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13 luglio 2011

Lo scandalo dell’antimodernità: Fini e il Mullah Omar

Di Giuseppe Gallo.


L’ultimo libro del grande giornalista ricostruisce la storia dei talebani, mettendone in risalto gli aspetti politici propri di un movimento nazionalista di tipo radicale. Ma sottolinea anche il carattere provocatorio che il loro modello pauperistico di società ha finito con l’assumere agli occhi dell’Occidente dominato dalle leggi dell’economia.

A furia di inseguire un pericolo immaginario, inAfghanistan gli americani hanno finito col crearne uno reale. È la tesi sostenuta da Massimo Fini in Il mullah Omar (Marsilio, pp. 178, euro 16,50). E l’incursione all’Hotel Intercontinental di Kabul nella notte fra il 28 e il 29 giugno sembra offrirle un ulteriore motivo di credito. L’obiettivo del resto non era civile ma politico-militare: il lussuoso albergo ospitava infatti i membri del governo, i vertici delle forze di sicurezza e i governatori delle province riuniti per la conferenza che dovrà guidare la transizione.

La differenza è importante. Perché il movimento talebano è anzitutto un movimento nazionalista, che si ribella agli occupanti e aspira a ripristinare le antiche tradizioni del Paese, ma è estraneo al terrorismo internazionale. Tutta la retorica della guerra umanitaria si scontra contro questo dato di fatto. Non c’era nessun afghano nei commandos che nel settembre 2001 attaccarono le Torri Gemelle e il Pentagono. Né è mai stato trovato un afghano nelle cellule di al-Qā’ida. Negli anni Novanta, lo scopo dei talebani era liberare il Paese dai sovietici e, in seguito, dai locali signori della guerra. Oggi, è porre termine all’occupazione politica e militare statunitense, ancor meno giustificabile dopo il venir meno della ragione della guerra, la presenza sul territorio diOsama bin Laden (trovato infine in Pakistan).
L’orizzonte dei talebani è tutto interno ai confini dell’Afghanistan: non hanno interesse per la jihad universale, non hanno una visione globale del mondo, non sono mai stati una fonte di pericolo per l’Occidente fuori del territorio afghano. Anzi, fra gli attestati di solidarietà e cordoglio inviati agli Usa all’indomani dell’11 settembre vi fu anche quello del loro governo.
La realtà tuttavia è difficile da accettare per chi asseconda i tentativi di imporre unordine globale conveniente agli interessi statunitensi. Non stupisce dunque che il libro abbia scatenato un’aspra polemica nel centrodestra, guadagnandosi una denuncia da parte della deputata del Pdl Souad Sbai, della giornalista Maria Giovanna Maglie e di un gruppetto di rappresentati di varie associazioni. Giustamente, l’editore ne ha approfittato, aggiungendo alla seconda edizione una fascetta pubblicitaria che recita: Il libro messo all’indice, «indegno, scandaloso, inaccettabile.»
Ma nel saggio di Fini non c’è nulla di così scabroso. Il celebre giornalista fa semplicemente il suo mestiere: ricostruisce la biografia del Mullah Omar e la storia delmovimento talebano, cercando di distinguere il vero dalle mezze verità e dalle notizie false. Il linguaggio, d’altra parte, è quello analitico dello studio storico minuziosamente documentato, non quello del pamphlet. Gli accenti polemici sono rari, e riservati quasi esclusivamente agli italiani: La RussaBerlusconiFrattiniBoniverBonino.
Nonostante la simpatia che il libro lascia trasparire per il mullah, non c’è alcuna adesione da parte di Fini all’ideologia talebana. Né potrebbe essere altrimenti. È chiaro che un intellettuale come lui nutrito di nietzschianesimo sin dentro le ossa si troverebbe a disagio nel regime sessuofobo e illiberale degli studenti afghani. Né Fini tace i gravi limiti politici del mullah: conquistato il potere negli anni Novanta, Omar – che è nato in un villaggio di capanne di paglia e fango, e si è istruito unicamente nellemadrasse (le scuole coraniche diffuse anche in Afghanistan) – impone ovunque un’interpretazione rigida e integralista della legge islamica, non capendo che le grandi città come Kabul, dove s’è recato soltanto un paio di volte, non potevano essere trattate allo stesso modo delle campagne.
Quindi, nel 2001, sottovaluta la forza militare degli Stati Uniti, e si gioca il paese per una questione di principio: non essendogli state rivelate le prove richieste, si rifiuta di consegnare Bin Laden, che pure non stima e da cui lo divide tutto (l’uno è un afghano, sunnita e nazionalista, l’altro un arabo, waabita e internazionalista islamico). Il grande giornalista apprezza la motivazione: in realtà, il mullah Omar se ne infischia dello sceicco saudita (già ai tempi di Clinton aveva fatto capire che, pur non essendo disposto a espellerlo, non avrebbe avuto nulla da ridire se gli americani lo avessero eliminato), il suo rifiuto è determinato unicamente dalla volontà di proteggere la sovranità e la dignitàdello Stato afghano. La decisione è nobile. Ma trascina il Paese in una guerra lunghissima, più lunga persino di quella del Vietnam.
In cosa risiede allora la simpatia di Fini per il mullah? Sul piano politico, egli riconosce alla guida ideologica dei talebani il merito di aver fatto, negli anni di governo, quello che aveva promesso: disarmare la popolazione, riportare la sicurezza, riaprire le strade al traffico e al commercio. E vi è riuscito perché il suo movimento si è conquistato sul campo il consenso della popolazione, combattendo – dopo i sovietici – i signori della guerra che si erano trasformati in bande di taglieggiatori, borseggiatori, stupratori e assassini.
Certo, la rivoluzione talebana non è quella francese: guarda al passato anziché all’avvenire. Ma, sia pure sotto una legge durissima e inflessibile, la sharia, era riuscita a spazzare via il sistema feudale (i signori della guerra, appunto) e a unificare le diverse etnie del Paese. È stato saggio combattere il governo talebano per mettere alla guida del paese un presidente fantoccio come Hamid Karzai, disprezzato dalla popolazione perché mentre i mujāhidīn si battevano contro gli invasori sovietici costui faceva affari con gli americani? Il caos attuale non è forse conseguenza di questa scelta infelice?
Senz’altro poi Massimo Fini – estensore del Manifesto dell’antimodernità e autore di un saggio intitolato Il denaro «Sterco del demonio» – avrà provato un altro motivo di interesse: nell’era di Internet e della finanza pervasiva, il mullah Omar ai suoi occhi ha avuto il merito di proporre un modello di società pauperistica, antitetica al modello occidentale e indifferente ai dettami imperanti dell’economia. La misura più audace è rappresentata dal blocco imposto nel 2000 alla coltivazione del papavero e quindi dell’oppio, da cui dipendeva la sopravvivenza di migliaia di contadini: una decisione che poteva prendere solo chi considera il Corano più importante della ricchezza e ha il prestigio per imporla.
Qui sta il vero motivo di scandalo del mullah Omar, il quale ribalta i valori dell’Occidente perché, non avendo mai messo piede su un aereo e non essendo mai stato all’estero, semplicemente li ignora. Va anche detto tuttavia che, fatta salva la pregiudiziale religiosa, il suo modello sociale non è ignoto alla tradizione occidentale. È un peccato che Fini non abbia avuto interesse ad approfondire questo aspetto, distinguendo analogie e contrasti con altri modelli di società pauperistiche, quali quelli teorizzati per esempio daTommaso MoroCampanellaBaconeRousseau. Ma non escluderei che la ferocia della propaganda antitalebana dell’Occidente sia stata alimentata anche da una sorta di ritorno del perturbante (e cioè dall’emergere di qualcosa di spaventoso che ci appare estraneo e familiare allo stesso tempo), che ha le sue radici in casa nostra.
Più in generale, inoltre, il grande giornalista deve aver provato per l’Afghanistan la stessa simpatia che Pasolini riservava agli esclusi fra gli esclusi: non solo i talebani vivono in uno dei paesi più poveri nella Terra, sono musulmani ma non sono arabi e non sono comunisti, perciò non hanno santi in paradiso, non c’è nessuno che li difenda nel consesso internazionale. Possono contare soltanto sull’aiuto volontario di altri disgraziati come loro: ceceniuzbekiturchi. Sono davvero esclusi fra gli esclusi. Fini tuttavia non potrebbe essere più estraneo alle idealizzazioni terzomondiste dell’autore degli Scritti corsari, cui pure è legato dall’anticonformismo dei giudizi e dalla vocazioneanticapitalistica. L’argomentazione del giornalista lombardo si mantiene sempre su un piano di realtà fattuale e politica, senza concessioni alle fantasie di rigenerazione morale in cui non crede.
D’altra parte, l’antimodernismo di Fini ha un carattere squisitamente progressista. La sua critica, per quanto inclemente, muove infatti dall’adesione al principio per eccellenza della modernità liberale e democratica: l’autodeterminazione degli individui e dei popoli. Ciascuno in casa sua fa quello che vuole e crede in ciò che più gli aggrada. Proprio questo relativismo assoluto, rinvigorito dalla lettura di Nietzsche, consente a Fini di rispettare costumi tanto distanti dai suoi come quelli dei talebani, in cui il fideismo contemporaneo vede solo la mostruosità da cancellare, colpevole solo di resistere alla Storia, così come la concepiscono la superpotenza americana e i suoi alleati.



13 ottobre 2010

Tony Blair, “siamo stati battuti”

Da Kelebek.


Tony Blair lo sapete chi è: diciamo che nel 2009, ha ricevuto anche lui il Dan David Prize da un milione di dollari, come Magdi Allam (che però il premio lo ha dovuto spartire con altri), Gianni Alemanno (a nome della città di Roma) e Giorgio Napolitano.
Il 5 ottobre, Tony Blair si è recato a Washington a parlare presso la sede del Washington Institute for Near East Policy (WINEP). Che non è certamente un organismo neutrale.[1]
E lì ha detto che “noi” – un pronome che ricorre in tutto il suo discorso – non siamo riusciti a sconfiggere la “narrazione” secondo cui i musulmani sarebbero stati oppressi dall’Occidente.
“Guardate ai fondi che riceve [questa narrazione]. Esaminate il sistema educativo che la alimenta. E poi misurate, nel corso degli anni, la pochezza della nostra controffensiva nel nome della pacifica coesistenza. We have been outspent, outmanoeuvred and out-strategised [hanno speso più di noi, manovrato meglio di noi e usato una strategia più efficace].”
E’ impossibile, ha concluso Blair, sconfiggere “l’estremismo” senza “sconfiggere la narrazione che lo alimenta”.
Ora, Tony Blair appartiene alla scuola furbesca di chi sostiene che la maggior parte dei musulmani siano brave persone, ci sarebbero solo pochi estremisti da battere. Con chi si sottomette, ci può essere una “pacifica coesistenza“, che è quanto sognava ogni padrone di piantagione.
Estremisti come gli shabab della Somalia, i ragazzotti sbandati che hanno compiuto gli attentati nella metropolitana di Londra o qualche barbuto che langue a Guantanamo da anni.
Gente capace, nell’immaginario mediatico, solo di fare facce bruttissime mentre bruciano bandiere americane.
E questi avrebbero vinto la guerra delle narrazioni perché hanno speso più soldi, manovrato meglio e usato una strategia più efficace di
- tutti i governi occidentali
- la NATO  e tutti gli apparati militari del pianeta
- l’intero sistema telemediatico mondiale
- i regimi del Medio Oriente che sostengono quasi unanimamente la guerra contro “gli estremisti”
Ma certo, ci sono gli “education systems that succour it“. Cioè i professori di storia del Medio Oriente o gli studiosi precari di letteratura iranica. I quali certamente hanno una narrazione opposta a quella di Blair, per il semplice fatto che ne sanno molto di più dell’ex-cantante degli Ugly Rumours, Anthony Charles Lynton Blair detto Tony.
Da laureato in lingue orientali, posso dire che è vero che la narrazione di Blair da quelle parti non passa, perché gli studenti si metterebbero a ridere. Ma sempre da laureato in lingue orientali, posso garantire che nella società, nei media, nella grande manipolazione dell’opinione pubblica, gli studiosi di lingue orientali non contano assolutamente nulla.
Tony Blair, quindi, dice il falso, un po’ per battere cassa – “guarda se non sganciate altri soldi, il nemico vincerà!” – ma soprattutto perché sono false le premesse di tutto il suo discorso.
Esiste una guerra delle potenze occidentali per impossessarsi delle risorse del mondo islamico; ma non si tratta solo di questo. C’è anche una guerra di narrazioni, come giustamente dice Blair. Non è una guerra astrattamente “contro l’Islam” e non è assolutamente una “crociata cristiana”, come affermano a volte alcune vittime di questa guerra.
Sul piano concreto, è la guerra che un sistema energivoro deve necessariamente condurre per aumentare la produzione, il consumo e il flusso delle merci; e che non si limita certamente a divorare musulmani, ma il pianeta intero.
Su un piano più metafisico, è la guerra tra il Dio della Mano Invisibile – il meccanismo para-darwiniano dell’individualismo concorrenziale – e lo spirito religioso stesso, che ovunque, tra mille svendite e manipolazioni, sostiene che siamo tutti mortali creature di Dio, responsabili gli uni verso gli altri e verso tutto il creato.
E’ una guerra per distruggere tutto il potenziale latente di resistenza che esiste nella visione islamica. Per distruggere lo spirito di solidarietà che sopravvive comunque a tredici secoli di compromessi con sultani e potenti: la castrazione dell’Islam, che Blair vorrebbe, è infatti già presente quasi agli esordi della fede.
La stessa distinzione tra “moderati” ed “estremisti” fa parte di questa guerra, che mira a neutralizzare il massimo numero possibile di nemici, mentre si annientano le possibili teste.
Chi nega questa guerra, mente di più di chi parla di scontro di civiltà o di inconciliabilità tra lo spirito occidentale e quello islamico. Geert Wilders e Oriana Fallaci mentono sulle modalità di questa guerra, ma non sulla sua realtà; Tony Blair mente su entrambe.
Nel blog di Giuseppe Pensabene Perez, c’è un’affermazione di quello che nell’Islam è veramente inconciliabile con il WINEP e con Tony Blair. Qualcosa che non riguarda affatto la lunghezza di copricapi femminili e nemmeno i passatempi dei ricchi sauditi.
Al-Faḫr al-Rāzī, teologo afghano morto nel 1209, commenta il versetto coranico del Tesoro (IX, 34): “Orbene a coloro che ammucchiano l’oro e l’argento e non lo spendono sulla via di Dio annuncia castigo cocente”:
“L’Altissimo ha creato i beni affinché vi si ricorresse per colmare le necessità: se l’uomo raggiunge la misura che soddisfa il suo fabbisogno e poi accumula averi in eccedenza rispetto ad esso, non ne trae beneficio poiché sono, per l’appunto, in eccedenza rispetto al proprio fabbisogno; in tal modo li interdice ad altri che proprio con essi potrebbero saziare le proprie necessità.
Se avesse avuto bisogno di consumarli allora non avrebbe potuto accumularli.
Sarebbe giusto, dunque, vietare a colui che non ne ha bisogno l’ardimento di interdire gli averi a colui che ne abbisogna.
Nota
[1] Il Washington Institute for Near East Policy è stato fondato nel 1985 da Martin Indyk, un direttore di ricerche dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la lobby dell’unica potenza nucleare del Medio Oriente presso il congresso degli Stati Uniti.
In pratica, il WINEP è il gemello dell’AIPAC, dedicato però a lavorare direttamente con il presidente degli Stati Uniti e non con il Congresso. Ne fanno parte persone come Daniel Pipes, il finanziatore di Geert WildersRichard Perle, uno dei principali responsabili della guerra all’Iraq; James Woolsey, ex-direttore della CIA; il miliardario Mortimer Zuckerman, uno speculatore edilizio ed editore che è stato anche presidente della Conference of Presidents of  Major American Jewish Organizations.
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05 luglio 2010

Bufale fasciste sul Palio di Siena.

Non poteva mancarci un opinionista fascista , dal basso della sua cultura, a dare la sua versione, molto lucida, riguardo al Palio, inteso proprio come arazzo, dipinto quest'anno -sacrilegio!- da un artista musulmano.

Sentite qui quante castronerie:
-" Il quale ha pensato bene di raffigurare San Giorgio in versione palestinese, con tanto di kefiah in testa piuttosto che l'elmo; ai piedi di una Madonna versione Myriam, cioè quella presente nel Corano, in alcune Sure."

Peccato che la kefiah non sia solo un indumento palestinese e neanche solo mussulmano, essendo stata indossata da sempre anche da cristiani e addirittura dagli ebrei.

-"Non mi si venga a dire poi che San Giorgio era probabilmente nato in Cappadocia, in quanto i musulmani arrivarono in tale regione della odierna Turchia molti secoli dopo la sua nascita. Anzi, il Santo, che diede il nome all' omonima CROCE presente in molte bandiere, è proprio un simbolo della lotta contro i Saraceni: "

Non si capisce bene come un personaggio, se veramente esistito, nato due secoli prima di Maometto possa essere in qualche modo simbolo della lotta contro l'Islam, proprio lui che, a quanto pare , sempre nell'ipotesi che sia mai esistito veramente, proprio di nascita Palestinese (o che almeno pare sia vissuto in Palestina). E' proprio in virtù di questa tradizione che vuole San Giorgio palestinese che l'artista libanese Ali Assoun, "un eccellente ed affermato artista" ha raffigurato , correttamente il santo con i costumi locali, pre-islamici e che nulla hanno a che vedere con la religione. Allo stesso modo sono assolutamente appropriati sia la mezzaluna di origine molto anteriore alla nascita dell'Islam che anche l'uso della lingua araba, per lo stesso motivo (anzi i cristiani sono stati decisivi per lo sviluppo di questa lingua).

Le contrapposizioni farlocche tra cristiani e musulmani hanno sempre riguardato solo una piccola parte di fanatici di ambo le parti: la vera contrapposizione è tra gli illuminati che, col conforto della storia e della cronaca, credono che si possa convivere nella diversità e chi invece deve inventarsi un nemico, anche quando questo non esiste, per le sue ridicole e tragiche crociate.

Tra le fonti che ho consultato segnalo questa.

06 gennaio 2010

Sartori. Il pedigree di un vecchio professorone.


dal blog Salam(e)lik


Giovanni Sartori, l'ultimo (si fa per dire) dei Vecchi Saggi regolarmente rispolverati dal Corriere per scrivere fregnacce sull'Islam, si è un po' risentito per essere stato ridicolizzato da una caterva di studiosi ed esperti molto più competenti di lui in materia. Al suo editoriale (sic) sull'"integrabilità degli islamici" hanno risposto infatti un po' tutti, in rete e non, e il bilancio era decisamente negativo per il vecchio professorone: non ne ha azzeccata neanche una, poveraccio.Marco Restelli, indianista e Lorenzo Declich, islamologo, gli hanno fatto letteralmente le pulci sui rispettivi blog, in particolare sui fatti storici da lui indicati come fondamenta del proprio ragionamento. Anche un brillante studente in relazioni internazionali, "nato in India, acculturato in Italia e soggiornante con cedolino" (come scrive lui), lo ha sbugiardato.

Sul Corriere, invece, Tito Boeri lo ha smentito sull'attualità, ricordandogli che "Il 77 per cento dei maghrebini di seconda generazione immigrati in Francia ha sposato una persona di cittadinanza francese" e che milioni di turchi vivono in Germania senza creare problemi. Purtroppo, Boeri ha replicato a Sartori secondo le modalità da me stigmatizzate a caldo quando scrissi: "Il guaio, in questo paese, è che quando questi espertoni "sbroccano" - perché di questo si tratta - nessuno osa gridare "l'espertone è sbroccato". Diventa tutta una gara a chi risponderà il "più pacatamente" possibile alle panzane propinate, col risultato che non si riesce mai a qualificarle per quello che effettivamente sono". Boeri non ha messo in luce gli strafalcioni del Sartori e non li ha argomentati. Si è solo limitato a porre domande generali, seppur di buon senso, lasciando al Sartori il compito di citare - a vanvera e persino sbagliando di nuovo - opere ed autori. Il che ha permesso a Sartori di fare la figura del dotto accademico e a Boeri quella del "«pensabenista», un ripetitore rituale del politicamente corretto, che perciò sa già tutto", come lo ha apostrofato Sartori stesso.

Questo tipo di risposta, con personaggi come Sartori, abituati a gridare slogan e a fare i capi-popolo, normalmente non funziona. Boeri è stato infatti ferocemente attaccato dal Sartori, che replica:"Il mio pedigree di studioso è in ordine. È quello del mio assaltatore che non lo è", "Se Boeri, che è professore di Economia del lavoro alla Bocconi e autorevole collaboratore di Repubblica, non è in grado di capire quel che scrivo, e dimostra di non sapere nulla del tema nel quale si spericola, figurarsi gli altri, figurarsi i politici." Quindi Sartori si arrampica sugli specchi, e si trincera dietro le scienze sociali per evitare di riflettere sulle "moltissime variabili che sono in gioco, ai loro molteplici contesti, e pertanto alla straordinaria complessità del problema. D’accordo. Ma nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre. Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente".

Ma pensa te...Ma uno studioso "con pedigree" non dovrebbe studiare appunto le variabili e rendere manifesta ai profani la complessità dei problemi che tratta? Oppure si deve limitare a cavalcare la vox populi e accontentare i lettori de La Padania? Che brutto modo di buttare alle ortiche un'onorata carriera accademica...Come ha giustamente scritto sul MessaggeroCorrado Giustiniani: "Stiamo freschi se anche le intelligenze più lucide di questo paese perdono improvvisamente la brocca e, invece di proporre soluzioni, preferiscono sparare giudizi di pancia e diffondere veleni ai quattro venti". Il problema è che io dubito fortemente che Sartori, nato nell'anno in cui è stato esiliato l'ultimo Sultano di Istanbul, sia lucido. Cosa dire della chiusa della sua replica, per esempio? "Alla sua intensità massima (L'Islam monoteista, ndr) produce l’uomo-bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto)". Ma Kamikaze non era un termine giapponese, caro studioso dall'impeccabile pedigree?

Il problema, però, non è Sartori, la sua arroganza e la sua isteria di vecchio professorone. Il problema è che uno come Sartori si è ben guardato dal rispondere agli studiosi di orientalistica che hanno scoperto errori ed orrori persino nella sua replica, a partire dai titoli e dagli autori dei saggi da lui citati. Questo dovrebbe far riflettere sulla condizione in cui sono costretti fior fior di orientalisti e islamologhi italiani. Studi, lauree, dottorati e specializzazioni in materia e alla fine chi chiamano a parlare di"cose islamiche" sul più importante quotidiano del paese? Un politologo, un professore di economia del lavoro, una romanziera latitante, un Magdi Allam...Che tristezza. Cari orientalisti, sveglia. Avete perso quasi dieci anni di tempo, da quando l'Islam è diventato di moda, nel 2001. Quanto tempo avete ancora intenzione di perdere prima di occupare il posto che vi spetta in questo paese?



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