprietà statunitensi da gravi danni”. La seconda priorità è “garantire l’accesso alle comunità globali, alle regioni strategiche, ai mercati e alle risorse”. Ciò includerebbe tenere aperte rotte marittime e aeree al commercio degli Stati Uniti.

Gli autori della relazione concordano con la dichiarazione della prima ministra inglese Theresa May a Filadelfia il 26 gennaio 2017, sei giorni dopo la nomina di Donald Trump: “i giorni della Gran Bretagna e degli USA che intervengono nei Paesi sovrani nel tentativo di rifare il mondo a nostra immagine è finita… il Regno Unito interverrà solo nel caso di interessi nazionali… Le nazioni sono responsabili delle proprie popolazioni e i loro poteri derivano dal consenso dei governati, e possono scegliere di aderire ad organizzazioni internazionali, cooperare o commerciare con chi desiderano”. C’è un messaggio chiaro nel rapporto sulla “post-primazia” del Pentagono. I giorni in cui le “dubbie” coalizioni guidate dagli Stati Uniti avviavano azioni militari unilaterali, sono finiti.
Fonte: Strategic Culture
Traduzione di Alessandro Lattanzio




2) Alastair Crooke - Il crollo di alcuni capisaldi statunitensi, da Io non sto con Oriana. 

Traduzione da Consortium News28 luglio 2017.

Facebook è l'icona di chi crede in certi punti fermi. Poco tempo fa ha scritto a uno dei siti della "destra alternativa" statunitense informandolo del fatto che vari post da esso curati dovevano essere rimossi immediatamente o sarebbero stati cancellati.
riferimenti offensivi erano la parola "travelli" per indicare i transgender, e la parola "travestiti." Il messaggio scritto da Facebook suggeriva inoltre che l'identità di genere costituisse una "caratteristica protetta" su base legale, cosa che non è vera, e che riferirsi ai transgender definendoli "travelli" poteva essere considerato "istigazione all'odio", ovvero un illecito penale.
In sé è una questione di rilevanza nulla, non fosse per il fatto che è un perfetto esempio della discussa visione delle cose che ingloba la società civile statunitense di oggi. Da una parte c'è l'idea secondo cui la diversità, l'orientamento sessuale liberamente scelto e il diritto all'identità si traducano sul piano sociale in coesione e solidità. Dall'altra invece c'è l'idea di cui è esempio Pat Buchanan: un paese, ivi compresi i nuovi arrivati, sta insieme per lo più grazie al patrimonio di memorie, al retaggio culturale di usi e costumi, all'attaccamento a un certo "modo di essere" e per i principi che lo governano. Questo è quello che costituirebbe la fonte della solidità di un paese.
La questione, qui, è che i punti fermi dell'Occidente stanno franando. Insistere per gestire e controllare il discorso (per dirla con Michel Foucault) mantenendolo all'interno di un'ideologia politica strettamente delimitata attira adesso un pubblico disprezzo -e negli Stati Uniti anche manifestazioni di piazza- che si dirigono contro i media sociali e contro costituitivi del mainstream mediatico come la CNN. Insomma, più le parole d'ordine del caposaldo della diversità vengono imposte negli USA, e maggiore è la ripulsa popolare che incontrano, a quanto sembra.
I siti che si oppongono a questa "correttezza" stanno attirando un pubblico molto più vasto di quelli che la promuovono. Ma non è tutto qui. Anzi, non è neppure la metà. I capisaldi stanno cedendo su vari fronti, con ampie e probabilmente burrascose conseguenze.


Il caos in politica estera

Il settore in cui questo è più evidente è quello della politica estera in generale e della politica mediorientale in particolare. Il mainstream mediatico se ne è occupato poco, ma stando a certi resoconti il Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ancora una volta non è riuscito a presentare alcun argomento convincente su come l'AmeriKKKa potrebbe in qualche modo vincere in Afghanistan, anche con un sostanziale incremento della forza militare come auspicherebbe il consigliere per la Sicurezza Nazionale H.R. McMaster. La guerra in Afghanistan è stata una guerra lunga e nessuno ne trarrà un esito soddisfacente, anzi. E questo è da molto tempo chiaro per quasi tutti coloro che ne hanno seguito le vicende.
In secondo luogo, Hezbollah ha cacciato in pochi giorni Al Qaeda dalla enclave di Arsal nel Libano del nord. Il Libano confina con la Siria, proprio come vi confina l'Iraq, che della Siria è alleato. Facilitati dallo shock provocato sugli insorti dalle notizie sulla fine della fornitura di armi da parte della CIA e delle paghe passate ad alcuni (non a tutti) gruppi di insorti, l'Esercito Arabo Siriano e i suoi alleati stanno rapidamente rioccupando il territorio dello stato siriano. Sembra che gli USA siano arrivati alla conclusione che in Siria l'AmeriKKKa non ha nulla da guadagnare e che con la caduta di Raqqa e la sconfitta dello Stato Islamico la Casa Bianca può ritenere a buona ragione che gli obiettivi degli USA sono stati raggiunti.
In terzo luogo, il popolo iracheno ha subito una trasformazione significativa. La brutalità dello Stato Islamico e il totalitarismo ideologico nel Nord del paese lo hanno mobilitato e radicalizzato, e l'Iraq è oggi un paese in trasformazione. Anche il panorama politico cambierà: gli sciiti iracheni stanno prendendo coscienza del loro rafforzamento.
Il governo (che è impopolare) e la leadership religiosa, la Hauza rispettata ma oggi minata dall'età, devono per forza vedersela con questa nuova ondata di mobilitazione popolare. Questi profondi mutamenti di tendenza già si riflettono sul posizionamento strategico di un Iraq che si sta avvicinando alla Russia (si veda l'acquisto dei carri armati russi T90), alla Siria e all'Iran. La spina dorsale del Medio Oriente sta rafforzandosi, certo, ma seguendo un'altra strada.
Questo mutamento del clima può determinare anche il futuro dell'Islam sunnita. La maggior parte dei sunniti iracheni ha provato repulsione e disgusto davanti agli eccessi del Da'ish wahabita, al pari dei siriani di ogni confessione. I cittadini sunniti di Mossul, adesso liberi di raccontare la loro esperienza, hanno raccontato ai loro compatrioti iracheni (così mi è stato riferito) della perenne rabbia per le decapitazioni del clero sunnita della zona da parte dello Stato Islamico: c'erano state lamentele per il comportamento non conforme all'Islam di jihadisti stranieri parte del Da'ish a Mossul. Quella dell'Islam venuto dal Najd è stata una brutta esperienza, che alla fine avrà conseguenze sull'Arabia Saudita e sui suoi vertici -ferocemente odiati oggi in Iraq- oltre che sull'AmeriKKKa che dell'Arabia Saudita è un alleato stretto.
Insomma, i punti fermi della politica mediorientale dell'Europa e degli USA stanno collassando, ed è in crisi anche il baluardo presieduto dal Consiglio per la Cooperazione nel Golfo. Per quanto riguarda la Siria, lo starnazzare dei "falchi" esasperati risuona in tutto l'Occidente.
Ovviamente ci saranno delle conseguenze. Lo stato sionista asserirà minaccioso che "non può rimanere impassibile" mentre Hezbollah e l'Iran si acquartierano sulla linea armistiziale nel Golan, e magari cercherà di mettere alla prova la Russia come garante della zona di de-escalation militare nel sud ovest della Siria. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è particolarmente irritato perché lo stato sionista è stato messo fuori dai giochi in Siria ad opera del Presidente russo Putin: la speranza di creare un cordone sanitario sotto controllo sionista all'interno del sud ovest siriano è stata frustrata. Lo stato sionista e i suoi alleati adesso faranno forti pressioni sugli USA perché per rappresaglia si argini l'Iran in maniera punitiva.
Il nuovo reggente saudita, principe della corona Mohammed bin Salman detto MbS, costituisce un altro elemento imprevedibile e volatile in questo miscuglio. Nonostante ciò, il Pentagono sa bene che gran parte della spacconeria sionista nei confronti dell'Iran non è altro che un bluff. Lo stato sionista, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti non hanno alcuna capacità di sfidare l'Iran così, da un giorno all'altro, senza il pieno sostegno dell'AmeriKKKa.


Vacillano i punti fermi dell'economia

Quello della politica economica è un altro bastione sempre più vacillante. Sembra che la convinzione diffusa fra alcuni leader del mercato secondo cui i valori azionari non possono salire all'infinito, retti da un oceano di liquidità e da tassi di interesse vicino allo zero, che significano volatilità vicina allo zero e scambi a senso unico, che hanno fatto somigliare i mercati ad una sorta di barca sovraffollata e sul punto di rovesciarsi, dal momento che tutti i passeggeri sono corsi a sistemarsi su un unico lato.
Alcuni fra quanti partecipano ai mercati sembrano convinti che i governatori delle banche centrali non avranno mai il coraggio di alzare i tassi o di  far deperire i propri bilanci, mandando in bestia i mercati. Tutti costoro, che fino a qualche tempo fa erano forse la maggioranza, credono che questa barca fatta di bassa inflazione e di bassi tassi di interesse continuerà a stare a galla praticamente a tempo indeterminato, magari con l'aiuto di un'altra ventina o cinquantina di migliaia di miliardi di quantitative easing, detto QE.
La questione è tutt'altro che nuova, ma in questi ultimi tempi un considerevole numero di responsabili della finanza di alto livello e anche alcuni banchieri delle banche centrali hanno scandito ammonimenti tombali sul conto delle alte sopravvalutazioni dei valori finanziari, sulle sacche di debiti sub-prime che stanno tornando a galla (i prestiti per le automobili) e i livelli del rapporto fra debito interno e prodotto interno lordo sia a livello individuale che a livello pubblico che stanno salendo oltre i valori della crisi del 2008.
Il debito globale ha superato cinquecentosessantottomila miliardi; il 46% in più rispetto alla crisi del 2008. Adesso vale il 327% del prodotto mondiale. Una massa critica di opinionisti finanziari esperti sembra se ne sia accorta. Essi contrappongono questa problematica distorsione monetaria e dei mercati alla prospettiva che un tetto al debito USA tagli nell'immediato futuro le gambe alle spese del governo federale, e alla probabilità che un Congresso profondamente minato dai conflitti e interessato da fenomeni di polarizzazione in entrambi gli schieramenti principali non potrà né approvare un bilancio, né portare alla "reflazione" vagheggiata da Trump, né varae una campagna significativa per la ricostruzione di infrastrutture.
Il loro timore è che esista una significativa percentuale di membri del Congresso e di senatori, in entrambi i partiti, talmente ostili a Trump da volerne vedere volentieri la rovina, anche a prezzo di una crisi economica. O che temono che se anche venisse approvato qualche provvedimento per stimolare l'economia, le banche centrali toglierebbero troppo velocemente ai mercati la massa di liquidità offerta loro. In un modo o nell'altro vedono tutti gravi rischi per quest'anno e per il 2018.
In breve, non solo la politica estera ma anche la politica finanziaria potrebbe trovarsi ostaggio della dissoluzione dei capisaldi della politica statunitense con tutto quello che ne consegue, ovvero la mancanza di quell'organismo efficiente, centralizzato e portatore di coesione che il governo ameriKKKano è stato e per come esso era noto fin dalla seconda guerra mondiale.


Invitare al rifiuto

Ed eccoci di nuovo all'ininfluente aneddoto citato all'inizio, su Facebook che cerca di rifondare il caposaldo narrativo secondo cui la scelta del genere apparterrebbe in maniera indiscutibile alle "categorie tutelate". Il problema è che questo caposaldo non regge. Più ci prova, più si fa ribadire, più rifiuti deliberati esso ottiene.
In maniera analoga, lo starnazzare dei falchi che invocano il ripristino dei vecchi caposaldi della politica secondo cui armare, addestrare e pagare jihadisti wahabiti per massacrare centomila soldati siriani (sunniti in molti casi, se non nella maggioranza) costituisce una tutela degli interessi ameriKKKani non regge più. Si consideri ad esempio David Stockman, il suo Bravo Trump, per quel tweet che ha messo sottosopra il partito della guerra (Trump: "Lo Amazon Washington Post ha distorto i fatti in merito alle mie ultime massicce, pericolose e sprecate elargizioni ai ribelli siriani che combattono Assad...").
La tiritera secondo cui si rimedia al troppo debito aggiungendovi altro debito, e che il conseguente crescere dell'inflazione andrebbe ben accolto in quanto mera conferma del fatto che è in atto proprio un recupero dell'economia, non regge più neanch'essa. Anche questo modo di intendere le cose è adesso oggetto di aspra disputa.
Persino i banchieri della banca centrale adesso si preoccupano dell'inflazione da loro stessi agevolata, ma si preoccupano anche di più delle conseguenze che potrebbe avere un qualunque tentativo di farle fronte. Stanno fra l'incudine e il martello.
Dove andremo a finire? Magari l'angoscia per le batoste subìte dagli USA in politica estera continuerà a dispiegarsi per l'intera estate, ma in autunno magari in USA ci sarà meno bramosia -o meno attenzione- per le iniziative in politica estera intanto che si avvicina l'inverno dell'economia. Nel peggiore dei casi il tumultuoso incombere del conflitto interno potrebbe anche far sembrare allettante l'idea di un'iniziativa in politica estera, che sarebbe un benvenuto diversivo rispetto alle preoccupazioni economiche.
In questo momento la retorica statunitense sta usando l'Iran e la Corea del Nord come sacche da boxe. Nessuno dei due tuttavia andrebbe considerato come un candidato per una qualche distrazione. Essi rappresentano piuttosto delle potenziali nemesi.
E per le preoccupazioni economiche, non servirebbe tanto un quarto quantitative easing, ma forse una qualche chiamata diretta a un ripianamento del deficit con una pioggia di denaro. Insomma, si dovrebbe usare denaro fresco di stampa per finanziare direttamente le spese federali. Ah, nella sua attività Trump non è mai rifuggito dai debiti.
Si dice spesso che le condizioni monetarie di questo periodo sono eccezionali e prive di precedenti. Tuttavia la storia degli assignat francesi degli anni successivi al 1790 può fornire qualche suggerimento. Nonostante la massiccia creazione di denaro, Andrew White, nel suo Fiat Money Inflation in France pubblicato nel 1896 afferma che "anche se è cresciuto l'ammontare della moneta cartacea, la ricchezza è sensibilmente diminuita. Nonostante tutte queste emissioni di carta le attività commerciali sono cresciute in modo sempre più stentato. L'impresa è rimasta congelata e gli affari hanno ristagnato sempre di più".
Infine è bene ssere chiari. Trump senza dubbio sta agevolando la dissoluzione dei capisaldi dello establishment, e questo era in fondo il suo obiettivo dichiarato. Solo che questo non sta accadendo grazie a lui. Si tratta di un evento che era già in corso: Trump se n'è accorto e si è messo a cavalcare l'onda al momento giusto. 




Otto principi fondamentali della politica economica cinese contemporanea

Da Giù le mani dalla Cina.

Il rapido sviluppo economico della Cina negli ultimi anni è stato spesso definito con aggettivi quali “miracoloso” [1]. Parlare di un “Beijing Consensus” o di un “modello cinese” è diventata ormai prassi comune nei dibattiti accademici.
Ma, come abbiamo scritto altrove, “forti problemi teorici sono iniziati ad emergere per quanto riguarda l’esistenza, il contenuto, e le prospettive del modello Cina” [2]. La domanda chiave, quindi, è la seguente: quale tipo di teoria economica e quale strategia sono alla base di questo “miracolo”? Il modello cinese è stato variamente descritto, alternativamente, come una forma di neoliberismo, o come un nuovo tipo di keynesismo. Riteniamo che i grandi progressi recenti registrati nello sviluppo del paese siano i risultati dei progressi teorici nel campo dell’Economia Politica, verificatisi all’interno dello stesso contesto cinese; al contrario, i principali problemi che hanno accompagnato lo sviluppo della Cina riflettono l’influenza dannosa del neoliberismo occidentale.
Il presidente Xi Jinping ha sottolineato la necessità di sostenere e sviluppare una politica economica Marxiana per il XXI secolo, adattata alle esigenze e alle risorse della Cina. Il bollettino di una conferenza sullo stato dell’Economia cinese del Comitato Centrale del Partito Comunista (tenutasi nel Dicembre 2015), ha riaffermato, di conseguenza, l’importanza degli otto grandi principi della “Economia Politica Socialista con Caratteristiche Cinesi”.
Questi principi e le loro applicazioni sono discussi nel seguito, insieme ad alcuni commenti sulle possibili interpretazioni, attualmente oggetto di dibattito intellettuali cinesi.
Scopo di questo articolo è quello di chiarire il modello teorico ufficiale che sta alla base del “miracolo” economico cinese, utilizzando, a tal fine, i termini e i concetti prevalenti nella Cina odierna.
1. Sostenibilità guidata da Scienza e Tecnologia
Una premessa fondamentale delle teorie di economia politica elaborate da Marx sostiene che le forze di produzione, in ultima analisi, determinano i rapporti di produzione, dando origine ad una dialettica costante che modella la sovrastruttura dell’ideologia e delle istituzioni giuridiche e politiche. Allo stesso tempo, i rapporti di produzione che prevalgono in un determinato stadio di sviluppo finiscono per diventare vincoli che impediscono l’ulteriore sviluppo di altre modalità produttive. All’interno di questo processo le forze di produzione rappresentano gli elementi più dinamici, rivoluzionari e attivi della società; gli esseri umani che sviluppano costantemente le tecnologie più avanzate e nuove modalità organizzative rappresentano la forza motrice della produzione. Oggi lo sviluppo della produttività comporta tre elementi essenziali sostanziali: la forza-lavoro, gli strumenti ed i macchinari, i materiali. A questi si accompagnano tre ulteriori elementi fortemente interrelati: la scienza e la tecnologia, la gestione, l’istruzione. Tra questi, la scienza e la tecnologia tendono a guidare i cambiamenti decisivi che portano all’ulteriore sviluppo delle forze di produzione.
Il principio della sostenibilità, ispirato dalla scienza e dalla tecnologia, è fondamentale nello studio della politica economica della Cina. Questo principio enfatizza il fatto che la liberazione e lo sviluppo delle forze di produzione costituiscano la missione principale del Socialismo nei suoi stadi primari. Come modello economico, il Socialismo richiede un certo livello di sviluppo materiale e tecnologico alla sua base. Questo principio sottolinea che la crescita della popolazione, lo sfruttamento e l’allocazione delle risorse, l’ambiente debbano sostenersi a vicenda. In pratica, secondo il quadro economico-politico ufficiale della Cina, questo significa la costruzione di una società dalle tre caratteristiche fondamentali: una società qualitativamente avanzata,  da raggiungere attraverso il controllo e la riduzione della popolazione; una società efficientemente avanzata, cui pervenire attraverso la conservazione delle risorse;  una società in cui l’ambiente sia protetto e tutelato. Tutto ciò richiede continua innovazione come forza motrice.
L’accento sull’innovazione sostenibile è particolarmente importante oggi. Storicamente, il “collo di bottiglia” che ha limitato lo sviluppo economico e sociale cinese è stato rappresentato dalla carenza di forze motrici dell’innovazione. Dal 1998 al 2003, la produzione di alta tecnologia della Cina non solo dipendeva in larga misura da materiali importati, ma è stata anche in gran parte gestita da imprese e da investitori stranieri. Ad esempio, nel 2003, le imprese cinesi dipendenti da investimenti stranieri rappresentavano circa il 90% delle esportazioni del paese di computer, componenti e periferiche, ed il 75% delle sue esportazioni di attrezzature elettroniche e per le telecomunicazioni [3]. Da allora, il governo cinese ha prestato maggiore attenzione alla politica dell’ innovazione.
Solo se i diritti di proprietà intellettuale saranno protetti a tutti i livelli le imprese cinesi e l’economia nel suo complesso potranno sfruttare i vantaggi commerciali derivanti dall’utilizzo di marchi riconosciuti e da progressi tecnici in alcuni settori, così come soddisfare gli standard tecnici internazionali necessari per l’esportazione [4]. Nel clima economico attuale, solo se riconosciamo all’innovazione il ruolo di prima forza motrice dello sviluppo, possiamo proteggere il paese da vari rischi: risolvere la difficoltà connesse all’eccesso di capacità produttiva; realizzare la trasformazione strutturale e l’aggiornamento dell’economia; tenere il passo con il ritmo dello sviluppo scientifico e tecnologico globale. Solo se affidiamo all’innovazione il compito primario di promuovere lo sviluppo e la usiamo per trasformare le forze produttive esistenti, coltivarne di nuove, rivitalizzare quelle vecchie, e creare le condizioni affinché possano emergerne di nuove costantemente, possiamo infondere forti stimoli allo sviluppo sostenibile dell’economia e della società.
Dovremmo, al tempo stesso, abbandonare quelle vecchie idee prevalenti nel discorso economico cinese come “produrre non è vantaggioso come l’acquistare, che a sua volta non è altrettanto vantaggioso quanto la rendita”, “utilizzare il mercato per l’acquisizione delle tecnologie” e così via, e affrontare la questione dell’innovazione originale, dell’innovazione integrata, e della ri-innovazione, introducendo e assorbendo l’innovazione nell’economia. Dovremmo stabilire un sistema che combini governo, mercato e tecnologia, al fine di trasferire spontaneismo economico nei processi di “atomizzazione” produttiva. Durante questo processo, l’effetto determinante della scienza e della tecnologia deve essere pienamente compreso, e dovremmo, a livello strategico, riconoscere l’importanza della scienza e della tecnologia nel guidare la distribuzione delle risorse [5].
2. Orientare la produzione per migliorare la vita delle persone
Uno dei principi dell’economia politica è la teoria dello scopo della produzione. Nel Capitalismo, l’obiettivo diretto e finale della produzione è quello di accumulare la maggiore quota possibile di plusvalore o profitto privato; in questo contesto, la produzione di valore d’uso ha lo scopo di servire la produzione di plusvalore o profitto privato. A questo proposito, c’è una differenza sostanziale tra il Capitalismo e il Socialismo. Nel Capitalismo, che persegue il profitto dei pochi, l’accumulo si verifica su scala mondiale, mentre la grande maggioranza delle masse popolari vivono in povertà [6]. In contrasto con questo modello, l’obiettivo diretto e ultimo della produzione nel Socialismo è quello di soddisfare i bisogni materiali e culturali delle persone. La produzione di nuovo valore e di plusvalore “pubblico” ha l’obiettivo di servire la produzione di valore d’uso che rifletta obiettivi della produzione orientati al popolo ed ai suoi bisogni primari.
L’Economia Politica del Socialismo con Caratteristiche Cinesi deve seguire il principio di organizzare la produzione per migliorare il tenore di vita e soddisfare le esigenze primarie del popolo. Questo principio sottolinea che la principale contraddizione nel Socialismo nella sua prima fase è quella tra o crescenti bisogni materiali e culturali del popolo, e l’arretratezza della produzione sociale. Questa discrepanza può essere superata solo attraverso lo sviluppo rapido e costante delle capacità produttive; questo è il compito primario del Socialismo nelle sue fasi iniziali. Questo sviluppo deve avere il popolo al centro, con la prosperità collettiva come obiettivo-guida. Il nostro obiettivo deve essere una società in cui tutte le persone contribuiscano alla soddisfazione dei bisogni umani nella misura in cui essi sono in grado, e godano di un accesso alle risorse materiali, sociali, e spirituali di cui hanno bisogno per il pieno sviluppo del loro potenziale umano in accordo, naturalmente, con le esigenze di sostenibilità ambientale [7].
Il punto di vista per il quale il miglioramento delle condizioni di vita del popolo equivale allo sviluppo è un’articolazione del principio dello scopo della produzione e dello sviluppo economico socialista. Dobbiamo continuare a rendere lo sviluppo economico il nostro compito centrale e insistere sull’idea strategica di dare allo sviluppo economico primaria importanza. Dobbiamo perseguire l’innovazione come elemento fondamentale per questo cambiamento favorendo in tal modo lo sviluppo cinese e permettendogli di raggiungere livelli più elevati. Tuttavia, il punto di partenza e il punto di arrivo dello sviluppo della produzione e dell’economia deve essere quello di migliorare le condizioni di vita delle persone; ci dovremmo quindi porre l’obiettivo di costruire una società benestante a tutto tondo. Ogni piano di miglioramento delle condizioni di vita del popolo deve cercare di soddisfare sette criteri: creazione di ricchezza e distribuzione del reddito; alleviamento della povertà; occupazione; diritto alla casa; istruzione; accesso alle cure mediche; sicurezza sociale. Nelle attuali circostanze di rallentamento della crescita e di sviluppo dei mercati interni, questi criteri devono essere soddisfatti attraverso il coordinamento della necessità di sviluppo economico e di sviluppo sociale.
Migliorare le condizioni di vita del popolo è un compito senza fine, relativamente al quale emergono continuamente nuove sfide. Dobbiamo adottare misure più mirate e dirette, aiutare i lavoratori a risolvere le loro difficoltà e promuovere il loro benessere attraverso le istituzioni statali e la società civile. Dobbiamo valutare realisticamente gli effetti delle nostre azioni sugli standard di vita, assicurando che i servizi pubblici creino una affidabile “rete di sicurezza”.
3. La precedenza della proprietà pubblica sui diritti della proprietà nazionale
Le tensioni di base tra una produzione sempre più orientata a servire scopi sociali e la proprietà privata capitalista danno luogo ad ulteriori contraddizioni e possibili crisi. Queste includono il conflitto tra la gestione e la pianificazione delle imprese private e il caos del mercato, la disparità tra l’espansione indefinita della produzione e la relativa carenza di domanda reale, ed il verificarsi di periodiche bolle, fenomeni di panico nei mercati, recessioni. Gli antagonismi di classe che derivano da queste contraddizioni hanno storicamente ispirato movimenti di massa per sostituire la proprietà privata dei mezzi di produzione con la proprietà pubblica.
L’economia politica contemporanea cinese salvaguarda il principio dei diritti di proprietà privata, ribadendo, tuttavia, il predominio della proprietà pubblica. Nel contesto del relativo sottosviluppo delle forze produttive proprio degli stadi primari del Socialismo, lo sviluppo economico ha richiesto che ad una proprietà pubblica dominante fossero affiancate forme diversificate di proprietà privata: “Le imprese private nazionali ed estere possono essere sviluppate fatto salvo il presupposto della priorità – sia in termini qualitativi che quantitativi – dell’ economia pubblica” [8]. Questo principio sottolinea la continua necessità di rafforzare e sviluppare l’economia pubblica, favorendo, al contempo, anche lo sviluppo dei settori privati dell’economia, assicurando che tutte le forme di proprietà compensino le proprie mutue carenze attraverso una reciproca promozione ed uno sviluppo coordinato. Cionondimeno, il ruolo centrale della proprietà pubblica deve essere salvaguardato, così come il settore statale deve conservare un carattere dominante nell’economia. Questo rappresenta una garanzia istituzionale per tutti i cinesi rispetto al fatto che essi condivideranno, a livello collettivo, i frutti dello sviluppo; al tempo stesso, ciò è una garanzia importante del consolidamento del ruolo-guida del partito e del sistema socialista cinese.
Il principio mette in risalto una differenza fondamentale tra l’economia socialista ed il sistema economico capitalistico moderno, in cui la proprietà privata è dominante. Se gestita correttamente, la proprietà pubblica può non solo avere una integrazione organica con l’economia di mercato, ma anche ottenere, come risultato finale, una maggiore equità ed efficienza rispetto a quella cui è possibile pervenire tramite la proprietà privata. Nel frattempo, dovremmo anche notare chiaramente che attualmente il mondo è ancora diviso in stati-nazione e che la proprietà statale rimane una forma adeguata di proprietà socialista.
Allo stato attuale, dobbiamo essere guidati dall’idea che il settore statale agisca come fondamento dell’economia socialista, e che l’obiettivo delle riforme orientate a promuovere la proprietà mista non è quello di minare alle fondamenta l’impresa di proprietà statale, ma di rafforzarla. Dobbiamo imparare dagli errori passati della riforma del settore statale, che hanno permesso ad una élite ristretta di accumulare enormi fortune attraverso la cattiva gestione di fondi pubblici. Abbiamo bisogno di concentrarci sullo sviluppo di nuovi strumenti di proprietà mista con la partecipazione di capitali pubblici. Il modello collettivo e cooperativo delle economie cinesi rurali ha bisogno di ulteriori investimenti. Nuove politiche devono essere introdotte per migliorare la vitalità, la competitività, e la gestione del rischio dell’economia pubblica. Il governo dovrebbe controllare e regolare le imprese private, sia in patria che all’estero, e non solo supportarle, al fine di trarne benefici generali, riducendo al minimo i loro effetti negativi. La Cina dovrebbe incoraggiare e guidare le imprese private ad attuare le riforme che consentano ai lavoratori di accumulare partecipazione azionaria, in modo che sia il capitale che il lavoro possano trarre benefici che siano realmente a vantaggio della prosperità collettiva.
4. Il primato del lavoro nella distribuzione della ricchezza
In ogni economia capitalista, i lavoratori salariati sono pagati solo in base alla loro forza lavoro, e non per il valore delle merci che producono. In queste condizioni, il salario specifico che un lavoratore guadagna è associato con la sua posizione e le sue prestazioni. E mentre in alcuni settori delle economie capitaliste, la presenza di organizzazioni collettive del mondo del lavoro può limitare il tasso di sfruttamento e fornire l’apparenza di una equa distribuzione della ricchezza, il potere dominante resta quello fornito dalla proprietà privata dei mezzi di produzione ai datori di lavoro.
La distribuzione della ricchezza nell’economia socialista cinese deve essere guidata dalle esigenze del lavoro; non da quelle del capitale. Dobbiamo lottare contro lo sfruttamento e la polarizzazione. Le disuguaglianze nei redditi devono essere colmate, e crescita economica e aumenti nella produttività del lavoro dovrebbero tradursi in aumenti salariali per tutti i cittadini. E’ di vitale importanza, dunque, stabilire un solido e scientifico meccanismo per determinare i livelli salariali, così come un meccanismo di indicizzazione dei salari.
Dobbiamo mettere in pratica l’idea che solo attraverso la costruzione di istituzioni atte a garantire che i benefici della crescita della Cina siano equamente distribuiti si potrà fornire al popolo un senso di scopo comune rispetto al progetto di sviluppo economico. Dobbiamo rafforzare lo slancio dello sviluppo e promuovere l’unità popolare, avanzando gradualmente e costantemente verso la prosperità collettiva. Solo se l’allocazione delle risorse si concentrerà sul benessere collettivo, la produzione sociale potrà essere effettuata in modo sano e costante e la superiorità del sistema socialista potrà essere realizzata nella pratica.
L’adesione ad una idea di sviluppo condiviso coinvolge principalmente i problemi di sostentamento del popolo e della prosperità collettiva; tra questi, il problema della distribuzione della ricchezza è sicuramente il più rilevante. Infatti, oggi, la cattiva distribuzione della ricchezza è il più grande ostacolo alla prosperità collettiva. Abbiamo assistito a un grave declino della quota di lavoro del PIL (da circa il 53% nel 1990 al 42% nel 2007). La presenza di un crescente “esercito industriale di riserva”, la segmentazione del mercato del lavoro, e le massicce privatizzazioni delle imprese statali hanno significativamente depresso il potere e indebolito la solidarietà interna alla classe operaia [9]. In Cina oggi, le disuguaglianze nella distribuzione della proprietà e nel reddito sono grandi e in crescita, con un coefficiente di Gini nazionale superiore a quello degli Stati Uniti. Il più ricco 1% delle famiglie cinesi controlla un terzo di tutte le attività economiche; un dato simile a quello osservabile negli Stati Uniti. Dobbiamo notare che l’indice principale di polarizzazione tra ricchi e poveri non è fornito dal reddito da salari, ma dalla ricchezza, cioè, dal patrimonio netto delle famiglie [10].
Negli ultimi dieci anni, i documenti ufficiali hanno sottolineato l’importanza di implementare misure per affrontare il problema della disuguaglianza nei redditi, ma ciò si è rivelato controverso. In genere, alcuni articoli rintracciabili nella stampa cinese persino elogiano i ricchi come motori della crescita economica e come modelli di comportamento sociale, i quali, in tal modo meriterebbero di detenere una quota sproporzionata di ricchezza del paese. Questa idea, oggi assai popolare, ma dal potenziale altamente distruttivo, sostiene che l’attuale divario tra ricchi e poveri è un problema banale, non correlato allo sviluppo su larga scala delle economie non-pubbliche, e che la vera preoccupazione è ora la cosiddetta “trappola del reddito medio” [11].
In realtà, è stato il neoliberismo ad inventare il concetto di “trappola del reddito medio”, e a trascinare i paesi dell’America Latina in esso. Ha inoltre contribuito affinché le economie ad alto reddito, come gli Stati Uniti, il Giappone e l’Unione Europea, precipitassero in una crisi finanziaria, e paesi a basso reddito, come quelli dell’Africa sub-sahariana restassero impantanati in prospettive di sviluppo lento a lungo termine. L’economista Mylene Gaulard scrive quanto segue:
La crescita economica cinese ha rallentato dal 2002. Molte ricerche sulla “trappola del reddito medio” stanno mantenendo un occhio vigile sulla possibilità o meno, da parte della Cina, di unirsi al gruppo di nazioni ad alto reddito con il suo PIL pro capite. La maggior parte delle ricerche paiono esprimere scetticismo dovuto all’aumento del costo salariale, per l’esattezza, all’aumento del costo unitario del lavoro, che comporterebbe la perdita di competitività internazionale. Tuttavia, a causa del fatto che l’aumento del costo unitario del lavoro non sembra così rischioso come la diminuzione dell’efficienza del capitale, dovremmo consultare l’ analisi marxista per comprendere meglio questo problema. [12]
La Cina deve prestare attenzione agli insegnamenti di Deng Xiaoping, espressi alla fine del secolo scorso, per risolvere i problemi del divario tra ricchi e poveri e per raggiungere la prosperità collettiva, sviluppando un meccanismo per la ricchezza e la distribuzione del reddito basato sul primato del lavoro [13].
5. Il principio del mercato guidato dallo Stato
Il carattere anarchico del mercato capitalistico, e la spinta del singolo capitalista ad innovare al fine di ridurre i costi del lavoro, portano periodicamente alle crisi di sovrapproduzione, delle quali sono i lavoratori a soffrire maggiormente. Tali crisi possono essere a breve o a lungo termine, a seconda del grado di fattori “non di mercato” presenti, in particolare dal livello di condizioni monopolistiche. In un’economia di mercato capitalistica, questa legge proporzionale si basa principalmente su tali aggiustamenti spontanei, e il ruolo della regolamentazione statale è relativamente limitato.
Al contrario, nell’economia socialista cinese, il mercato è guidato dallo Stato; non il contrario. Marta Harnecker ha sostenuto che, senza la pianificazione partecipativa non può esistere il Socialismo, non solo a causa della necessità di porre fine all’anarchia della produzione capitalistica, ma anche perché solo attraverso l’impegno di massa la società può veramente appropriarsi dei frutti del suo lavoro. Gli attori da coinvolgere nella progettazione partecipata varieranno in base ai diversi livelli di proprietà sociale [14]. Questi principi di un “mercato guidato dallo stato” sottolineano che una società socialista è in grado di sviluppare un’economia di mercato in modo pianificato e proporzionato, e che il ruolo fondamentale svolto dal mercato nell’allocazione delle risorse deve dispiegarsi sotto la stretta supervisione del governo.
Nel dare al mercato un ruolo determinante nella allocazione generale delle risorse, promuovendo al contempo il ruolo regolatore del governo, ogni sforzo deve essere fatto per affrontare i problemi connessi ai meccanismi imperfetti di mercato, al rischio di un eccessivo intervento pubblico, e, sull’altro versante, a quello di una scarsa vigilanza regolamentativa. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo avanzare riforme orientate al mercato che riducano significativamente l’assegnazione diretta delle risorse da parte del governo e permettano a questa allocazione di verificarsi in base alle regole del mercato (in base a prezzi e concorrenza) per ottenere la massima efficienza. I compiti e le funzioni del governo sono principalmente di mantenere una politica macroeconomica stabile, di rafforzare i servizi pubblici, per garantire una concorrenza leale e rafforzare la sorveglianza del mercato, per promuovere la prosperità collettiva e correggere o compensare le carenze del mercato.
Dobbiamo continuare a cercare di combinare il sistema di base del socialismo con un’economia di mercato. In questo modo, saremo in grado di trarre il massimo vantaggio di entrambi gli aspetti. Va riconosciuto che nell’economia cinese, le leggi dell’ auto-regolamentazione del mercato svolgono un ruolo determinante per quanto riguarda l’allocazione delle risorse in generale, ma queste comunque operano in modo diverso rispetto ai mercati capitalistici. In un’economia capitalistica, il funzionamento del mercato decide l’allocazione delle risorse in maniera autonoma. Al contrario, in un’economia socialista, il governo usa il controllo dei prezzi, le sovvenzioni, il razionamento, e le altre politiche per assicurare che l’allocazione delle risorse sia pianificata e proporzionata. Abbiamo bisogno, quindi, di esaminare meglio il ruolo determinante del mercato e la sua integrazione nei piani del governo. Dovremmo approfittare dei benefici che il  mercato è in grado di offrire e, allo stesso tempo correggere le inefficienze nei meccanismi di regolamentazione sia dello Stato che del mercato stesso, pervenendo così ad un duplice approccio [15]. Ovviamente, visto che l’economia cinese socialista di mercato si basa sul primato della proprietà pubblica, la forza e la portata della regolamentazione in settori quali la legislazione, la politica fiscale, amministrazione, e l’etica superano la capacità di regolamentazione dei governi nelle economie di mercato capitalistiche. Le prestazioni senza precedenti dell’economia cinese negli ultimi decenni sono la prova convincente della maggiore capacità del governo di guidare lo sviluppo.
Non dobbiamo negare l’oggettività della programmazione statale, della pianificazione e della regolamentazione, e ritenere che concetti quali la “legge di regolamentazione statale”, la “legge di pianificazione”, e altre simili leggi fondamentali perdano di validità esclusivamente perché esse possano tramutarsi in eventuali azioni sbagliate a causa della implementazione da parte di attori umani. Sposando questa logica, si dovrebbe ugualmente convenire che, poiché anche nell’attività di mercato esiste un elemento umano, nozioni come la “legge di regolamentazione del mercato” e la “legge del valore” siano ugualmente non applicabili. Dopo tutto, il mercato è determinato dal comportamento umano. L’azione economica umana nel mercato regola l’impresa, la natura delle merci, i prezzi e la concorrenza. Pertanto, sia le leggi di regolamentazione del mercato che quelle di regolamentazione statale si basano su attività umane, nella forma e nel contenuto. Buoni ed efficaci approcci alla micro- e alla macroeconomia richiedono che tutti i lavoratori nelle imprese e il governo cerchino di fornire i propri contributi individuali in sintonia con le attività economiche oggettive in cui gli esseri umani partecipano.
6. Uno sviluppo rapido e ad alte prestazioni
Il tasso di crescita economica ottimale dovrebbe essere determinato in modo da massimizzare le prestazioni economiche. Un tasso di crescita relativamente basso, caratterizzato da un insufficiente uso delle risorse, inibisce la piena occupazione, l’ accumulazione di ricchezza e il benessere pubblico. Eppure, un tasso di crescita più elevato, con un utilizzo delle risorse estensivo piuttosto che intensivo è altrettanto dannoso per la sostenibilità ecologica e per la giustizia distributiva [16]. Qualsiasi indice basato sul Prodotto Interno Lordo (PIL) va analizzato dialetticamente. Valutato in isolamento, qualsiasi approccio di misurazione della crescita incentrato unicamente sul PIL è inadeguato: dobbiamo prestare attenzione non solo alla crescita fine a sé stessa, ma anche al tipo di crescita verso il quale ci stiamo indirizzando, in quali aree essa si concentra, e a quali costi.
L’economia cinese dovrebbe dare la priorità alle prestazioni, piuttosto che alla velocità. Dal 1980 fino al 1990, la crescita economica è stata la priorità assoluta del governo cinese; il PIL è stato quadruplicato nel corso di tale periodo. Entro il 2020, si prevede che il PIL ed il PIL pro-capite doppieranno gli analoghi indicatori misurati nel 2010. Dal 2013, a seguito di trenta anni di crescita rapida quasi ininterrotta, la Cina è entrata in una nuova fase che noi chiamiamo la “nuova normalità”. La crescita ha subito un rallentamento, e l’ economia cinese si sta trasformando da un ampio modello a forte crescita in un modello ad alte prestazioni.
Per raggiungere una crescita economica stabile, dovremmo preoccuparci, anzitutto, di effettuare riforme strutturali per quel che concerne l’economia dell’offerta. Le ragioni principali per il crescente rallentamento dei tassi di crescita dell’economia cinese sono: la mancata riforma delle strutture necessarie per sostenere lunghi periodi di crescita estensiva; la dipendenza di queste ultime dagli input di materie prime; il consumo di risorse primarie; i bassi livelli di innovazione. I cambiamenti della situazione economica, sia in patria che all’estero richiedono un aggiornamento urgente dell’economia cinese: da uno sviluppo rapido ad uno sviluppo di alta qualità [17]. Il mercato del lavoro cinese dovrebbe cambiare ed imbracciare una divisione maggiormente diversificata del lavoro, con una struttura più flessibile.
7. Sviluppo equilibrato con coordinamento strutturale
Uno dei principi di economia politica della Cina è la legge di distribuzione proporzionale del lavoro sociale (o “legge proporzionale” in breve), che governa la contraddittoria dialettica tra produzione sociale e la domanda, insieme alla necessità di coordinare lo sviluppo per l’intera economia nazionale. Tale legge richiede che il lavoro sociale complessivo di persone, strumenti e materiali dovrebbe essere distribuito proporzionalmente in base alla domanda, al fine di mantenere un equilibrio strutturale tra le diverse industrie ed i diversi settori. Nella riproduzione sociale, la produzione e la domanda mantengono un equilibrio dinamico nella loro struttura di valore massimizzando la produzione, riducendo al minimo, al contempo, l’utilizzo di lavoro. Il coordinamento strutturale generalizzato dell’economia si riflette, tra gli altri, nella crescente razionalizzazione e raffinatezza delle infrastrutture industriali, nel commercio estero, nella gestione aziendale, nell’innovazione tecnologica.
Questo principio di equilibrio strutturale coordinato è essenziale per l’economia politica cinese contemporanea. Esso fa parte del suo più ampio obiettivo di promuovere l’evoluzione dell’industria cinese da un livello medio-basso livello ad un livello medio-alto. Nel contesto di crescente modernizzazione, un equilibrio dovrebbe essere mantenuto tra i settori primario, secondario e terziario, ed all’interno di ciascun settore. Le strutture economiche delle province, delle città e delle regioni dovrebbero essere diversificate; il commercio estero dovrebbe coinvolgere una quota maggiore di prodotti nuovi e ad alta tecnologia dei marchi nazionali. Le grandi imprese cinesi dovrebbero mantenere la quota maggiore del commercio, coesistendo con imprese più piccole ed imprese straniere. Per quanto riguarda i prodotti ad alta tecnologia, la percentuale di tecnologie di base possedute e la proporzione dei diritti di proprietà intellettuale detenuti sul mercato mondiale dovrebbero essere aumentate. Nel mercato, la domanda e l’offerta dovrebbero mantenere un equilibrio dinamico, con l’offerta leggermente superiore alla domanda. Lo sviluppo dovrebbe servire l’economia reale e l’economia virtuale non deve essere eccessivamente sviluppata. Le attività di industrializzazione, informatizzazione, urbanizzazione e modernizzazione agricola dovrebbero essere condotte in stretto coordinamento.
Al momento, dobbiamo adattare le nostre teorie, le nostre linee guida e le politiche per lo sviluppo economico a quella che chiamiamo “nuova normalità”. Dobbiamo concentrarci sul rafforzamento delle riforme strutturali dell’offerta, e, al contempo, incrementare moderatamente la domanda lorda e riformare i principali settori dell’economia, con particolare attenzione alla riduzione della eccessiva capacità strutturale. Dovremmo gradualmente ridimensionare la capacità e le riserve, ridurre l’indebitamento delle imprese, e promuovere l’innovazione per ridurre i costi e rafforzare i segmenti deboli del sistema produttivo. I miglioramenti devono essere effettuati anche nella qualità e l’efficienza delle catene logistiche, degli approvvigionamenti, e nell’efficacia degli investimenti. E’ anche importante accelerare lo sviluppo di fonti energetiche eco-compatibili e la dare impulso ad una crescita sostenibile. Dobbiamo abbandonare la persistente idea sbagliata secondo la quale finché si eliminano surplus economici dovuti ad  interventi amministrativi, gli eccessi di capacità produttiva e le sovrapproduzioni causati dal mercato possano essere bilanciati automaticamente senza alcun intervento attivo del governo. Questo errore neoliberista e le sue conseguenze non sono solo la ragione principale per il grande eccesso di capacità produttiva presente nell’economia cinese, ma rappresenta anche una violazione dello spirito del Socialismo cinese.
8. Sovranità economica e apertura
Un principio finale è quello di aprire l’economia al commercio e agli investimenti. Secondo questo principio, tale apertura è vantaggiosa per la crescita economica sia in patria che per quel che concerne le attività commerciali con l’estero, favorendo l’ottimizzazione nell’allocazione delle risorse e il miglioramento delle interazioni tra industria e tecnologia. Le modalità di tali aperture, unitamente alla loro gamma e portata, dovrebbero essere discusse, decise ed attuate in modo flessibile e rispondente alle condizioni complesse e mutevoli dell’economia nazionale e globale. I paesi emergenti ed in via di sviluppo dovrebbero sempre dedicare particolare attenzione alle loro strategie e tattiche nel momento in cui si aprono ai paesi sviluppati, dati i rischi e le incertezze insiti in un rapporto così disuguale.
Una politica economica socialista con caratteristiche cinesi deve concentrarsi, di conseguenza, sul principio della sovranità economica. La Cina dovrebbe insistere sulla politica statale di apertura bidirezionale che integra la politica nazionale e internazionale, sviluppando un’economia aperta di livello superiore traendo vantaggio dai mercati nazionali ed esteri. Ciò comporta l’impostazione di una politica commerciale volta a identificare e sfruttare opportunità reciprocamente vantaggiose, proteggendo nel contempo lo sviluppo della Cina e proteggendo il paese da rischi per la sicurezza economica nazionale. Essa richiede una politica che dia uguale importanza al contributo straniero in economia sia in termini di input che in termini di output, ed in grado di sfruttare sia i latecomer advantages che i pioneer advantages in diversi settori dell’economia [18]. Per fare ciò, la Cina dovrebbe costruire imprese internazionali governate da tre livelli di controllo: il pacchetto azionario, le tecnologie chiave e gli standard tecnologici, unitamente ai marchi dovrebbero rimanere, saldamente, in mani cinesi. Allo stesso tempo, è importante non cadere nelle tradizionali trappole riconducibili alla teoria dei vantaggi comparati [19], e, al contempo, sviluppare teorie e strategie volte a trarre vantaggi dai diritti di proprietà intellettuale.
Nell’immediato futuro, dovremmo concentrarci sull’apertura di diverse regioni al commercio estero, utilizzando i loro punti di forza specifici al fine di evitare una inutile concorrenza tra regioni per lo stesso tipo di commercio, soprattutto quando determinate attività economiche si sposano naturalmente con le caratteristiche di alcune regioni piuttosto che con altre. La Cina dovrebbe fare il miglior uso possibile delle sue importazioni ed esportazioni, non importando prodotti che potrebbero essere altrettanto facilmente prodotti in ambito nazionale, né esportando prodotti per i quali esiste una domanda interna non soddisfatta. E’ altrettanto importante aumentare il livello di distribuzione internazionale, traendo il massimo da competenze e tecnologie straniere per lo sviluppo di capacità di produzione internazionale ed attività manifatturiere. Zone di libero scambio ed investimenti infrastrutturali devono essere negoziati con partner strategici. Nel complesso, la Cina ha bisogno di giocare un ruolo più forte nella governance economica globale.
Un’ulteriore sfida è quella di distribuire in modo efficace gli investimenti esteri cinesi per garantirsi benefici ottimali. Ciò vale anche per le riserve cinesi di valuta estera. A questo proposito è importante imparare il più presto possibile dall’esperienza delle economie sviluppate (Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti) nelle loro relazioni commerciali con partner stranieri. Il problema delle fusioni “decapitanti” è da evitare quando le aziende in crescita e le industrie dall’estero cercano di entrare nel mercato cinese [20]. La Cina deve impegnarsi a rimanere aperta al commercio estero, al fine di approfondire e ampliare la qualità e la crescita della propria produzione economica. Una componente chiave di questa strategia è l’iniziativa “Una Cintura, una Via” [21]. Questo progetto di investimento di massa deve andare di pari passo con lo sviluppo di una nuova architettura finanziaria globale, come incarnata da istituzioni quali la Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali ed il Fondo per la Via della Seta. Queste istituzioni rappresentano punti di riferimento nel più ampio progetto di rafforzare e sostenere il successo economico della Cina.
Articolo di Cheng Enfu e Ding Xiaoqin 
Traduzione di Francesca Cirillo e Andrea Genovese
Ripreso dal sito della Rete dei Comunisti (Italia)
Note Biografiche
Cheng Enfu è un membro dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali e presidente della Associazione Mondiale per l’Economia Politica (World Association for Political Economy).
Ding Xiaoqinè vice direttore del Centro di Economia Politica Socialista con Caratteristiche Cinesi presso la Shanghai University of Finance and Economics, ricercatore post-dottorato presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, e segretario generale della Associazione Mondiale per l’Economia Politica (World Association for Political Economy).
Questo articolo è stato tradotto dal cinese all’inglese da Shan Tong (Università di Scienze Politiche e Giurisprudenza della Cina Orientale) e, successivamente, dall’inglese all’italiano ad opera di Francesca Cirillo ed Andrea Genovese.
Note e Riferimenti Bibliografici
[1] La ricerca per questo articolo è stata supportata dal progetto 16NKS081 della Fondazione Nazionale di Scienze Sociali della Cina, e dal progetto 211 della Shanghai University of Finance and Economics. Eventuali richieste di chiarimenti vanno indirizzate Ding Xiaoqin (autore principale dell’articolo).
[2] Enfu Cheng, Xiangyang Xin, “Fundamental Elements of the China Model,”International Critical Thought 1, no. 1 (March 2011): 2–10.
[3] Martin Hart-Landsberg and Paul Burkett, “China, Capitalist Accumulation, and Labor,”Monthly Review 59, no. 1 (May 2007): 17–39.
[4] Xiping Han and Lingling Zhou, “A Review of the Theory of Advantage of Intellectual Property Rights and Its Application Value,”Journal of Economics of Shanghai School 11, no. 3 (2013): 1–9.
[5] Chengxun Yang and Yu Cheng, “The Evolution to Consciousness of Resource Allocation: The Ternary Mechanism—Rethinking the Lessons of Dialectics of Nature by Engels,”Journal of Economics of Shanghai School 13, no. 4 (2015): 31–43.
[6] Harry Magdoff and John Bellamy Foster, “China and Socialism: Editors’ Foreword”, Monthly Review 56, no. 3 (2004): 2–6.
[7] Pat Devine, “Question 1: Why Socialism?”Science & Society 76, no. 2 (2012): 151–71.
[8] Enfu Cheng and Xiangyang Xin, “Fundamental Elements of the China Model,”International Critical Thought 1, no. 1 (2011): 2–10.
[9] Hao Qi, “The Labor Share Question in China,”Monthly Review 65, no. 8 (2014): 23–35.
[10] Secondo Reference News del 17 Ottobre 2015, l’ultimo Hurun Wealth Report mostra che 2015 il numero di miliardari in China (596) ha superato quello degli Stati Uniti (537). Questo numero non include i miliardari di Hong Kong, Macao e Taiwan.
[11] Secondo Hu Shuli (direttrice di  Caixin, gruppo editoriale cinese specializzato nella analisi finanziaria ed economica), una volta che un paese è entrato nella sua fase di reddito medio – considerando l’esportazione di merci ad alta intensità di lavoro come il settore di crescita tradizionale e rappresentativo di una tale condizione – i costi del lavoro cominciano ad aumentare e si perde vantaggio competitivo; considerando la riduzione del divario tecnologico, se si mira a incrementare il tasso di produzione non ci si può più basare sul modello “studio e riproduzione dei prodotti”, ma bisogna avviare un processo di riconversione ricorrendo all’innovazione. Se non si procede in questo modo, si cade tra i due poli dei paesi a basso reddito e di quelli ricchi. Per evitare queste circostanze, settori liberisti cinesi hanno richiesto, più volte, un processo di riforme strutturali per trasformare il modello di crescita economica, lavorando sui punti seguenti: la competizione e la deregolamentazione economica creativa; università con un alto livello di ricerca; un sistema di mercato con una forza lavoro dinamica e che si basi su investimenti con un certo margine di rischio; un sistema finanziario con un mercato di private equity e Securities (Nota a cura dei traduttori)
[12] Mylene Gaulard, “A Marxist Approach of the Middle-Income Trap in China,”World Review of Political Economy 6, no. 3 (2015): 298–319.
[13] Xinghua Wei, “The Persistence, Development, and Innovation of the Economic Theories on Socialism with Chinese Characteristics,”Studies on Marxism, 10 (2015): 5–16.
[14] Marta Harnecker, “Question 5: Social and Long-Term Planning?” Science & Society 76, no. 2 (2012): 243–66.
[15] Guoguang Liu and Enfu Cheng, “To Have a Comprehensive and Accurate Understanding of the Relationship between Market and Government,”Studies on the Theories of Mao Zedong and Deng Xiaoping, no. 2 (2014): 11–16.
[16] La crescita estensiva si basa sul maggiore utilizzo dei fattori produttivi; la crescita intensiva si basa sulla crescita della produttività ottenuta tramite l’introduzione di innovazioni (Nota dei traduttori).
[17] Dal 2002 al 2011, il PIL cinese è  aumentato ad un tasso superiore al 9%. Il PIL è  cresciuto al 7.7% nel 2012 e nel 2012; il tasso di crescita è  poi sceso al 7.4% nel 2014 e al 6.9% nel 2015. Nei primi sei mesi del 2016, il PIL è cresciuto ad un tasso annualizzato equivalente del 6.7%. Nonostante questo rallentamento, la Cina rimane, tra le maggiori economie mondiali, quella che esibisce il miglior tasso di crescita. Il Fondo Monetario Internazionale stima che la Cina sia responsabile di un quarto dell’intera attività economica mondiale.
[18] Per latecomer advantages (letteralmente, vantaggio del ritardatario) si intendono i vantaggi ottenibili da una impresa (o, più in generale, da un sistema paese) dalla penetrazione in mercati che utilizzano tecnologie e modalità di produzione mature (acquisibili, dunque, a costi maggiormente accessibili). Al contrario, per pioneer advantages (letteralmente, vantaggio del  pioniere) si intendono i vantaggi ottenibili da una impresa (o, più in generale, da un sistema paese) dalla penetrazione in nuovi mercati o dalla produzione di nuovi prodotti (utilizzando, dunque, nuove tecnologie che presuppongono, tuttavia, maggiori investimenti). (Nota dei traduttori)
[19] La teoria dei vantaggi comparati fu elaborata dall’economista britannico David Ricardo. Secondo tale teoria (assai utilizzata in ambiti liberoscambisti, fortemente criticata dal pensiero economico critico), ogni paese può trarre vantaggio dal commercio internazionale. (Nota dei traduttori)
[20] Per “fusione decapitante” si intende, in ambito cinese, un processo innescato ad opera di una azienda volto ad eliminare dal mercato (tramite acquisizione) di un potenziale concorrente o una impresa in possesso di particolari tecnologie di interesse (Nota dei traduttori).
[21] Sul progetto “Una Cintura, una Via”, si veda anche il seguente articolo: http://contropiano.org/documenti/2016/10/05/treno-cina-rotterdam-seta-084337
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