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10 aprile 2012

E' vero, anche in Italia i "terroristi" venivano torturati.

di Pier Vittorio Buffa per L'Espresso.


Usare ogni mezzo per far parlare i terroristi: era il 1982 quando l'Espresso deunciò le sevizie ai responsabili per il sequestro Dozier. All'epoca il nostro cronista fu smentito e arrestato. Oggi il commissario di polizia Savatore Genova conferma tutto: 'Ero tra i responsabili, e ricevemmo il via libera per botte e sevizie"
(05 aprile 2012)
Enrico TriacaEnrico TriacaSì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l'un con l'altro, questo dovevamo fare".
Salvatore Genova è l'uomo il cui nome è da trent'anni legato a una grigia vicenda della nostra storia recente. Quella delle torture subite da molti terroristi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta.

Una vicenda grigia perché malgrado il convergere di testimonianze concordanti, le denunce di poliziotti coraggiosi e le inchieste giudiziarie la verità non è mai stata accertata. Nessuna condanna definitiva, nessuna responsabilità gerarchico-amministrativa, nessuna responsabilità politica. Solo lui, il commissario di polizia Salvatore Genova, e quattro altri poliziotti arrestati con l'accusa di aver seviziato Cesare Di Lenardo, uno dei cinque carcerieri del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 e liberato dalla polizia il 28 gennaio 1982. Evocare il nome di Genova vuol dire far tornare alla memoria l'acqua e sale ai brigatisti, le sevizie, le botte.

Oggi Salvatore Genova non ci sta più. Nel 1997 aveva iniziato a mandare al ministero informative ed esposti senza avere risposte. Adesso ha deciso di fare nomi, indicare responsabilità, svelare quello che accadde davvero in quei giorni drammatici. Ecco il suo racconto.
"Questura di Verona, dicembre 1981. Il prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos) convoca Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. E' la squadra messa in campo dal ministero dell'Interno (guidato dal democristiano Virginio Rognoni) per cercare di risolvere il caso Dozier. 

Il capo dell'Ucigos, De Francisci, ci dice che l'indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l'alto, ordini che vengono dall'alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fa sì con la testa e dice che si può stare tranquilli, che per noi garantisce lui. Il messaggio è chiaro e dopo la riunione cerchiamo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno.

Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell'occasione ci viene presentato. E' Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell'Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell'interrogatorio duro, dell'acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata. La squadra è stata costituita all'indomani dell'uccisione di Moro con un compito preciso. Applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili. Ciocia, va precisato, non agì di propria iniziativa. La costituzione della squadretta fu decisa a livello ministeriale.

Ciocia, che Umberto Improta soprannomina dottor De Tormentis, un nomignolo che gli resta attaccato per tutta la vita, torna a Verona a gennaio, con i suoi uomini, i quattro dell'Ave Maria. Da più di un mese il generale è prigioniero, la pressione su di noi è altissima.

Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all'ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo "disarticolarlo", prepararlo per Ciocia e i quattro dell'Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un'altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: "Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male". Poi il tubo in gola, l'acqua salatissima, il sale in bocca e l'acqua nel tubo. Dopo un quarto d'ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell'Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.

23 agosto 2011

Le radici dell’odio e della convivenza

Di Slavoj Žižek per l'Internazionale






Nell’autogiustificazione ideologica di Anders Behring Breivik e nelle reazioni ai suoi atti criminali ci sono cose che dovrebbero farci riflettere. Il manifesto di questo “cacciatore di marxisti” cristiano che in Norvegia ha ucciso più di 70 persone non è il vaneggiamento di un folle, è una lucida esposizione della “crisi europea” che (più o meno) implicitamente è alla radice del crescente movimento populista contro gli immigrati, e le sue stesse incoerenze sono sintomatiche delle contraddizioni interne di questo movimento.
La prima cosa che colpisce è come Breivik costruisce il suo nemico. Mescola tre elementi (marxismo, multiculturalismo e islamismo) che appartengono a spazi politici diversi: quello dell’estrema sinistra marxista, quello del liberalismo multiculturale e quello del fondamentalismo religioso islamico. È la vecchia abitudine fascista di attribuire al nemico caratteristiche che si escludono a vicenda (complotto bolscevico-plutocratico giudaico, estrema sinistra bolscevica, capitalismo plutocratico, identità etnico-religiosa) che ritorna in una nuova forma.
Ancora più indicativo è il modo in cui l’autodesignazione di Breivik mescola le carte dell’ideologia di estrema destra. Breivik si erige a paladino del cristianesimo ma è un agnostico laico: per lui il cristianesimo è solo un bastione culturale da contrapporre all’islam. È antifemminista e pensa che alle donne non dovrebbe essere consentito accedere all’istruzione superiore, ma è a favore di una società “laica” e non condanna né l’aborto né l’omosessualità. In questo il suo predecessore è Pim Fortuyn, il politico populista di destra olandese ucciso nel maggio del 2002, due settimane prima delle elezioni alle quali si prevedeva che avrebbe ottenuto il 20 per cento dei voti. Fortuyn era un personaggio paradossale e sintomatico. Un populista di destra le cui caratteristiche e perfino le cui idee erano quasi tutte “politicamente corrette”. Era gay, aveva un buon rapporto personale con molti immigrati, mostrava un senso innato dell’ironia, e via dicendo. In breve era un bravo liberale tollerante da tutti i punti di vista, tranne quello della sua posizione politica. Incarnava quindi l’intersezione tra il populismo di destra e la correttezza politica liberale Forse doveva morire proprio perché era la prova vivente del fatto che la contrapposizione tra populismo di destra e tolleranza liberale è falsa, che sono due facce della stessa medaglia.
Inoltre Breivik combina alcuni tratti del nazismo (anche nei dettagli, per esempio la sua simpatia per Saga, la cantante folk svedese filonazista) con l’odio per Hitler: uno dei suoi eroi è Max Manus, il leader della resistenza norvegese antinazista. E ultima cosa, ma non per questo meno importante, Breivik è apertamente razzista, ma filosemita e filoisraeliano, perché lo stato di Israele è la prima linea di difesa contro l’espansione musulmana. Vorrebbe perfino vedere riscostruito il tempio di Gerusalemme. Insomma, paradossalmente è un nazista razzista filosemita. Come è possibile?
Una spiegazione potremmo trovarla nelle reazioni della destra europea alla strage di cui si è reso responsabile. Il suo mantra è stato che, pur condannando i suoi atti delittuosi, non dobbiamo dimenticare che esprimono “una legittima preoccupazione per problemi reali”. La politica tradizionale non riesce a fermare il degrado dell’Europa causato dall’islamizzazione e dal multiculturalismo e quindi, per citare il Jerusalem Post, la tragedia di Oslo dovrebbe farci riflettere e “rivedere seriamente le politiche sull’integrazione degli immigrati in Norvegia e altrove”. (Editoriale del 24 luglio 2011).
Tra parentesi, sarebbe bello sentire una riflessione simile sul terrorismo palestinese, qualcosa come: “Questi atti di terrorismo dovrebbero farci riflettere e rivedere la politica israeliana”. Il riferimento a Israele, naturalmente, è implicito dato che secondo il suo governo un Israele “multiculturale” non ha alcuna possibilità di sopravvivere e l’apartheid è l’unica soluzione realistica. Il prezzo di questo perverso patto tra i sionisti e la destra è che, per giustificare la rivendicazione della Palestina, bisogna accettare retroattivamente la linea di ragionamento che nella storia europea passata veniva usata contro gli ebrei. L’accordo implicito è: “Siamo pronti ad accettare la vostra intolleranza alla presenza di altre culture al vostro interno se voi riconoscete il nostro diritto a non tollerare quella dei palestinesi al nostro interno”.
La tragica ironia di questo accordo implicito è che, nella storia europea degli ultimi secoli, gli stessi ebrei sono stati i primi “multiculturalisti”. Il loro problema era come preservare la loro cultura in paesi dove ne predominava un’altra. (Tra parentesi, sarebbe opportuno ricordare che, negli anni trenta, in risposta all’antisemitismo nazista, Ernest Jones, il principale responsabile dell’imborghesimento conformista della psicoanalisi, faceva strane riflessioni sulla percentuale di stranieri che uno stato nazionale è in grado di sopportare al suo interno senza rischiare di perdere la propria identità, giustificando quindi la posizione nazista).
L’Europa dell’esclusione
E se stessimo veramente entrando in una nuova era nella quale questo tipo di ragionamento finirà per imporsi? E se l’Europa dovesse accettare il paradosso che la sua apertura democratica si basa sull’esclusione? “Non c’è libertà per i nemici della libertà”, come diceva Robespierre. In linea di principio, questo naturalmente è vero, ma poi bisogna entrare nello specifico. In un certo senso Breivik ha scelto bene il suo bersaglio: non ha attaccato gli stranieri, ma quelli della sua comunità che erano troppo tolleranti nei confronti degli intrusi. Il problema non sono loro, è la nostra identità (europea).
Sebbene l’attuale crisi dell’Unione europea sembri solo di tipo economico e finanziario, nella sua dimensione fondamentale è una crisi politico-ideologica: il fallimento dei referendum sulla costituzione europea di un paio di anni fa è stato un chiaro segnale del fatto che gli elettori la percepivano come un’unione economica “tecnocratica”, senza alcuna visione che potesse coinvolgere le popolazioni. Fino alle recenti proteste, l’unica ideologia capace di mobilitarle è stata la difesa contro gli immigrati.
Gli episodi di omofobia che si sono verificati nei paesi ex comunisti dell’Europa dell’est dovrebbero farci riflettere. All’inizio del 2011, a Istanbul c’è stata una parata gay in cui migliaia di persone hanno sfilato pacificamente, senza alcuna violenza né incidenti. Durante manifestazioni simili che si sono svolte in Serbia e in Croazia (a Belgrado e a Spalato), la polizia non è riuscita a proteggere i partecipanti, che sono stati ferocemente attaccati da migliaia di fondamentalisti cristiani. Questi fondamentalisti, e non i turchi, costituiscono la vera minaccia per l’Europa, quindi quando l’Unione ha praticamente bloccato l’ingresso della Turchia, avremmo dovuto sollevare una questione ovvia: perché non applicare le stesse regole all’Europa orientale? (Per non parlare del fatto abbastanza curioso che la forza principale che si nasconde dietro il movimento antigay in Croazia è la chiesa cattolica, nonostante i tanti scandali sui preti pedofili).
Gli antisemiti filoisraeliani
È importante collocare l’antisemitismo in questo quadro, come una delle tante forme di razzismo, sessismo, omofobia eccetera. Per giustificare la sua politica sionista, lo stato di Israele sta commettendo un errore madornale: ha deciso di minimizzare, se non di ignorare del tutto, il cosiddetto “vecchio” antisemitismo (tradizionale europeo), concentrandosi piuttosto sul “nuovo”, presunto antisemitismo “progressista” mascherato da critica della politica sionista dello stato di Israele. Seguendo questa linea, qualche tempo fa Bernard Henri-Levy ha sostenuto (nel suo saggio La gauche en temps de crise) che l’antisemitismo del ventunesimo secolo sarà “progressista” o non esisterà. Portata alle sue estreme conseguenze, questa tesi ci costringe a ribaltare la vecchia interpretazione marxista dell’antisemitismo come una forma distorta di anticapitalismo (invece di dare la colpa al sistema capitalistico, la rabbia si concentra su un gruppo specifico accusandolo di corrompere il sistema): per Henri-Levy e quelli che la pensano come lui, l’anticapitalismo di oggi è una forma mascherata di antisemitismo.
Il divieto inespresso ma non per questo meno efficace di attaccarlo è emerso proprio nel momento in cui quel “vecchio” antisemitismo sta rinascendo in tutta l’Europa e in particolare negli ex paesi comunisti dell’est. Possiamo osservare questa strana alleanza anche negli Stati Uniti: come fanno i fondamentalisti cristiani americani, che sono per loro stessa natura antisemiti, ad appoggiare così entusiasticamente la politica espansionista dello stato di Israele? C’è una sola risposta a questa domanda: non è che i fondamentalisti cristiani siano cambiati, è che il sionismo stesso, con il suo odio per gli ebrei che non si identificano completamente con la politica israeliana, paradossalmente è diventato antisemita, vale a dire ha creato la figura dell’ebreo nemico della sua razza perché dubita del progetto sionista. Il gioco di Israele è pericoloso. Fox News, la principale voce dell’estrema destra americana e grande sostenitrice dell’espansionismo israeliano, qualche tempo fa ha dovuto rimuovere dalle sue funzioni Glen Beck, il suo conduttore più popolare, perché i suoi commenti stavano diventando apertamente antisemiti.
L’argomento standard dei sionisti nei confronti dei critici di Gerusalemme è che, naturalmente, come tutti gli altri stati, Israele può e deve essere giudicato e anche criticato, ma chi lo fa usa le giuste critiche alle sue politiche a scopi antisemitici. Quando i fondamentalisti cristiani che sostengono la politica israeliana respingono le critiche a quella politica, la loro linea di ragionamento è ben espressa da una vignetta pubblicata nel luglio del 2008 sul quotidiano viennese Die Presse dove si vedono due robusti viennesi con l’aria da nazisti. Uno di loro tiene in mano un giornale e commenta con il suo amico: “Qui si vede chiaramente come un antisemitismo assolutamente giustificato viene usato per criticare ingiustamente Israele!”. Questi sono oggi gli alleati di Israele. Come siamo arrivati a questo punto?
Un secolo fa, Gilbert Keith Chesterton denunciò chiaramente il difetto fondamentale dei critici della religione: “Uomini che cominciano combattendo la chiesa per amore della libertà e dell’umanità finiscono per rinunciare alla libertà e all’umanità pur di poter combattere la chiesa… I laici non hanno distrutto la spiritualità, ma la laicità, se questo può essere loro di qualche conforto”. Non potremmo dire la stessa cosa dei paladini della religione? Quanti fanatici difensori della fede hanno cominciato attaccando ferocemente la cultura laica contemporanea e poi hanno finito per rinunciare a qualsiasi esperienza religiosa significativa? Allo stesso modo, molti guerrieri del liberalismo sono così ansiosi di combattere il fondamentalismo antidemocratico da finire per rinunciare alla libertà e alla democrazia pur di sconfiggere il terrorismo. Se i “terroristi” sono pronti a distruggere questo mondo per amore dell’altro mondo, i nostri guerrieri sono pronti a distruggere la loro democrazia in nome dell’odio per l’altro musulmano.
Alcuni di loro hanno tanto rispetto per la dignità umana da essere pronti a legalizzare la tortura – la massima degradazione della dignità umana – pur di difenderla. E non potremmo dire la stessa cosa della recente insurrezione dei difensori dell’Europa contro la minaccia degli immigrati? Nella furia di difendere le sue radici giudaico-cristiane, i nuovi zeloti sono pronti a rinunciare all’essenza stessa della cristianità. La vera minaccia per le radici del continente sono le persone come Breivik, il sedicente difensore dell’Europa che ha ucciso “per amor suo”. Con amici così, il nostro continente non ha bisogno di nemici. Se Breivik l’amasse veramente, avrebbe seguito il consiglio di suo padre e si sarebbe suicidato.
L’Altro decaffeinato
La recente ondata di risentimento nei confronti degli immigrati va letta sullo sfondo di una riorganizzazione a lungo termine dello spazio politico nell’Europa occidentale e orientale. Fino a poco tempo fa, lo spazio politico dei paesi europei era dominato da due partiti principali che coprivano quasi tutto l’elettorato, un partito di centrodestra (democristiano, liberal-conservatore, popolare…) e uno di centrosinistra (socialista, socialdemocratico…) con l’aggiunta di piccoli partiti che si rivolgevano a un elettorato più ristretto (ecologisti, comunisti, e così via). Sia a est che a ovest, gli ultimi risultati elettorali hanno evidenziato il graduale emergere di una polarità diversa.
C’è un partito centrista predominante che rappresenta il capitalismo globale, di solito con un programma culturale liberale (tolleranza nei confronti dell’aborto, dei diritti dei gay, delle minoranze etniche e religiose, e così via). A contrastarlo c’è un partito populista antimmigrazione sempre più forte le cui frange estreme sono apertamente razziste e neofasciste. Un caso esemplare lo vediamo in Polonia: dopo la scomparsa degli ex comunisti, i partiti principali sono quello centrista liberale “anti-ideologico” del primo ministro Donald Dusk e il partito cristiano conservatore dei fratelli Kaczynski. Tendenze simili le troviamo anche nei Paesi Bassi, in Norvegia, Svezia e Ungheria. Per la terza e ultima volta, come siamo arrivati a questo punto?
Dopo il crollo dei regimi comunisti del 1990, siamo entrati in una nuova era nella quale la forma predominante di esercizio del potere statale è diventata l’amministrazione esperta depoliticizzata e il coordinamento degli interessi. L’unico modo per introdurre un po’ di passione in questo campo, per mobilitare i cittadini, è la paura: la paura degli immigrati, della criminalità, della depravazione sessuale dei senza dio, di un’eccessiva interferenza dello stato (che si esprime con il controllo e l’aumento delle tasse), la paura della catastrofe ecologica, ma anche delle vessazioni (la correttezza politica è la forma esemplare della strategia della paura).
Questo tipo di politica fa sempre affidamento sulla manipolazione di folle spaventate e paranoiche, quelle che i greci chiamavanoochlos. Di conseguenza, l’evento politico più importante dei primi dieci anni del nuovo millennio è stato l’ingresso dei movimenti antimmigrazione nell’area dei partiti convenzionali, dopo aver finalmente tagliato il cordone ombelicale con quelli di estrema destra ai quali prima erano legati. Dalla Francia alla Germania, dall’Austria all’Olanda, nel nuovo spirito dell’orgoglio per la propria identità storica e culturale, adesso i partiti trovano accettabile sottolineare che gli immigrati sono ospiti che devono adattarsi ai valori culturali della società che li accoglie. “Questo è il nostro paese, prendere o lasciare”.
I progressisti, naturalmente, sono inorriditi da questo razzismo populista. Ma a guardare meglio scopriamo che il loro multiculturalismo tollerante e il loro rispetto per le differenze (etniche, religiose, sessuali) condivide con i movimenti antimmigrazione la necessità di tenere i diversi a debita distanza. Rispetto gli altri, ma loro non devono intromettersi troppo nel mio spazio. Nel momento in cui lo fanno, mi danno fastidio – con il loro odore, la loro lingua, i loro modi volgari, la loro musica, la loro cucina… Difendo i diritti dei neri, ma non sono disposto a sentire la loro musica rap a tutto volume. Sul mercato di oggi, troviamo tutta una serie di prodotti privi delle loro proprietà potenzialmente dannose: il caffè senza caffeina, la panna senza grassi, la birra senza alcol… E l’elenco potrebbe continuare: c’è anche il sesso virtuale senza sesso, la dottrina della guerra senza vittime (nostre, naturalmente) di Colin Powell, in pratica una guerra senza guerra, le ridefinizione contemporanea della politica come arte dell’amministrazione competente, cioè come politica senza politica, fino al liberalismo multiculturale tollerante come esperienza dell’Altro senza la sua Alterità. Vogliamo vedere un Altro decaffeinato che danza in modo affascinante e ha un rapporto olistico ed ecologico con la realtà, e ignorare che a casa picchia la moglie.
Il meccanismo di questa neutralizzazione è stato ben espresso nel 1938 da Robert Brasillach, l’intellettuale fascista francese giustiziato nel 1945, che si considerava un antisemita “moderato” e aveva inventato la formula dell’antisemitismo ragionevole. “Ci concediamo di applaudire i film di Charlie Chaplin, che è mezzo ebreo; di ammirare Proust, anche lui per metà ebreo; di osannare il violinista ebreo Yehudi Menuhin; e alla radio sentiamo la voce di Hitler grazie all’invenzione di un altro ebreo, Heinrich Hertz… Non vogliamo uccidere nessuno, non vogliamo organizzare nessun pogrom. Ma pensiamo anche che il modo migliore per evitare i comportamenti antisemiti istintivi che sono sempre imprevedibili sia incoraggiare un antisemitismo ragionevole”. Non è forse l’atteggiamento che hanno oggi i nostri governi nei confronti della “minaccia dell’immigrazione”?
Dopo aver giustamente respinto il razzismo populista “irragionevole” e inaccettabile per i nostri standard democratici, avallano misure di protezione “ragionevolmente” razziste o, come ci dicono i Brasillach di oggi, alcuni dei quali sono addirittura socialdemocratici: “Ci concediamo di applaudire gli sportivi africani o dell’est europeo, i medici asiatici, i programmatori di software indiani. Non vogliamo uccidere nessuno, non vogliamo organizzare nessun pogrom. Ma pensiamo anche che il modo migliore per evitare i comportamenti violenti contro gli immigrati che sono sempre imprevedibili sia introdurre misure di protezione ragionevoli”.
Questa disintossicazione del Prossimo è un chiaro passaggio dalla barbarie pura e semplice alla barbarie dal volto umano. È un ritorno indietro dall’amore cristiano per il prossimo al paganesimo della tribù (greci, romani…) che difende i propri privilegi rispetto ai barbari. Anche se mascherata da difesa dei valori cristiani, costituisce la più grande minaccia per l’identità cristiana.
Razzismo e multiculturalismo
Ma è necessario fare anche un altro passaggio: la critica del razzismo contro gli immigrati dovrebbe diventare un’autocritica e ammettere la complicità della forma predominante di multiculturalismo con quello che condanna. I critici di questa ondata di sentimenti contro gli immigrati di solito si limitano a celebrare l’infinito rituale di confessare i peccati dell’Europa, ad accettare umilmente i limiti della sua identità e ad esaltare la ricchezza di altre culture. I famosi versi di William Butler Yeats nella poesia Il secondo avvento, sembrano rendere perfettamente la situazione di oggi: “I migliori hanno perso ogni convinzione, e i peggiori si gonfiano d’ardore appassionato”. È un’ottima descrizione dell’attuale divisione tra liberali anemici e fondamentalisti appassionati, sia musulmani che cristiani. “I migliori” non sono più capaci di impegnarsi fino in fondo, mentre “i peggiori” sono impegnati nel loro fanatismo razzista, religioso e sessista. Come uscire da questo impasse?
Invece di recitare la parte delle anime belle che si lamentano di questa nuova Europa razzista che sta emergendo, dovremmo guardarci allo specchio e chiederci in che misura il nostro multiculturalismo astratto ha contribuito a creare questo triste stato di cose. Se tutte le parti non condividono e rispettano la stessa civiltà, il multiculturalismo diventa ignoranza reciproca regolata dalla legge, se non addirittura odio. Il conflitto sul multiculturalismo è un conflitto sulla Leitkultur: non tra culture ma tra visioni diverse di come le varie culture possono e dovrebbero coesistere, sulle regole e le pratiche che queste culture devono condividere se vogliono convivere.
Quindi dovremmo evitare di lasciarci prendere dal gioco di “quanta tolleranza possiamo permetterci”. Dobbiamo tollerare che non mandino a scuola i loro figli, che costringano le loro donne a vestirsi e comportarsi in un certo modo, che combinino i matrimoni, che brutalizzino i loro gay. A questo livello, naturalmente, non siamo mai abbastanza tolleranti, o lo siamo troppo, dimenticando i diritti delle donne, e così via. L’unico modo per uscire da questo impasse è proporre e lottare per la realizzazione di un progetto positivo condiviso da tutti. I terreni di lotta nei quali “non esistono né uomini né donne, né ebrei né greci” sono molti, dall’ecologia all’economia.
Nei suoi ultimi anni di vita, Sigmund Freud aveva cominciato a chiedersi: che cosa vuole una donna? Oggi la domanda che dovremmo porci è: che cosa vuole l’Europa? Per lo più si comporta come regolatrice dello sviluppo del capitalismo globale e a volte flirta con la difesa delle sue tradizioni. Entrambe queste strade portano all’oblio, alla sua emarginazione. L’unico modo che ha per uscire da questo debilitante impasse è recuperare la sua tradizione di emancipazione radicale e universale. Deve andare oltre la semplice tolleranza degli altri per arrivare a unaLeitkultur positiva dell’emancipazione che può solo sostenere l’autentica coesistenza e la fusione delle diverse culture, e impegnarsi nella prossima battaglia per questa Leitkultur. Non solo rispettare gli altri, ma offrire loro una battaglia comune, dato che oggi i nostri problemi sono comuni.
Traduzione di Bruna Tortorella

27 luglio 2011

La mia risposta a un delirio

Quando ho sentito del massacro di Utoya, in Norvegia il pensiero non è potuto non correre a lui. Non ho potuto fare a meno di dirglielo ma lui, come al solito, sembra non aver capito nulla. E allora ci provo, ancora una volta, a spiegargli come stanno le cose analizzando e smontando punto per punto le fesserie che scrive.
Io non ho letto i testi di questo Anders Behring Breivik, ma che adesso, che per un imbecille pazzo nazista (di merda), che è un razzista, e quant'altro, e che è pure, o comunque si definisce, "cristiano", andiamo a chiamarlo "estremismo cristiano" e andiamo a paragonare, 1 singola persona, con Al Qaeda, e gli estremisti islamici...
 Purtroppo non è una singola persona. Da Oklahoma City in giù la differenza sta tutta nella disponibilità di avere a disposizione nitrato di ammonio o altre armi. Di potenziali Breivik è piena l'Europa. Per non parlare dell'America.  Nessuno poi si sogna di paragonare questo con Al Qaeda e gli altri movimenti di resistenza islamica. Loro lottano per liberare i loro paesi dagli eserciti di potenze straniere occupanti, questo ha ammazzato ragazzini di 16 che svavano facendo un campeggio. Semplicemente assurdo un paragone.

La Jihad globale e la sua volontà sono una realtà, per cui evitiamo di farci condizionare dall'azione di un iper-folle, mandiamolo nella più grande democrazia del mondo, l'America, così lo condannano a morte e ce lo leviamo dalle palle, non purtroppo quello che ha fatto,
evitiamo di seguire le mode, ispirate da giornalisti e da alcune parti politiche che per un voto in più rimbecilliscono tutti lo Stato compreso.
La Jihad globale è una fanfaluca. Ci sono solo movimenti locali di liberazione caratterizzati dal nazionalismo e dalla politica, che usano la religione solamente come media per reclutare maggiore consenso. Sulla più grande democrazia al mondo, se proprio dobbiamo ostinarci a negare il suo ruolo alla Cina, la scelta ricadrebbe comunque sull'India. Ad ogni modo ti sfugge uccidendo Breivik, folle com'è , si fa lui solo un favore. Di certo a un personaggio fanatico come questo non importa nulla sopravvivere o meno, anzi si esalterebbe sapendo di diventare un "martire". Sapendo di essere riuscito a scuotere e corrompere in questa maniera il paese.

Sono anni che avverto che sta salendo l'estrema destra in Europa, soprattutto al nord, perché lì stanno perdendo repentinamente la loro identità, e perderanno anche la loro libertà, piano piano, purtroppo. Per l'aumento esagerato di persone di religione islamica, quindi, una società può, effettivamente, andare in crisi. Ma, di base, anche fossero "indiani", si capisce il concetto? E' il concetto, importante, non gli elementi in sé. Ci siamo?
No, decisamente non ci siamo. Sono 20 anni e anche di più che ce la menate con st'escalation dell'estrema destra in Europa. In realtà il picco di popolarità si è avuto a ridosso del 2000 con la vittoria elettorale di Haider nel 1999 e il raggiungimento del ballottaggio alle presidenziali francesi di Le Pen del 2002, 10 anni fa. Poi l'estrema destra è tornata, praticamente ovunque, ad avere un ruolo marginale. Parli di perdere repentinamente la propria identità. La propria identità? Quale? Ogni generazione ha la sua. Repentinamente? Sono decenni che assistiamo a questa lenta integrazione ed è innegabile che siamo di fronte ad un successo. I primi figli di immigranti nei paesi scandinavi ormai hanno più di 40 anni. 40 anni ti sembra repentinamente?

In questo modo, con i cambiamenti repentini, si crea l'humus dove vanno a pescare.. i fanatici (termine che piace molto ai fanatici in divisa). Che non è, colui che racconta, ma il fanatico. Che può essere ovunque. E non c'è solo l'estrema destra, ma anche l'estrema sinistra. E' quest'ultima che negli ultimi anni ha dato dimostrazione di razzismo, quando si credeva fosse di destra, vedi Pigneto.
L'estrema sinistra razzista. Mi sto scompisciando dalle risate.

Per cui, rimaniamo coi piedi per terra, io dell'attentato non sono, né prima (a caldo) né dopo, andato a dare colpa agli islamici (sono sempre più in gamba), lo hanno invece fatto giornalisti ed esperti titolati. Ma... troppo comodo, e vigliacco, e suicida, per paura della realtà, andare a parlare di estremismo cristiano (i boss mafiosi han con sé sempre la Bibbia ma non significa nulla) e (voler in quel modo) cancellare, tutto il pericolo che, da anni, viene dall'altra parte.

Dunque , fermiamoci un attimo. Se un mediorientale mette una bomba lo fa perché è islamico, mentre il boss mafioso no no no non può essere cristiano. Perché? Perché sottendi che la religione cristiana è buona e quindi chi fa il male non è un vero cristiano, mentre l'islam è il male, chi fa del male è proprio un vero musulmano. No, ma tu non sei razzista...

Sia chiaro, pericolo anche, in modo diverso, per gli stessi islamici moderati, i quali sono obbligati a diffondere l'Islam e a non avere libertà di religione, e tante altre cose. Perché ricordiamoci che anche molti musulmani, parlano di islamizzazione dell'Europa, e molti di loro diventano antislamici.
Il gesto di quell'indefinibile animale, non deve farci abbassare una guardia che non abbiamo mai alzato, e che per questo motivo, nei paesi del nord Europa, che sono più a rischio, di cui avevo avvertito, ha favorito (favorito) proprio la generazione di un tal essere come Anders Behring Breivik.

Riassumendo, se un nazista uccide dei ragazzini in campeggio è colpa delle persone che emigrano in cerca di lavoro. Molti musulmani... cosa? Ma che ti sei bevuto? Abbassare la guardia che non abbiamo mai alzato? Contro cosa? Contro i mulini a vento?

Io sto tenendo corrispondenza con una persona, buonissima, tollerantissima di Oslo, che insegna ad alcune classi, metà degli studenti sono islamici. Studiano soprattutto medicina, e legge (!). E la Norvegia, come altri del nord, è un Paese tollerantissimo, per la massima libertà per tutti, sono persone veramente gentili... molto buone.... tanto che i politici non usano scorte... qualcosa di impensabile qui da noi, o in Francia, o in Usa, o GB... giusto? Ma non credo ci riusciranno più. 
Non credo che cambi molto di più di quanto non cambiò dopo l'omicidio di Olaf Palme, vatti a studiare la storia su Wikipedia.

Soffrono tanto di quello che è accaduto...
e credo sia accaduto proprio per la loro bontà e per il repentino cambio della società.
Stan vivendo qualcosa di terribile.

Si possono sì, fare alcune analogie con il trauma dell'11 Settembre per l'America, e con  Al-Qaeda, ma ci andrei molto cauto. MOLTO, cauto.
Non c'entra niente la bontà o meno. Negli Stati Uniti, dove non sono certo buonisti, di episodi del genere ce ne sono stati diversi.

 Le società, sono come degli organismi. Viventi. Sono una versione più ampia di un organismo vivente più piccolo, come il corpo umano, dove tutto è in equilibrio. Questo non riesce ad accettare incolume repentini cambiamenti, come li si potrebbe chiamare (scusate l'ignoranza in materia)... chimico-fisici. Se noi introduciamo una sostanza, inaspettata, incompatibile, in un organismo, la medicina insegna che vi avvengono delle reazioni, anche di rigetto o di immunizzazione. E' brutta da dire ma arrivano anche gli anticorpi, che non sempre fanno il bene dell'organismo.  Che è un po', quello che avviene nei confronti dell'Occidente, nei paesi arabi. Che non accettano, la trasformazione della loro società, secondo canoni che non sono loro e cioè i nostri. Giusto?

 No, sbagliato. Facciamo che ti seguo sul piano del paragone con un organismo. Quello che ti sfugge è che le cellule che compongono quest'organismo sono abiutate fin da piccole ad andare a scuola insieme, etc...etc...
Mi sembra che di trasformazioni nei paesi arabi ne abbiamo viste di gigantesche. Piuttosto siamo noi europei e occidentali che abbiamo paura dei cambiamenti, abbiamo paura di non potercela fare a giocarcela ad armi pari, ora che stiamo perdendo la supremazia economica.

Non si può pretendere, che una cultura, qualunque, possa venir trasformata in un altra, senza conseguenze. Nemmeno si avrebbe il diritto di pretendere di cambiare le società, altrui. Giusto?
Chi sta leggendo, è disposto a trasformare "di punto in bianco" la società in cui vivono i propri cari? La propria gente? Non credo, credo nessuno.
Col tempo, conoscendoci, crescendo insieme, sì, è diverso.

Eeeeehhh bravo. E' per questo che esiste il "terrorismo islamico" che poi non è né terrorismo, né islamico ma solo resistenza contro l'occupazione straniera. Occupazione militare, non emigrazione di poveri proletari.

Secondo me, da noi bisogna rallentare il processo di cambiamento della nostra società europea, che in Nord Europa credo stia avvenendo troppo velocemente, mentre nei paesi arabi, sempre da parte nostra, bisogna rispettare di più le loro usanze (i loro desideri in casa loro). E si badi bene, a noi occidentali le loro usanze a casa loro le fanno rispettare, altrimenti ci fan fuori. Per cui, bisogna saper "giocare" con questa diversità tra i due elementi che si vengono a incontrare in due realtà diverse, occidentale, a casa nostra, e islamica, a casa loro. E pretendere rispetto in casa propria delle proprie usanze. Perché in casa loro, noi le loro usanze le rispettiamo.
Riesci a contraddirti in 4 righe. Prima dici che noi (noi chi?) dovremmo rispettare di più le loro usanze, poi dici che le rispettiamo. In realtà come stati stupriamo continuamente la sovranità dei loro paesi.
Yin e Yang, bisogna sempre giocare di equilibrio, tra le forze, per mantenere l'asta della bilancia orizzontale, altrimenti da una parte o dall'altra prima o poi rovescia, e quando rovescia, Fisica insegna che rovescia forte.


La punizione per Anders Behring Breivik, deve essere esemplare, durissima, peggio di quella per Khalid Sheikh Mohammed, l'ideatore degli attentati dell'11 Settembre. Deve essere durissima ed eseguita il più presto possibile. E tutti, le vittime, le famiglie delle vittime, i fan e i potenziali emuli, devono sapere che la pena è stata durissima. 
E prima ancora, senza coinvolgere e distruggere le nostre difese, si deve disintegrare quell'idea che per giustificare la sua pazzia ci ha piazzato dietro.  

 Si Yin e Yang... Ma pensi veramente che la pena di morte possa essere un deterrente per personaggi del genere? Colombine dov'è , in Danimarca?

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Sollevazione.

13 luglio 2011

Lo scandalo dell’antimodernità: Fini e il Mullah Omar

Di Giuseppe Gallo.


L’ultimo libro del grande giornalista ricostruisce la storia dei talebani, mettendone in risalto gli aspetti politici propri di un movimento nazionalista di tipo radicale. Ma sottolinea anche il carattere provocatorio che il loro modello pauperistico di società ha finito con l’assumere agli occhi dell’Occidente dominato dalle leggi dell’economia.

A furia di inseguire un pericolo immaginario, inAfghanistan gli americani hanno finito col crearne uno reale. È la tesi sostenuta da Massimo Fini in Il mullah Omar (Marsilio, pp. 178, euro 16,50). E l’incursione all’Hotel Intercontinental di Kabul nella notte fra il 28 e il 29 giugno sembra offrirle un ulteriore motivo di credito. L’obiettivo del resto non era civile ma politico-militare: il lussuoso albergo ospitava infatti i membri del governo, i vertici delle forze di sicurezza e i governatori delle province riuniti per la conferenza che dovrà guidare la transizione.

La differenza è importante. Perché il movimento talebano è anzitutto un movimento nazionalista, che si ribella agli occupanti e aspira a ripristinare le antiche tradizioni del Paese, ma è estraneo al terrorismo internazionale. Tutta la retorica della guerra umanitaria si scontra contro questo dato di fatto. Non c’era nessun afghano nei commandos che nel settembre 2001 attaccarono le Torri Gemelle e il Pentagono. Né è mai stato trovato un afghano nelle cellule di al-Qā’ida. Negli anni Novanta, lo scopo dei talebani era liberare il Paese dai sovietici e, in seguito, dai locali signori della guerra. Oggi, è porre termine all’occupazione politica e militare statunitense, ancor meno giustificabile dopo il venir meno della ragione della guerra, la presenza sul territorio diOsama bin Laden (trovato infine in Pakistan).
L’orizzonte dei talebani è tutto interno ai confini dell’Afghanistan: non hanno interesse per la jihad universale, non hanno una visione globale del mondo, non sono mai stati una fonte di pericolo per l’Occidente fuori del territorio afghano. Anzi, fra gli attestati di solidarietà e cordoglio inviati agli Usa all’indomani dell’11 settembre vi fu anche quello del loro governo.
La realtà tuttavia è difficile da accettare per chi asseconda i tentativi di imporre unordine globale conveniente agli interessi statunitensi. Non stupisce dunque che il libro abbia scatenato un’aspra polemica nel centrodestra, guadagnandosi una denuncia da parte della deputata del Pdl Souad Sbai, della giornalista Maria Giovanna Maglie e di un gruppetto di rappresentati di varie associazioni. Giustamente, l’editore ne ha approfittato, aggiungendo alla seconda edizione una fascetta pubblicitaria che recita: Il libro messo all’indice, «indegno, scandaloso, inaccettabile.»
Ma nel saggio di Fini non c’è nulla di così scabroso. Il celebre giornalista fa semplicemente il suo mestiere: ricostruisce la biografia del Mullah Omar e la storia delmovimento talebano, cercando di distinguere il vero dalle mezze verità e dalle notizie false. Il linguaggio, d’altra parte, è quello analitico dello studio storico minuziosamente documentato, non quello del pamphlet. Gli accenti polemici sono rari, e riservati quasi esclusivamente agli italiani: La RussaBerlusconiFrattiniBoniverBonino.
Nonostante la simpatia che il libro lascia trasparire per il mullah, non c’è alcuna adesione da parte di Fini all’ideologia talebana. Né potrebbe essere altrimenti. È chiaro che un intellettuale come lui nutrito di nietzschianesimo sin dentro le ossa si troverebbe a disagio nel regime sessuofobo e illiberale degli studenti afghani. Né Fini tace i gravi limiti politici del mullah: conquistato il potere negli anni Novanta, Omar – che è nato in un villaggio di capanne di paglia e fango, e si è istruito unicamente nellemadrasse (le scuole coraniche diffuse anche in Afghanistan) – impone ovunque un’interpretazione rigida e integralista della legge islamica, non capendo che le grandi città come Kabul, dove s’è recato soltanto un paio di volte, non potevano essere trattate allo stesso modo delle campagne.
Quindi, nel 2001, sottovaluta la forza militare degli Stati Uniti, e si gioca il paese per una questione di principio: non essendogli state rivelate le prove richieste, si rifiuta di consegnare Bin Laden, che pure non stima e da cui lo divide tutto (l’uno è un afghano, sunnita e nazionalista, l’altro un arabo, waabita e internazionalista islamico). Il grande giornalista apprezza la motivazione: in realtà, il mullah Omar se ne infischia dello sceicco saudita (già ai tempi di Clinton aveva fatto capire che, pur non essendo disposto a espellerlo, non avrebbe avuto nulla da ridire se gli americani lo avessero eliminato), il suo rifiuto è determinato unicamente dalla volontà di proteggere la sovranità e la dignitàdello Stato afghano. La decisione è nobile. Ma trascina il Paese in una guerra lunghissima, più lunga persino di quella del Vietnam.
In cosa risiede allora la simpatia di Fini per il mullah? Sul piano politico, egli riconosce alla guida ideologica dei talebani il merito di aver fatto, negli anni di governo, quello che aveva promesso: disarmare la popolazione, riportare la sicurezza, riaprire le strade al traffico e al commercio. E vi è riuscito perché il suo movimento si è conquistato sul campo il consenso della popolazione, combattendo – dopo i sovietici – i signori della guerra che si erano trasformati in bande di taglieggiatori, borseggiatori, stupratori e assassini.
Certo, la rivoluzione talebana non è quella francese: guarda al passato anziché all’avvenire. Ma, sia pure sotto una legge durissima e inflessibile, la sharia, era riuscita a spazzare via il sistema feudale (i signori della guerra, appunto) e a unificare le diverse etnie del Paese. È stato saggio combattere il governo talebano per mettere alla guida del paese un presidente fantoccio come Hamid Karzai, disprezzato dalla popolazione perché mentre i mujāhidīn si battevano contro gli invasori sovietici costui faceva affari con gli americani? Il caos attuale non è forse conseguenza di questa scelta infelice?
Senz’altro poi Massimo Fini – estensore del Manifesto dell’antimodernità e autore di un saggio intitolato Il denaro «Sterco del demonio» – avrà provato un altro motivo di interesse: nell’era di Internet e della finanza pervasiva, il mullah Omar ai suoi occhi ha avuto il merito di proporre un modello di società pauperistica, antitetica al modello occidentale e indifferente ai dettami imperanti dell’economia. La misura più audace è rappresentata dal blocco imposto nel 2000 alla coltivazione del papavero e quindi dell’oppio, da cui dipendeva la sopravvivenza di migliaia di contadini: una decisione che poteva prendere solo chi considera il Corano più importante della ricchezza e ha il prestigio per imporla.
Qui sta il vero motivo di scandalo del mullah Omar, il quale ribalta i valori dell’Occidente perché, non avendo mai messo piede su un aereo e non essendo mai stato all’estero, semplicemente li ignora. Va anche detto tuttavia che, fatta salva la pregiudiziale religiosa, il suo modello sociale non è ignoto alla tradizione occidentale. È un peccato che Fini non abbia avuto interesse ad approfondire questo aspetto, distinguendo analogie e contrasti con altri modelli di società pauperistiche, quali quelli teorizzati per esempio daTommaso MoroCampanellaBaconeRousseau. Ma non escluderei che la ferocia della propaganda antitalebana dell’Occidente sia stata alimentata anche da una sorta di ritorno del perturbante (e cioè dall’emergere di qualcosa di spaventoso che ci appare estraneo e familiare allo stesso tempo), che ha le sue radici in casa nostra.
Più in generale, inoltre, il grande giornalista deve aver provato per l’Afghanistan la stessa simpatia che Pasolini riservava agli esclusi fra gli esclusi: non solo i talebani vivono in uno dei paesi più poveri nella Terra, sono musulmani ma non sono arabi e non sono comunisti, perciò non hanno santi in paradiso, non c’è nessuno che li difenda nel consesso internazionale. Possono contare soltanto sull’aiuto volontario di altri disgraziati come loro: ceceniuzbekiturchi. Sono davvero esclusi fra gli esclusi. Fini tuttavia non potrebbe essere più estraneo alle idealizzazioni terzomondiste dell’autore degli Scritti corsari, cui pure è legato dall’anticonformismo dei giudizi e dalla vocazioneanticapitalistica. L’argomentazione del giornalista lombardo si mantiene sempre su un piano di realtà fattuale e politica, senza concessioni alle fantasie di rigenerazione morale in cui non crede.
D’altra parte, l’antimodernismo di Fini ha un carattere squisitamente progressista. La sua critica, per quanto inclemente, muove infatti dall’adesione al principio per eccellenza della modernità liberale e democratica: l’autodeterminazione degli individui e dei popoli. Ciascuno in casa sua fa quello che vuole e crede in ciò che più gli aggrada. Proprio questo relativismo assoluto, rinvigorito dalla lettura di Nietzsche, consente a Fini di rispettare costumi tanto distanti dai suoi come quelli dei talebani, in cui il fideismo contemporaneo vede solo la mostruosità da cancellare, colpevole solo di resistere alla Storia, così come la concepiscono la superpotenza americana e i suoi alleati.



04 maggio 2011

Chiamateci pure "complottisti"

Però il corpo è stato in fretta e furia buttato in mare, le foto o non ci sono o sono tarocche, del Dna non se ne saprà mai nulla e persino chi si definisce denunker e anticomplottista chiede, magari finalmente con qualche dubbio in testa (non è mai troppo tardi), di vedere almeno le foto.
Finalmente poi, qualcuno inizia a discutere pure del fatto che questa operazione, se fosse vera, sarebbe totalmente illegale. E poi, altre domande, ad esempio: avevano ragione o no quelli che dicevano che non era in Afganistan? E allora perché si è andato a cercarlo li? E poi ancora, perché non si parla più di Al-Zawahiri, il vero cervello dell'organizzazione, ammesso che esista ancora? Tutto teatro, tutto finto.