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20 luglio 2011

Iraq, Libia, Strauss-Kahn. E se non avessimo capito nulla?



Questo articolo avevo iniziato a scriverlo il 28 giugno come si può verificare dall’immagine allegata. Poi per lavoro, mancanza di tempo e un pizzico di “pigrizia” non l’avevo terminato. 
Ma dopo la notizia ufficiale di oggi (01 luglio 2011), che mi ha fatto “sobbalzare” mentre la ascoltavo in radio, nella quale i giudici affermano che la, ormai famosa, cameriera che accusava Strauss-Kahn si fosse inventata tutto non ho potuto fare a meno di finire “il pezzo” e pubblicarlo!
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Come molti, ho sempre creduto che l’attacco perpetrato da parte dell’impero statunitense contro l’Iraq fosse dettato dalla volontà di controllare il petrolio del terzo Paese al mondo per riserve petrolifere più che dalla “pia” umanità di salvare il popolo iracheno e quelli vicini da un “pazzo sanguinario” come Saddam Hussein.
Come molti non avevo mai creduto alle “armi di distruzione di massa” nascoste da Saddam in qualche sperduto posto di quella meravigliosa terra da cui la “civiltà” del mondo occidentale ebbe inizio, la “mezzaluna fertile ” dei Sumeri primo popolo “sedentario” di cui si abbia contezza.
Come molti ho ritenuto che quella “scusa” (insieme a molte altre, a dire il vero, di cui magari un giorno parleremo) fosse stata raccontata dal governo USA per “addolcire” l’opinione pubblica statunitense e mondiale e poter così andare a mettere le loro insanguinate mani sull’oro nero iracheno, magari perché consci del fatto che entro breve la quantità di petrolio diminuirà molto e chi controlla i “paesi che galleggiano su di esso” controllerà l’economia e, quindi, avrà l’egemonia sul mondo. Convinzione che diventa più forte con i recenti “accadimenti” in Libia, anch’esso discreto produttore di petrolio di ottima qualità(anche se la Libia possiede solo il 2% delle riserve mondiali, può vantare ben il 10% del rimanente sweet light crudepresente al mondo. Il petrolio di migliore qualità, con il suo contenuto di zolfo di ben sei volte inferiore al pur ottimo greggio saudita) e buon produttore di gas.
Credevo che, ancora una volta, gli “imperialisti yankee” avessero allungato le loro lunghe braccia di morte per il controllo delle risorse energetiche!
Poi succede una cosa che sembra avere poca attinenza con Iraq e Libia. L’arresto dell’ex presidente dell’FMI Dominique Strauss-Kanh a New York.
Anche questo un fatto “dai molti lati oscuri” ma che molti hanno messo in correlazione con le vicine elezioni francesi e la bagarre tra Sarkozy e Strauss-Kahn che in queste avrebbero dovuto sfidarsi.
Mi capita, però, di leggere recentemente un articolo molto interessante di Attilio Folliero, pubblicato addirittura il 12 di febbraio 2011 dal titolo: “Verso il tramonto del dollaro: anche Dominique Strauss-Kahn, segretario del FMI, chiede l’abbandono del dollaro”.
Venni come colpito da un fulmine e tutto mi sembrò molto più chiaro. Vidi il sottile filo che tutto collegava. Ebbi la classica “intuizione” e cominciai ad informarmi più approfonditamente.
Scoprii innanzi tutto di non essere stato il solo e neanche il primo a collegare “l’incollegabile”.
Scoprii (o meglio collegai, perché questo l’avevo letto) che Saddam Hussein propose all’Opec di abbandonare l’utilizzo del dollaro per la compravendita del petrolio e, anzi, l’Iraq stesso iniziò ad accettare altre monete per la compravendita del suo petrolio e trasferì in euro tutte le sue riserve.
Scoprii che Gheddafi fu il principale “iniziatore” del pagamento senza dollari né euro il quale fece, recentemente, un ulteriore appello al mondo arabo ed africano affinché si adottasse una valuta unica – il dinaro d’oro, moneta che si tentò di reintrodurre per prima in Malesia.
Scoprii che anche lo “stupratore” Dominique, addirittura dall’alto della presidenza dell’FMI ebbe il “coraggio” di affermare in un incontro a Washington quello che molti pensano, ma non osano pronunciare: è necesario abbandonare il dollaro! Queste le sue parole di qualche mese fa’: “Sarebbe intellettualmente apprezzabile esaminare la creazione di una nuova valuta di riserva globale per limitare la dipendenza dal dollaro”
Scrive Folliero:
La notizia,  con l’eccezione del Guardian di Londra, ovviamente non trova spazio nei media ufficiali, controllati dal capitale USA. E’ alquanto strano che il segretario del FMI arrivi a pronunciare tali parole. Come mai? Che cosa c’è dietro? Tre sono le ipotesi plausibili: la prima è che dietro tale affermazione ci siano gli stessi Stati Uniti e quindi prenderebbe peso l’ipotesi che gli USA abbiano intenzione di sostituire il dollaro con una nuova moneta, l’amero, di cui tanto si è parlato in Internet (vedasi nostro articolo: “Il destino del dollaro”); la seconda ipotesi è che l’FMI diretta dal francese Dominique Strauss-Kahn è ormai sfuggiata al controllo degli USA e si stia schierando con i nuovi capitalismi in ascesa; la terza ipotesi è che ci troviamo di fronte ad una persona che esprime una libera opinione sulla realtà esistente. Tra l’altro, Strauss-Kahn in questo incontro ha aggiunto che è necessario agire con urgenza perchè i conflitti all’interno del sistema finanziario mondiale potrebbero portare al caos nel mondo.
In ogni caso se la ragione di queste sue affermazioni fosse da ricercare in una delle ultime due ipotesi, è facile aspettarsi una reazione da parte degli USA, potenza in decandenza che non accetterà facilmente di farsi da parte. Gli Usa, in questo momento sono come le bestie ferite che lottano disperatamente fino alla fine. Dominique Strauss-Kahn, uno degli uomini più potenti del mondo, con questa sua esternazione potrebbe essersi giocato il suo futuro.
Parole quasi profetiche!
Ai posteri l’ardua sentenza.
PS: il discorso dovrebbe essere affrontato in maniera più articolata e profonda ma la solita mancanza di tempo mi impedisce di farlo ad

25 ottobre 2010

I crimini del capitalismo. Dal crollo del muro di Berlino ad oggi morti 200 milioni di bambini per fame.

Quasi 10 milioni di bambini all'anno, per 21 anni. 200 milioni, considerando solo i bambini sotto i 5 anni.
Questa la grande conquista della c.d. "fine" del comunismo. Ripetiamo, solo considerando i bambini morti per fame negli ultimi 21 anni si raggiunge e superano le stime, anche quelle più strampalate e forzate, di morti "causati dal comunismo" nell'ottantennio 1917-89 (che comprendono guerre, pure quelle di decolonizzazione, e carestie per la maggior parte). E non è un caso che tra i paesi più poveri del mondo quasi tutti siano ipercapitalistici.

22 marzo 2010

SLOBO VIVE, LA SINISTRA ITALIANA RANTOLA

dal Blog Mondocane di Fulvio Grimaldi
























E tu onor di pianti Ettore avrai

ove fia sacro e lacrimato il sangue per la patria versato

e finchè il sole risplenderà sulle sciagure umane

(Ugo Foscolo, I Sepolcri)


Nel post precedente sono saltate alcune parti del mio intervento su Slobodan Milosevic, recuperate da una cara compagna serba, Olga Daric, e che qui ripropongo.

Venerdì 24 marzo 1999 iniziavano i bombardamenti su Belgrado, l'assalto finale alla Jugoslavia, la distruzione del suo cuore pulsante serbo da parte del revanscismo nazifascista e dell'imperialismo Usa. Quello fu l'ultimo giorno che io trascorsi in RAI, al TG3. La nausea per il chiacchiericcio sull'"intervento umanitario" della nostra corrispondente amerikkkana e slavofoba in Kosovo, Giovanna Botteri, accolto dal plauso del direttore e di tutta la redazione, era diventata insopportabile. Presi una telecamera, andai a Belgrado, girai la Serbia del "dittatore" Milosevic, certo il più democratico dei governanti europei. Ne nacquero i miei documentari "Il popolo invisibile" e "Serbi da morire", unica informazione non "conforme", insieme a una puntata della trasmissione di Santoro dal Ponte Branco. Piovevano le bombe degli "umanitari" su case, scuole, ospedali, treni, ponti, monasteri, mentre in Kosovo, protetti dalla Nato e da Giovanna Botteri, le bande assassine dell'UCK fascista-albanese di Hashim Thaci (fidanzato di Madeleine Albright, oggi primo ministro del Narcostato) conducevano l'unica vera pulizia etnica mai vista in Jugoslavia, dopo le stragi nazifasciste 1940-1945 e fuori dalla Croazia del fascista Pavelic e dei suoi successori moderni benedetti dal papa, da Berlino e da Pannella in mimetica. Oggi la Serbia è in coma, gli altri finti statarelli usciti dall'assalto colonialista USA-UE, con il sostanzioso aiuto sul campo dell'agente Cia e addestratore terrorista Osama bin Laden, contano in Europa e nel mondo meno di un pelo della barba di Tito. Il Kosovo, riconosciuto appena da un terzo degli Stati del mondo, assolve alla funzione assegnatagli dagli occidentali: megabase Usa a controllo dell'Est europeo, del traffico di droga dall'Afghanistan occupato, di commercio di donne, bambini e organi.

Complimenti a D'Alema per aver collaborato alla fase propedeutica dell'annichilimento di Iraq, Afghanistan, Pakistan e, via via, dell'intero mondo collocato nel mirino della "guerra infinita".


Ho tra le mie foto più preziose, sopra il televisore, una con Slobodan Milosevic. Siamo a casa sua, la residenza di Stato del presidente della Jugoslavia, ormai “Piccola Jugoslavia”, sulla collina di Dedinje, in vista del Danubio ed è il 27 marzo 2001. Fuori dalla villa, amici e militanti del Partito Socialista contengono una piccola folla che sbraita contro colui che ormai è l’ex-presidente, destituito più che da un voto manomesso fino a bruciarne le schede, dal pogrom di un’organizzazione finto-nonviolenta e paramilitare, “Otpor”, finanziata ed addestrata dalla Cia e dal brigante della speculazione finanziaria e del narcotraffico George Soros.

Tre giorni più tardi queste bande e i loro padrini internazionali l’avranno vinta. Milosevic verrà arrestato e, qualche mese dopo, consegnato per 30 milioni di dollari, trenta denari, agli sgherri di un tribunale-farsa istituito all’Aja dal governo Usa con la firma del notaio Kofi Annan ed affidato a fiduciari, rinnegati dell’ordine giudiziario, come le “procuratrici” Louise Harbour e Carla Del Ponte. Lo venderà ai suoi mandanti il capomafia e Primo Ministro Zoran Djindjic, colui che aveva consegnato ai bombardieri della Jugoslavia le mappe con gli obiettivi da colpire: raffinerie, industrie, ponti, ferrovie, ma soprattutto case, scuole, ospedali, gente: 10.000 vittime per 78 giorni di intervento umanitario contro una totalmente inventata “pulizia etnica” in Kosovo. Con sulla torre di controllo, in primissima fila, Massimo D’Alema (Non pago del bagno di sangue jugoslavo, rilancia ancora oggi: “E’ giusto espandere la democrazia anche con la forza”).

Guardo quella foto mentre, sotto, lo schermo tv è percorso da immagini falso-vere di un'oscena propaganda umanitaria e percosso dall’eloquio nevroticamente sincopato, di una corifea di tutti gli “interventi umanitari”, Giovanna Botteri del Tg3. Una che ricordiamo stracciarsi le vesti e annunciare macelli, possibilmente di bambini sventrati e di turbe in stracci, che si trattasse della Jugoslavia, o dell’Iraq, con pari dedizione saprofita. Segue un'altra stampella delle ragioni per l’ “intervento umanitario”, Ennio Remondino, che, classico gabbamondo mediatico da tavolino delle tre carte, con supponenza elargisce e mescola “il despota Milosevic”, “il presidente democratico Djindjic”, i cattivi bombardamenti Nato e i cattivissimi nazionalisti serbi. Intanto mi premono sullo stomaco, forse un po’ come quell’ultimo pasto avvelenato rifilato a Milosevic per stroncarne l’esito vittorioso sugli avvoltoi del tribunale-postribolo, la parole tossiche, passate e presenti, di altri eroi del cerchiobottismo, becchini della Jugoslavia e della verità che, con piagnistei equamente distribuiti tra carnefici e vittime, sono stati anche più efficienti nell’apparecchiare la sepoltura di un nobile paese.

Il dolore per la morte da assassinio di quest’ uomo, senza retorica vera figura da tragedia greca, si mescola con rabbia, indignazione, ripugnanza e ne viene quasi temperato. Non mi riferisco alla grande stampa della borghesia, dall’Unità a Libero, dall'Espresso alla Stampa, da Ferrara a Mieli. Fetecchie da “macellaio dei Balcani”, o ”Hitlerosevic”. Chissenefrega, quelle sono le voci del padrone, fanno il loro mestiere di ruffiani.. La loro dimensione è la menzogna strutturale, ontologica, in sintonia con il potere che servono. Nella nostra guerra stanno con ogni evidenza dall’altra parte della trincea. Non c’è scandalo. La collera e il disprezzo sono tutti per coloro che, dicendosi a sinistra, per la pace e per gli oppressi, pretendono di elargirci verità e che, facendo slittare sotto la commiserazione per le vittime (purchè inermi e non-violente) i paradigmi dei carnefici, strategicamente questi puntellano e agevolano.

Guardo la foto e la memoria srotola il filo della storia di un avvicinamento a Slobo che parte dal 24 marzo e termina pochi istanti dopo lo scatto di quell’immagine. Dopo aver sbranato oltre metà della Jugoslavia, in parte anche grazie alla collaborazione di “pacifisti” come Adriano Sofri, Alex Langer, Costruttori di pace, settori cattolici, ongisti voraci o semplicemente fessi (tipo l' International Consortium of Solidarity, poi riciclatosi in "Sbilanciamoci"), fondata sull’assenso agli inganni della guerra psicologica, nella notte tra 23 e 24 marzo le classi dirigenti europee e nordamericana si apprestano alla soluzione finale. La mattina del 24 marzo, a garanzia delle retrovie, insieme alla Nato entra in guerra il Tg3, il canale “di sinistra”, cosiddetto Telekabul, ma anche, a buon titolo, Telepapa (fin da quando un papa ultrareazionario e guerresco aveva sobillato i neofascisti – ma cattolicissimi – croati contro la federazione ancora ostinatamente socialista). La donna-cannone è Botteri, il direttore del circo è Ennio Chiodi, democristosinistro. Ci si dice, in riunione di redazione, da che parte stare, ci si accalora sul “dittatore”, su “pulizia etnica”, “ondate di profughi” e dunque, appunto, sull’ “intervento umanitario”.Tutti annuiscono, il tavolo della riunione pare un carillon. Armiamoci e partite. Da quel giorno non ho più messo piede in RAI, al Tg3. Di decente c’erano rimasti solo gli operatori e i montatori, anche perché, bravi per conto loro, non devono il pane a nessuna ruffianeria. E pochi giorni dopo partii, con la prima delegazione dalla parte degli aggrediti e tanto di telecamera, per Belgrado, quella delle macerie, della morte, della fame, della sfida-sfottò dei “target” sui ponti.

Si doveva passare da Austria e Ungheria, farsi taglieggiare dai rispettivi doganieri, scendere sotto le bombe per la Voyvodina a Novi Sad. Gli sgherri razzisti di Tudjman, cari al papa, non permettevano il passaggio. Chi frequentava i serbi era infetto per l’Occidente intero. Ci accompagna e assiste un piccolo partito comunista. Attraversiamo l’inferno, la resistenza, la quinta colonna degli aggressori (che la “dittatura” lasciava agire e ci aveva permesso di incontrare apertamente in piena Belgrado), fino al geno-ecocidio programmato di Pancevo e della Zastava. I serbi non si piegavano e non c’è momento più alto nella vicenda europea dopo la liberazione partigiana – che tedeschi e statunitensi riuniti intendevano vendicare – che quella, fortunosamente ripresa dai miei documentari, delle legioni di uomini e di donne, veri combattenti con l’arma nucleare della dignità, che sul Ponte Branco di Belgrado, sera dopo sera, facevano svettare bandiere jugoslave, cartelli “target” sul cuore, canti di orgoglio, incriminazione e resistenza, contro gli strumenti tonitruanti degli stragisti Clinton, Schroeder e il chierichetto col botto D’Alema. A Novi Sad i ponti erano stati sbriciolati, la raffineria s’inceneriva nell’uranio, la terra si scuoteva per terremoti da bombardamenti. A Belgrado il cielo si apriva ai terminator con la chimica della guerra meteorologica. Una volta, a Kragujevac tre missili ci mancarono di 50 metri.

Mi è rimasta impressa la temeraria calma del compagno di viaggio, Raniero La Valle. Una notte scampammo alla sorte dei neonati a cui le bombe avevano spento le incubatrici, fuggendo dall’albergo Intercontinental, subito dopo bucato da missili, e dai pressi dell’ambasciata cinese in fiamme, con dentro tre morti, mentre D’Alema e compari ammazzavano, nel nome della libertà di stampa, 16 giornalisti e tecnici della televisione serba (mai annoverati tra le sue vittime dall’associazione mercenaria Reporters Sans Frontieres). A Pancevo, la città della chimica e del petrolio, D’Alema e sodali avevano fatto in modo che le nubi e i liquidi tossici, sprigionati dai loro esercizi di sfoltimento dell’umanità, da aria, terra e acque pervadessero, fino a corromperli, vita e futuro di generazioni. A Kragujevac, la più grande industria dei Balcani era un cimitero uranizzato di macerie e di storia operaia. Ma c’erano ancora, dopo i missili e nell’uranio, gli scudi umani che avevano sfidato, inanellati attorno agli stabilimenti, la foja assassina degli umanitari. Ci avrebbero messo appena un anno a rimettere in piedi gran parte della fabbrica. Non solo quella.

Tornammo un anno e mezzo dopo: due ponti di Novi Sad, dei tre disintegrati, erano risorti, la Zastava era tornata a far correre due linee di montaggio. Nell’inedia e nel gelo delle sanzioni, tra le macerie delle loro case (ma migliaia erano già state ricostruite), con i corpi ancora caldi delle vittime sezionate dalle bombe a grappolo a Nis e in tanti altri posti, con il sangue avvelenato dalla guerra chimica, i serbi erano rivissuti per orgoglio e per vendetta. Nessuno pensava alla resa.

“Serbi da morire!” titolai il documentario. Sotto il controllo di un presunto “dittatore”, alla faccia degli infiltrati, dei demonizzatori, di morte e rovina, degli ammnistratori dell'opposizione di destra che le libere elezioni del “despota” avevano installato nelle maggiori città del paese, nonostante il sabotaggio al servizio del nemico di una stampa al 90% in mano all’opposizione filo-imperialista, la Jugoslavia di Slobodan Milosevic aveva retto e si stava riassettando i vestiti laceri. A scandalo di una sinistra italiana miseramente subalterna, avevo potuto scrivere su un giornale serbo “Meglio serbi che servi”. Quella “sinistra” preferiva fraternizzare con i sedicenti oppositori “democratici” di Radio B-92, della televisione "Studio B" di Vuk Draskovic (poi ministro agli ordini del sottopancia Nato Xavier Solana), entrambi del circuito europeo Cia di “Radio Liberty”, entrambi foraggiati da George Soros. Preferiva una cosiddetta "Alleanza civica" di rinnegati, assetata di libero mercato, garantita da pretoriani Nato, chiamata “Zayedno”.
Soprattutto, si era gemellata con l’altra articolazione Cia, il mix di sottoproletari e fichi dei quartieri alti chiamato “Otpor”, appena reduce da corsi di eversione tenutigli a Budapest e a Sofia da generali Usa. Eversione “non-violenta” fino al rovesciamento del governo legittimo, ma violentissima dopo, nell’occupazione delle istituzioni, nell’epurazione a bastonate e omicidi di sindacalisti, politici di sinistra, giornalisti onesti, maestranze non vendute. Quando questa coalizione del cialtroname opportunista e rinnegato colmò la piazza di Belgrado e poi invase il parlamento per bruciare le schede che avevano dato, nel settembre 2000, la vittoria alle sinistre, i miei reportage dal campo venivano cestinati dal redattore capo di Liberazione, Salvatore Cannavò (oggi leader, vedete quanto affidabile, del frammentino trotzkista "Sinistra Critica"). Cestinò anche le mie interviste ai capi di Otpor che esibivano grande fierezza per essere i fiduciari “dell’intelligence di una grande paese come l’America” e dichiaravano di auspicare l’avvento di una “democrazia all’americana” in cui una “manodopera a basso costo serba avrebbe fatto la fortuna delle multinazionali americane” e la si sarebbe fatta finita con la “demagogia della garanzia del lavoro, della sanità e dell’istruzione gratuite e per tutti”. Il compagno trotzkista Cannavò fu invece svelto a invitare “i compagni di Otpor” agli appuntamenti no-global. Ricordate, a monito perenne di cosa combinano ignoranza, viltà e opportunismo a sinistra, i titoli che dal "manifesto" e dal "Liberazione" aprirono a caratteri cubitali le prime pagine dopo il colpo di Stato che rovesciò Milosevic e pose fine alla sovranità e al socialismo serbi: "Belgrado ride", l'uno, "La primavera di Belgrado", l'altro. Come il "New York Times".

Tornai ancora a Belgrado, quando tutto era davvero finito. I serbi, la Jugoslavia, l’Europa, la pace, la verità avevano perso. Si poteva espandere a macchia di vetriolo, senza più oppositori, l’infame inganno di una “pulizia etnica” nel Kosovo, con la quale si volle giustificare la fuga di povere popolazioni dai bombardamenti Nato e l’espulsione di 300.000 serbi e rom innocenti ad opera degli ascari Nato e dei killer narcotrafficanti dell’UCK. Disintegrata la trincea jugoslava, smembrata una nazione democratica, progressista, antimperialista nei suoi segmenti etnici e confessionali, creata la piattaforma per la penetrazioni, bellica o con le “rivoluzioni colorate” tipo Otpor, verso Est, verso gli idrocarburi del Caucaso e l’oppio afgano, rinchiuso nel braccio della morte dell’Aja e nel cappio della diffamazione uno dei più onesti ed equilibrati uomini di Stato del nostro tempo, la strada era stata aperta al terrorismo imperialista globale e permanente.

A mio avviso, soprattutto misurando la vicenda jugoslava contro quella irachena, dove una Resistenza di popolo saggiamente predisposta dalla sua dirigenza, ha ostacolato la soluzione colonialista, a Slobodan Milosevic possono essere imputati solo due errori. Aveva resistito all’infame ricatto di Rambouillet, col quale, in cambio della pace la Serbia doveva farsi occupare dai briganti Nato, e quel gesto di forza e di dignità aveva mobilitato il suo popolo alla resistenza. Possono essere considerati errori - ma chi ne può avere certezza? -i due accordi successivi di Dayton nel 1995 e di Kumanovo nel 1999, seppure motivati dall’impegno, questo sì umanitario, di salvaguardare genti che avevano sofferto l’indicibile da un ventennale ostracismo internazionale, dalle sanzioni e dalle guerre. Possiamo immaginare, alla luce della vittoriosa guerra di popolo irachena, cosa sarebbe successo nella Serbia che aveva cacciato di sua sola mano della Wehrmacht, se il rifiuto della Pace di Kumanovo avesse costretto i mercenari della Nato a misurarsi con un esercito di popolo, pratico di ogni anfratto della sua terra e collaudato dal confronto con l’allora più potente esercito d’Europa. Certo sangue, lacrime, sacrifici inenarrabili, ma probabilmente l’avanzata del carnefice planetario sarebbe stata arrestata prima della trincea irachena. Quale governo europeo avrebbe potuto sostenere il peso di centinaia di suoi giovani militari caduti in un’operazione che si sarebbe evidenziata via via più criminale?

L’ultima mia Serbia l’ho vista qualche tempo dopo, a trauma collettivo subito, a futuro oscurato. Con il difensore di un popolo che aveva saputo imporre la sua agenda ai grandi, venduto e martirizzato in un paese lontano, sembra che si sia dissolta ogni capacità di reazione. Al vertice, coperte da un personaggio da incolore mezza stagione, Kostunica, si avvicendavano bande di malfattori e rinnegati. Era estate, ma neanche la stagione sorrideva a questo “volgo disperso che nome non ha”. Le strade di Belgrado, di Pancevo, di Kragujevac, di Nis, su cui ancora incombevano scheletri di corpi urbani che nessuno più faceva rivivere. Gli anfratti suburbani in cui era stato ammassato il milione di senza terra, senza casa, senzapatria espulsi da Croazia, Bosnia, Kosovo. Passanti infreddoliti che sembrano perdersi in un vuoto post-storico, come nella polvere volteggiano prive di senso cartacce che un tempo erano alimenti, libri, manifesti, lettere. Ricordo il mio ultimo saluto, dall’autobus, a una protagonista della forza che aveva fatto rinascere la Zastava, una comunista, figlia di partigiano. Il suo sguardo mi riportava a quello di un vecchio palestinese davanti alla fotografia del suo villaggio perduto.

Un generoso lavoro di resistenza di compagni, riuniti nel Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia (poi decaduto in autoreferenziale e ridondante memoriale), in pochi altri momenti di militanza, come “SOS Jugoslavia” e l’associazione di Trieste, e di pochi serbi della diaspora, per anni uniche voci di contrasto alla menzogna, ha dovuto ridursi a inascoltata denuncia di disgrazie epigonali, a scarsi interventi assistenziali, a ricordi. E, in perfetta solitudine, a una tardiva e perfino poco convinta mobilitazione in difesa di Milosevic e della verità sullo pseudoprocesso dell’Aja. Solitudine di cui possiamo ringraziare, oltrechè un pubblico offuscato dall’inquinamento mediatico di destra, di centrosinistra e di “sinistra”, anche la timidezza con la quale i personaggi di riferimento dell’area antagonista hanno risposto al martellamento demonizzatore. Quasi che corressero qualche inaccettabile rischio di carriera a compromettersi con la verità.







Personalmente ho potuto misurare la distanza che correva tra la percezione nella base di sinistra su chi erano i buoni e chi i cattivi nei Balcani, e la prudente riservatezza, i distinguo a mezza bocca, dei leader del movimento. C’è rimasta, nel desolante silenzio di voci balcaniche, la denuncia e il sostegno dell’unica bandiera all’apparenza non ammainata: Slobodan Milosevic, presidente della Jugoslavia, incarcerato all’Aja e ora ammazzato oberandone il cuore malato di prove insostenibili, poi avvelenandolo. Non si poteva tollerare che continuasse a sbugiardare i suoi boia, a vincere ogni confronto e quindi a validare la sacrosanta richiesta di risarcimenti del suo popolo. Tanto meno lasciargli tempi di ripresa accettando la richiesta di un breve periodo di cura a Mosca dove, peraltro, medici non al guinzaglio della Del Ponte avrebbero potuto scoprire la terapia assassina. Dove Slobo avrebbe potuto parlare con giornalisti non velinari e compromettere ulteriormente il gioco. Leggere gli atti del processo per credere. Leggere, invece, quanto ha scritto sull’evento l’unico quotidiano italiano ancora “diverso” , “il manifesto”. Messa in salvo un po’ di coscienza con la condanna dell’intervento Nato, ecco che si rilanciano e si riabilitano, contro ogni evidenza storica nel frattempo disponibile a chiunque, tutti gli stereotipi della gigantesca truffa. Si esonerano i mandanti della morte di Slobo, ormai inchiodati da elementi inesorabili, parlando sprezzantemente di “milioni di teorie e complotti a cavallo di fantapolitica e storie di spionaggio di altri tempi”; si parte definendo il difensore dell’unità jugoslava, l’unico dei personaggi di quella stagione né quisling, né chauvinista, “uno dei protagonisti della mattanza balcanica”. Si parla, riferendosi al famoso discorso di Kosovo Polje del 1989, in cui, pur garantendo ai serbi del Kosovo protezione dai pogrom albanesi sollecitati dai cospiratori imperialisti, Slobo s’impegnò come nessun altro leader delle provincie a salvaguardare i pari diritti di tutte le popolazioni jugoslave, come del lancio di una "grande e ipernazionalistica Serbia", avallando l’alibi dell’aggressione che sarebbe partita da lì a poco. Cerchiobottismo, si direbbe, che da anni ci rifila una specie di avallo ex post alla menzogna della pulizia etnica serba, ora diventata addirittura “campagna di terrore verso gli albanesi”, secondo quanto dettavano Giovanna Botteri e l’infiltrato radicale Antonio Russo, che sparava cazzate granguignolesche di matrice Nato da un finto nascondiglio a Pristina. Le porcherie di questo provocatore ebbero fine in Cecenia. Logicamente.
L’avallo viene con quel “*contro*puliza etnica” con cui lo "specialista" Tommaso De Francesco si ostina a definire le stragi degli ultimi serbi del Kosovo e che pareggerebbe implicitamente un qualche conto. Stesso avallo viene ripetutamente offerto, a scorno di tutte le documentate smentite, all’altra delle grandi truffe che, dagli attentati al mercato di Sarajevo in giù, hanno giustificato la distruzione della Jugoslavia: la “strage di Sebrenica”. Le bande Otpor, che certamente si erano trascinate dietro disillusi e illusi della sofferenza serba, oltre alle milizie armate del sindaco nazista di Cacak , diventano per Tommaso Di Francesco “la folla scesa in piazza a Belgrado per ottenere il riconoscimento della vittoria alle presidenziali di Vojslav Kostunica”. Sul discorso di Kosovo Polje, che non deve aver mai letto per intero, nella sua appassionata perorazione del pluralismo e delle pari dignità, ecco che viene riesumata la bugia del lancio di una “Grande Serbia”, che avrebbe tolto al Kosovo l’autonomia garantitagli da Tito. Possibile che un esperto giornalista non sappia come l’unica cosa che Belgrado tolse al Kosovo, già in pieno pogrom antiserbo ed antijugoslavo per conto dell’imperialismo, era l’assurdo e paralizzante diritto di veto sul legiferare delle altre repubbliche e della federazione intera? L’autonomia restò intatta, per quanto emissari di Washington, come Soros e madre Teresa di Calcutta, già vi stavano costruendo uno Stato parallelo, albanese, etnicamente pulito, eminentemente un narcostato al servizio della finanza occidentale. Con il concorso di un collega, anche lui da tramandare agli onori dei negazionisti della verità (non ci sono solo quelli dell’olocausto), il giornalista ripercorre proprio tutte le tappe dell’intossicazione: “estremismo nazionalistico che ispirava il suo regime”, “gestione di un paese solo apparentemente democratico” (dove pur si votava con una frequenza quasi maniacale tra repubbliche, federazione, amministrazioni locali, dove le grandi città venivano conquistate dall’opposizione monarchica e dove, in piena guerra, si andava e si veniva come Pisanu o Maroni si sognerebbe di lasciar fare), fino alle infamanti “collusione con le organizzazioni illegali”. Già quelle che avrebbero contribuito a formare il famoso “tesoro di Milosevic”, mai trovato, mai esistito, al punto che perfino i suoi detrattori hanno dovuto ammettere che Milosevic aveva come unico cespite il proprio stipendio.

Non basta a riscattare tanta aderenza al diktat propagandistico degli aggressori, il finalino con cui si mette in dubbio la credibilità giuridica di un tribunale dell’Aja, creato dal vincitore e la cui procuratrice ha respinto ogni addebito che milioni di cittadini colpiti avevano rivolto alla Nato dei 78 giorni di crimini di guerra. Sai, caro collega, una volta che ti sei piegato all’assunto principale, pulizia etnica, Sebrenica, regime autoritario, mafia, le tue sparate contro la guerra etnico-imperialista hanno la forza di una pistolettata ad acqua. Almeno i Disobbedienti, allora Tute Bianche, di Padova, una volta fatta la megacazzata di andare, in piena guerra, a Belgrado e, ospitati dalla Tv di Stato, di sbraitare contro il governo serbo aggredito e fraternizzare con forze d’opposizione dichiaratamente filoamericane, oggi se ne stanno zitti. Il gemellaggio con la radio Cia B-92, fatta allora passare per “radio di movimento”, gli deve ancora bruciare. Ma dubito che bruci a una Wilma Mazza di Radio Sherwood il ricordo di come i suoi picchiatori si fossero avventati, il 6 giugno ad Aviano, manifestazione contro la guerra, su coloro che alzavano bandiere jugoslave, li avessero colpiti e ne avessero stracciato i vessilli.

Sotto la foto di Slobo ora scorrono sullo schermo immagini di gente che porta fiori ai suoi ritratti. “E tu onor di pianti Ettore avrai, ove fia sacro e lacrimato il sangue per la patria versato…” Donne, uomini, vecchi e giovani serbi. Gente qualunque. Sono tanti, sempre di più. Mi ricordano un mesto e forte corteo di contadini e operai, di ex-partigiani e donne, in una ricorrenza lontana della morte di Tito. Furono aggrediti e sprangati da giovinastri scesi da Radio B-92. Vecchi operai coperti di sangue…”e finchè il sole risplenderà sulle sciagure umane”.Era un rigido autunno di qualche anno fa. I soliti pochi, non ligi, non vili, ancora una volta con un’inadeguata ma fedelissima rappresentanza serba, ci riunimmo davanti alla prigione-fortezza di Scheveningen. Ci dissero che di là, oltre il fossato e alle muraglie di bugnato, il carcerato poteva udirci. Centocinquanta combattenti contro la menzogna si misero a lanciare messaggi d’affetto urlando:”Slobo-Slobo”! Fino a quando energumeni olandesi in nere uniformi non c’imposero di tacere. Guai a trasmettere ulteriore coraggio, quello che ti viene quando scampi all’abbandono, a chi già aveva svergognato uno dopo l’altro i suoi accusatori mercenari, aveva costretto alla ritirata testimoni tanto grotteschi quanto istruiti per la bisogna. Pur di impedire che l’accusa al presidente jugoslavo gli franasse addosso, ai giudici e ai governanti Nato, facendo riemergere i mai considerati crimini Nato e lo spettro delle riparazioni dovute al popolo serbo, il tribunale dell’Aja, il giudice Meron e la pseudoprocuratrice Del Ponte (che chiamava la signora degli eccidi, Madeleine Albright, “madre del tribunale”) abbandonarono ogni parvenza di legalità, di etica giudiziaria e di umanità nei confronti del detenuto. Contro la sua volontà e contro il diritto gli imposero avvocati d’ufficio con i quali ci si rifiuta di parlare, di cui i tuoi testimoni non si possono fidare, che non ti riferiscono fatti rilevanti e che, con un conflitto d’interesse di fronte al quale impallidisce anche quello del malvivente nostrano, erano stati scelti tra i tuoi giudici! Nessuna autorità del diritto internazionale ha avuto mai da obiettare contro aberrazioni come queste, come la detenzione per cinque anni di un uomo affetto da ipertensione gravissima, l’imposizione di ritmi di udienza da stroncare un rinoceronte, l’espansione illimitata degli spazi e testimoni d’accusa e la riduzione a pochissimo di quelli della difesa (non per nulla Slobodan è stato fatto morire prima che fosse costretto a testimoniare il da lui citato criminale di guerra Bill Clinton, seguito poi dai succedanei D’Alema, Blair, Chirac e affini), la negazione di terapie richieste e l’obbligo a quelle non volute.

Milosevic, nel silenzio del sistema legale e di quello mediatico, fu rinchiuso in una vergine di Norimberga giudiziaria. Cionondimeno riusciva, passo dopo passo, a far emergere il vero volto, euro-americano, delle guerre balcaniche, dei massacri, delle pulizie etniche. Bisognava fermarlo. Lo si è fermato quando già aveva vinto e il Tribunale dell’Aja per i crimini di guerra in Jugoslavia era a tutti gli effetti destinato alla discarica della storia. Nelle ore prima di quella foto sul televisore, Slobo mi aveva raccontato un gran pezzo della vita sua e del suo paese. Un discorso la cui architettura erano fatti, date, citazioni. Ne uscivano i protagonisti della vicenda nelle dimensioni e con i profili che la storia conferma e confermerà: le ipocrisie dei negoziatori alleati e i trucchi di Rambouillet, le mille diffamazioni di una sistema imperialista che, essendo gestito da criminali, si era convertito in coacervo di Stati criminali, l’utilizzo di mafie e quinte colonne contro il governo democratico, l’ininterrotto uso dei termini “dittatore” e “despota”, le bugie sui famigliari: Mira Markovic che diventa “Lady Macbeth”, secondo un’iconografia classica degli stregoni della guerra psicologica, la stessa delle varie “Lady Antrace” o “Lady Veleno” irachene; la piccola boutique del figlio Marko che diventa la satrapica catena di negozi di un puttaniere che, in pieno bombardamento, si permette addirittura di costruire un parco giochi per bambini, magari per attenuare il trauma delle atrocità Nato… Ma anche il racconto della propria vicenda come barriera contro la spinta verso l’abisso di qualcosa che andava ben oltre la Jugoslavia. Slobo aveva parlato con voce piana, senza alterarsi, con qualche virata verso l’ironia, con qualche momento accorato. Poi la foto e ci siamo salutati, noi con la sensazione fredda di un qualcosa di terribilmente inesorabile, lui certo con la stessa consapevolezza, ma senza aggravarci dandocela ad intendere.

Curiosamente, tra i tagli di luce che dagli alberi neri piovevano sul viale, come fossimo davanti al banco di un “Tre palle un soldo”, mi sfilavano nella mente le facce dei politici che accompagnano la stagione del nostro sconforto: pagliacci, imbonitori, trucidi, idioti, perversi, voraci, ottusi, volgari, osceni. Milosevic, alle nostre spalle nell’arco del portico, ci salutava con la mano. Strana inversione : noi partivamo, ma restavamo; lui era fermo lì, ma capimmo che sapeva di essere lui ad andar via, a lungo. Quell’intervista, oggettivamente storica, la portai all’allora mio giornale, “Liberazione”, quello di Bertinotti. L’omologa del capo, Rina Gagliardi, la rifiutò con la seguente motivazione, di chiaro tenore democratico e professionale: “Mica ci possiamo appiattire sulle posizioni di un Milosevic!”. E già, “il macellaio dei Balcani”… Passai l’intervista a gratis al maggiore quotidiano italiano, “Corriere della Sera”, che ovviamente la pubblicò. A proposito di ignavia. Ne hanno espresso uno tsunami i capi e capetti del movimento, sia quelli che si erano squali-ficati a Sarajevo, cattopacifisti, sindacalisti, disobbedienti imbroglioni o imbrogliati, missionari, ambiguoni ed infiltrati travestiti da non-violenti, sia gli antimperialisti. Antimperialisti finchè si vuole, ma rettificare le infamie su Milosevic e schierarsi dalla parte di questo autentico combattente antimperialista, beh, sarebbe imbarazzante, magari pericoloso. Ne avete ascoltato in questi giorni il silenzio da sordomuti? Niente giornata della memoria per la Serbia, per Milosevic. Slobo, pochi giorni prima, aveva detto ad amici che non si sarebbe arreso a nessuno, se non alla morte. Ha mantenuto la sua promessa e, come aveva denunciato gli assassini del suo paese e gli iniziatori di una guerra globale contro l’umanità, prima di essere ucciso aveva additato i suoi boia e i loro fini.




Ma che la morte lo abbia sconfitto è tanto poco vero quanto lo fu nel caso del Che. Gli ignavi di allora furono confusi, i bugiardi smascherati, i vili svergognati, i criminali puniti, o quanto meno condannati dagli uomini. E il Che vinse in Bolivia. Quarant'anni più tardi, ma vinse. Così sarà, a tempo debito. Qualche serbo c’è ancora. Rispondendo alla domanda in televisione su cosa pensasse di Slobodan Milosevic, il calciatore Sinisa Mihailovic, quello del “target” sotto la maglia, ha detto, senza un filo di esitazione e con decisione irrevocabile, “*E’ il mio presidente!*” Vorrei poter dire la stessa cosa anch’io. La dico.

19 gennaio 2010

Armi ad uranio, radioattività di “basso livello” e bimbi deformi

dal  blog Tlaxcala





di Paul  ZIMMERMAN, 1-1-2010. Tradotto da Curzio Bettio, Tlaxcala
Originale : 
Uranium Weapons, Low-Level Radiation and Deformed Babies

Un impressionante aumento nel numero di bambini nati con malformazioni congenite è stato di recente denunciato dai medici che operano a Falluja, Iraq [1]. Una delle cause suggerite per questa situazione preoccupante è l’esposizione della popolazione a radiazioni prodotte da armi ad uranio. La comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni respinge questa spiegazione come completamente infondata dato che (1) la dose di radiazione a cui è sottoposta la popolazione dell’Iraq è troppo bassa e (2) non sono state riportate prove di malformazioni fetali fra i discendenti dei sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. 
Questa giustificazione cosiddetta scientifica è profondamente mistificante, in quanto non aderente con le attuali basi di conoscenza. Esistono prove abbondanti che dimostrano con chiarezza che malformazioni alla nascita sono state procurate da livelli di radiazione nell’ambiente stimati sicuri dalla comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni. 
Alla luce di queste conoscenze, la contaminazione da uranio non può essere sbrigativamente rigettata come fattore di rischio per i nascituri.

La distruzione del reattore nucleare di Chernobyl ha prodotto un tipo di esposizione radioattiva differente da quella rappresentata dalla bomba atomica.
In Giappone, le vittime furono esposte ad un flash istantaneo di radiazioni gamma e di neutroni che dall’esterno andò a colpire i loro corpi.



Al contrario, l’incidente di Chernobyl ha disseminato dal cuore del reattore attraverso l’Europa microscopiche particelle radioattive, che sono state poi inalate ed ingerite dalla popolazione.
In questa situazione, coloro che sono stati contaminati hanno cominciato ad essere esposti di continuo e dall’interno a radiazioni di “basso livello”.
Secondo le attuali teorie sugli effetti radioattivi abbracciate dalla comunità internazionale per la protezione dalle radiazioni, non vi è differenza qualitativa fra i due tipi di esposizione. Quello che importa è la quantità totale di energia che arriva al corpo.
Quindi, gli effetti sulla salute esperimentati dai sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki possono venire considerati essere rappresentativi degli effetti sulla salute prodotti da una esposizione radioattiva di natura qualsiasi.
Nel caso di malformazioni fetali, questa presunzione si è dimostrata sbagliata. Come risultato dell’esposizione dall’esterno in Giappone, non vi è stato aumento di malformazioni fetali fra i bimbi i cui genitori erano stati esposti ai bombardamenti. [2]
In contrasto, malformazioni fetali indotte da radiazioni sono state documentate nelle popolazioni esposte a radiazioni di “basso livello” generate da contaminazione interna.
Alla luce di questi dati contrastanti, risulta ovvio che la teoria accettata sugli effetti radioattivi è erronea e necessita di correzioni. Le informazioni che seguiranno dimostreranno che il rischio per il nascituro viene generato da materiale radioattivo disperso nell’ambiente.
Nel libro Chernobyl: 20 Years On, un capitolo è dedicato alla discussione sulle malformazioni fetali nei bambini che, mentre si trovavano in gestazione nel grembo delle loro madri, venivano esposti alla radioattività rilasciata dal reattore di Chernobyl [3].
L’autore fornisce una visione d’insieme di un gran numero di studi che confermano come “bassi livelli” di radiazione presenti in molte aree dell’Europa dopo Chernobyl sono stati responsabili per una larga varietà di malformazioni fetali.
Queste malformazioni sono avvenute dove l’esposizione alle radiazioni veniva giudicata dalle agenzie per la protezione radioattiva essere troppo debole per giustificare preoccupazione.
Sono citati quindici studi che dimostrano un aumento nell’incidenza di una grande varietà di malformazioni congenite. Altri studi citati confermavano l’aumento nella percentuale di nascite di bambini morti, di mortalità infantile, di aborti spontanei e di bimbi nati sottopeso. Inoltre veniva documentata un’elevata incidenza della sindrome di Down. In aggiunta, veniva registrato un eccesso di varietà di altri disturbi della salute, che comprendevano ritardo mentale ed altre sindromi mentali, malattie del sistema respiratorio e di quello circolatorio e asma.
In un capitolo separato dello stesso libro, Alexey Yablokov dell’Accademia Russa delle Scienze forniva una rassegna di un corpo voluminoso di ricerche condotte dopo Chernobyl.
Relativamente agli studi sulle malformazioni fetali, egli citava un’accresciuta frequenza nel numero di malformazioni congenite che comprendevano labbro e/o palato fesso (“labbro leporino”), raddoppio dei reni, polidattilia (dita delle mani e dei piedi in numero superiore), anomalie nello sviluppo dei sistemi nervoso ed ematico, amelia (anomalia segnata da arti ridotti), anencefalia (sviluppo subnormale del cervello), spina bifida (chiusura incompleta della colonna spinale), sindrome di Down, aperture anomale esofagee ed anali, e malformazioni multiple presenti simultaneamente [4].
Il largo spettro di malformazioni fetali prodotte dall’incidente di Chernobyl non può essere giustificato dai dati raccolti sui sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki.
Esiste un filone di prove convincenti che qualcosa è sbagliato nell’attuale campo della protezione da radiazioni.
Ma esiste un ulteriore problema. La dose limite di radiazione suggerita in grado di interferire con lo sviluppo del feto, sempre basata sulle ricerche dal Giappone, è tra le cinquanta e le cento volte più alta di quella che la comunità per la protezione dalle radiazioni insiste come tipica esposizione in quelle aree dell’Europa in cui comunque è stata documentata una elevata frequenza di malformazioni fetali.
Come possiamo dare un senso a queste contraddizioni? Gli studi sui cromosomi condotti nelle regioni contaminate forniscono la risposta.
In individui esposti a radiazioni ionizzanti, in linfociti periferici, quei linfociti in circolazione nel sangue, si verifica un’elevata presenza di certi tipi di aberrazioni cromosomiche [3,5].
Di particolare interesse sono i cromosomi dicentrici che si producono quando una radiazione scinde entrambi i filamenti della doppia elica del DNA in due cromosomi contigui e poi il materiale genetico si ricombina in modo non corretto.
Un aumento nella relativa frequenza di queste strutture ricombinate in modo aberrante serve da indicatore biologico dell’esposizione radioattiva, questione indipendente ed immune da falsità e da propaganda politica.
Andando nello specifico, l’aumento percentuale di queste aberrazioni è proporzionale alla dose di radiazioni ricevuta. Quindi, la loro frequenza può essere usata per determinare l’effettivo livello di esposizione in individui contaminati.
Studi di questa natura sono stati condotti in Europa in seguito all’incidente di Chernobyl [3].
Questi studi hanno dimostrato che le valutazioni ufficiali sulla dose di esposizione rese pubbliche dalle agenzie per la protezione dalle radiazioni erano deplorevolmente erronee, sottostimando in modo grossolano l’esatto livello di esposizione della gente in tutta Europa.
Questa discrepanza getta ulteriori dubbi sull’onestà scientifica di queste organizzazioni che si suppone dovrebbero proteggere il mondo dall’inquinamento radioattivo. Quando si combinano gli studi sulle aberrazioni cromosomiche con gli studi sulle malformazioni genetiche, la scienza parla di per sé: la popolazione di molte zone dell’Europa ha ricevuto da Chernobyl dosi molto più alte di quelle dichiarate e le malformazioni fetali sono state indotte da dosi più basse di quelle suggerite dall’attuale scienza per la protezione dalle radiazioni.
Come la nube radioattiva da Chernobyl si diffondeva su tutto il pianeta, i governi trasmettevano rassicurazioni ai loro cittadini in ansia, che non vi era motivo di preoccupazione, che le dosi di radiazioni sulle persone erano troppo basse per produrre effetti nocivi sulla salute.
Politicamente motivate, queste comunicazioni erano malconcepite dal punto di vista medico. Quello che diveniva palese dopo l’incidente era che i bambini venivano esposti alla pioggia radioattiva di   Chernobyl, mentre si trovavano ancora nel grembo delle loro madri, questo comprovato da una elevata incidenza di sviluppo di leucemia, fin dalla prima ora della loro nascita [6,7].
Rilevante per questa discussione è il fatto che una mutazione genetica che avviene nell’utero è una causa della leucemia infantile [8,9].
In paesi, dove sono stati raccolti dati inconfutabili relativi ai livelli di ricaduta radioattiva depositata sull’ambiente, alle dosi di radiazione sulla popolazione e all’incidenza della leucemia infantile, è emerso un uniforme andamento inequivocabile: la popolazione, oggetto di studio, di bambini nati durante il periodo di 18 mesi successivi all’incidente soffriva in percentuale superiore di leucemia nel suo primo anno di vita rispetto ai bambini nati prima dell’incidente o a quelli nati dopo l’incidente, quando il livello della possibile contaminazione da parte delle madri era sicuramente diminuito.
Questo veniva confermato da cinque studi separati, condotti indipendentemente l’uno dall’altro: in Grecia [9], Germania [10], Scozia [11], Stati Uniti [12] e Galles [13].
Ancora qui vi è la prova che le malformazioni erano state indotte nei feti, come abbiamo riferito, cosa che la comunità per la protezione radioattiva afferma non essere possibile.
Secondo la Commissione Europea sui Rischi da Radiazione (ECRR), questi risultati forniscono la prova indiscutibile che il modello di rischio assunto dalla Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica (ICRP) rispetto alla leucemia infantile è in errore per un fattore compreso fra le 100 e le 2000 volte; quest’ultima cifra porta a concludere per un’incidenza continuata in eccesso di leucemia, quando la popolazione dei bambini studiati continua ad aumentare di età. [6].
Sui cromosomi sono stati condotti altri tipi di studi, che dimostrano come la radioattività presente nell’ambiente produce sul DNA danni che si trasmettono alla prole futura.
I minisatelliti sono identiche corte sequenze di DNA che si iper-ripetono in serie lungo un cromosoma.  Queste sequenze di DNA non programmano la costruzione di qualche proteina.
Ciò che caratterizza questi minisatelliti è che assumono spontaneamente replicazioni tramite mutazione ad una frequenza che risulta 1.000 volte più alta di quella dei geni che codificano le normali proteine.
Il Dr. Yuri Dubrova, attualmente all’Università di Leicester, per primo ha riscontrato che queste sequenze di DNA possono essere utilizzate per registrare mutazioni genetiche indotte da radiazioni, dimostrando che la loro nota velocità di mutazione viene ad aumentare successivamente all’esposizione radioattiva.
Dubrova e i suoi collaboratori hanno studiato la frequenza delle mutazioni minisatellitari in famiglie che hanno vissuto in aree rurali pesantemente contaminate del distretto di Mogilev di Belarus dopo la catastrofe di Chernobyl [14]. È stato riscontrato che la frequenza delle mutazioni, trasferita dagli individui di sesso maschile ai loro discendenti, era quasi raddoppiata nelle famiglie esposte rispetto a gruppi famigliari di controllo. Fra quelle esposte, la frequenza di mutazione era significativamente più alta nelle famiglie con una più alta esposizione parentale. Questa scoperta era coerente con l’ipotesi che la radiazione poteva avere indotto mutazioni nelle cellule germinali riproduttive dei genitori e questo si trasmetteva ai loro nascituri. Questa era la prima prova conclusiva che la radioattività produce negli esseri umani mutazioni ereditabili.
Inoltre sono stati condotti test sui minisatelliti di DNA anche sui bambini di “liquidatori” di Chernobyl, vale a dire di quelle persone che hanno partecipato alle operazioni di bonifica dopo l’incidente. Quando i nati dai liquidatori dopo l’incidente sono stati confrontati con i loro fratelli nati prima dell’incidente, è stato osservato un incremento sette volte più grave nel danno genetico riscontrato [15,16].
Come riportato dalla ECRR, “attraverso controlli eseguiti in loco, questi riscontri hanno evidenziato nel modello della ICRP relativo al danno genetico ereditabile un errore fra le 700 e le 2000 volte più elevato” [6]. La ECRR ha sottolineato questa ulteriore osservazione: “Risulta degno di nota che gli studi sui bambini di coloro che sono stati esposti alle radiazioni esterne ad Hiroshima mostrano effetti irrilevanti se non nulli, fattore che suggerisce una differenza fondamentale fra le modalità di esposizione [17].  Probabilmente la differenza maggiore consiste nel fatto che l’esposizione interna sui liquidatori di Chernobyl è stata la causa degli effetti.”
Nel novembre 2009, Joseph Mangano del Progetto Sanità Pubblica e Radiazioni ha pubblicato uno studio sull’ipotiroidismo neonatale nella popolazione che vive nei pressi dei reattori nucleari di  Indian Point a Buchanan, New York [13].
L’ipotiroidismo è una malattia caratterizzata da un’insufficiente produzione dell’ormone tiroxina. Una causa di questo disturbo è l’esposizione allo iodio radioattivo che distrugge selettivamente le cellule nella ghiandola tiroidea.
Attualmente, l’unica fonte ambientale di iodio radioattivo sta nelle emissioni degli impianti nucleari per la produzione di energia.
Mangano osserva che quattro contee nello stato di New York fiancheggiano Indian Point e quasi tutti i residenti di queste contee vivono nel raggio di 20 miglia dal complesso dei reattori. Durante il periodo che va dal 1997 al 2007, il rapporto di ipotiroidismo neonatale nella popolazione considerata nell’insieme delle quattro contee era del 92,4% superiore, quindi quasi il doppio, che negli Stati Uniti. L’incidenza in ognuna delle quattro conteee prese separatamente superava quella degli Stati Uniti, e nel caso di due contee il rapporto era più del doppio del rapporto nazionale. Nel periodo 2005-2007, il rapporto delle quattro contee era del 151.4% superiore al rapporto nazionale. Questo riscontro era coerente con il fatto che l’incidenza locale di cancro alla tiroide è del 66% superiore al rapporto per gli Stati Uniti. [14].
Lo studio di Mangano solleva importanti interrogativi rispetto al nostro comune benessere. Noi viviamo con le assicurazioni da parte del governo e dell’industria che i reattori nucleari sono operativi all’interno di linee guida presentate da agenzie per la protezione dalle radiazioni. Le radiazioni che emettono non vengono prese in considerazione perché di “basso livello” per destare preoccupazione. Eppure, bambini nati da madri che vivono in prossimità di Indian Point soffrono in numero sempre crescente di ipotiroidismo. Allora, o il complesso dei reattori sta emettendo più radiazioni di quello che viene pubblicamente dichiarato, o, una volta ancora, sono errati i livelli standard di sicurezza fissati dalle organizzazioni per la protezione dalle radiazioni.
Sono le armi che contengono uranio depleto una causa di preoccupazione per la produzione di malformazioni fetali? Dato che l’uranio all’interno del corpo umano prende come obiettivo il sistema riproduttivo, l’elevata percentuale di malformazioni fetali in Iraq suggerisce fortemente che l’esposizione al DU è implicata.
Negli animali da esperimento esposti ai composti di uranio, si è riscontrato un accumulo di uranio nei testicoli [20]. Fra i veterani della Gurra del Golfo feriti da schegge ad uranio depleto, sono stati riscontrate elevate concentrazioni di uranio nel loro seme. [21].
Alla luce di questa scoperta, la Royal Society mette in guardia che questo fa aumentare “la possibilità di effetti negativi sullo sperma, effetti chimici dell’uranio sul materiale genetico, o mediante le particelle alfa diffuse dal DU, o per la tossicità chimica dell’uranio [21].”
In esperimenti sulle femmine di topo è stato trovato che l’uranio aveva attraversato la placenta ed era andato a concentrarsi nei tessuti dei feti [20,21,22].
Quando particelle di DU venivano impiantate in femmine di topo gravide, veniva osservata una relazione diretta tra la quantità di contaminazione nella madre e la quantità di contaminazione nella placenta e nei feti [23,24].
Di grandissima importanza, quando passa in soluzione all’interno del corpo, la specie chimica principale dell’uranio è lo ione uranile UO2++Questo composto di uranio ha un’affinità per il DNA e si lega con questa struttura in modo forte. [25]. Questo fatto da solo dovrebbe essere sufficiente per arrestare la diffusione di DU, sotto forma di aerosol, fra le popolazioni. L’uranio internalizzato nel corpo umano prende come obiettivo il materiale genetico! Inutile dire, questo fatto è totalmente ignorato dalla Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica e dalle organizzazioni collegate, quando determinano i livelli di sicurezza per l’esposizione all’uranio e valutano i fattori di rischio nell’indurre le malformazioni fetali da parte dell’uranio.
Nei neonati, l’idrocefalia è una condizione caratterizzata da accresciuta forma della testa e da atrofia del cervello. La frequenza di questa malformazione è accreciuta drammaticamente in Iraq dalla Prima Guerra del Golfo [26]. Una ricerca limitata e certamente incompleta condotta negli Stati Uniti conferisce credito all’ipotesi che l’esposizione al DU sia l’agente causativo [26].
La Contea di Socorro, rurale e a bassa densità di popolazione, è localizzata nelle adiacenze di un sito per testare armamenti a DU, la “Terminal Effects Research and Analysis Division of the New Mexico Institute of Mining and Technology”. In media, nella Contea avvengono 250 nascite all’anno. Un’indagine di un’organizzazione di attivisti ha rivelato che tra il 1984 e il 1986, sono nati cinque bambini con idrocefalia. (Il normale rapporto di idrocefali è un caso per ogni 500 nati vivi). Secondo la registrazione delle malformazioni fetali dello Stato del New Mexico,per difettopletaione delle malformazioni fetali vivi). Secondo l' sono nati cinque bambini con idrocefaliafrequenza di questa m provatamente incompleta per difetto, tra il 1984 e il 1988 sono nati con la sindrome 19 bambini a livello statale, tre di questi nella Contea di Socorro. Indifferentemente da quale valutazione sia corretta, i risultati sono preoccupanti dato che Socorro contiene meno dell’1% della popolazione dello stato.
Per concludere, l’attuale dogma che riguarda gli effetti delle radiazioni non può giustificare l’aumento delle malformazioni genetiche nelle popolazioni esposte internamente a bassi livelli di radiazione. Qualcosa è profondamente sbagliato rispetto alla scienza attuale sulla sicurezza dalle radiazioni. Stabilito questo, le asserzioni da parte delle organizzazioni per la protezione dalle radiazioni rispetto all’impossibilità che bassi livelli di uranio possano causare malformazioni fetali risultano sospette.  Numerosi studi dimostrano che l’uranio produce un ampio spettro di malformazioni fetali nella sperimentazione con animali [20,26]. Per di più, numerose ricerche in vitro e in vivo condotte negli ultimi venti anni provano che l’uranio è genotossico (in grado di danneggiare il DNA), citotossico (velenoso per le cellule), e mutagenico (in grado di indurre mutazioni genetiche) [27]. Questi effetti sono prodotti o dalla radioattività dell’uranio o dai suoi effetti chimici o dall’interazione sinergica fra radioattività e chimismo.
Queste scoperte conferiscono plausibilità all’idea che l’osservata incidenza accresciuta di bambini deformi in Iraq è una conseguenza del munizionamento ad uranio depleto [26].
Ø Una presentazione più tecnica, completa di riferimenti, delle idee presentate in questo articolo può essere trovata nel libro dell'autore A Primer in the Art of Deception:  The Cult of Nuclearists, Uranium Weapons and Fraudulent Science – Un piccolo manuale nell’arte dell’inganno: il culto dei nuclearisti, armamenti all’uranio e scienza fraudolenta. Brani scelti disponibili a: www.du-deceptions.com.
Note 
[1]  Chulov M.  Huge Rise in Birth Defects in Falluja.  guardian.co.uk.  November 13, 2009.
http://www.guardian.co.uk/world/2009/nov/13/falluja-cancer-children-birth-defects#history-byline
[2]  Nakamura N.  Genetic Effects of Radiation in Atomic-bomb Survivors and Their Children: Past, Present and Future.  Journal of Radiation Research.  2006; 47(Supplement):B67-B73.
[3]  Schmitz-Feurerhake I.  Radiation-Induced Effects in Humans After in utero Exposure:  Conclusions from Findings After the Chernobyl Accident.  In C.C. Busby, A.V.Yablokov (eds.):  Chernobyl: 20 Years On.  European Committee on Radiation Risk.  Aberystwyth, United Kingdom: Green Audit Press; 2006.
[4]  Yablokov A.V.  The Chernobyl Catastrophe -- 20 Years After (a meta-review).  In C.C. Busby, A.V. Yablokov (eds.):   Chernobyl: 20 Years On.  European Committee on Radiation Risk.  Aberystwyth, United Kingdom: Green Audit Press; 2006.
[5]  Hoffmann W., Schmitz-Feuerhake I.  How Radiation-specific is the Dicentric  Assay?  Journal of Exposure Analysis and Environmental Epidemiology. 1999; 2:113-133.
[6]  European Committee on Radiation Risk (ECRR).  Recommendations of the European Committee on Radiation Risk: the Health Effects of Ionising Radiation Exposure at Low Doses for Radiation Protection Purposes. Regulators' Edition.  Brussels; 2003.  www.euradcom.org.
[7]  Low Level Radiation Campaign (LLRC).  Infant Leukemia After Chernobyl.  Radioactive Times: The Journal of the Low Level Radiation Campaign.  2005;  6(1):13.
[8]  Busby C.C.  Very Low Dose Fetal Exposure to Chernobyl Contamination Resulted in Increases in Infant Leukemia in Europe and Raises Questions about Current Radiation Risk Models.  International Journal of Environmental Research and Public Health.  2009; 6:3105-3114.
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Nota del traduttore: a complemento dell’articolo di Zimmerman, riporto una conversazione con il Dr. Doug Rokke di Baltimora, medico dell'esercito USA che per primo rivelò lo scandalo dell'uranio impoverito riversato sull'Iraq. 
Uranio Depleto, DU: una calamità assassina?
Scienzaepace mailing list, 28 dicembre 2002
Il Dr. Doug Rokke di Baltimora afferma: “Quando si va in guerra, l’obiettivo è quello di ammazzare, e il DU è il mezzo più valido che noi abbiamo a disposizione”
Il Dr. Doug Rokke ha la fastidiosa abitudine di mettersi a ridere, quando probabilmente vorrebbe mettersi a gridare. Lui ride quando parla di campi di battaglia contaminati da scorie radioattive.
Non può smettere di ridere quando afferma che la questione è sotto copertura stretta del governo. Continua a ridere quando tratta dei suoi problemi di salute, che lui attribuisce alla negligenza deliberata dell’Esercito, e che probabilmente lo condurranno a morire.
 La conversazione telefonica con Rokke  è abbastanza disturbata, anche senza le sue risate su questi orrori. Una eco insolita accompagna ogni espressione. Quando gli viene fatto notare questo strano risuonare, Rokke dichiara di non essere sorpreso: pensa che il suo telefono sia sotto controllo da anni.
È possibile tentare di liquidare Rokke come un instabile o un teorico del complotto, ma invece Rokke è un veterano da 35 anni dell’Esercito USA, e non è proprio un musone sempre malcontento.
Rokke ha seguito il progetto dell’Esercito USA sull’Uranio Depleto fin dalla metà degli anni Novanta, ed aveva ricevuto l’incarico per la bonifica del DU da parte dell’Esercito, dopo la Guerra del Golfo Persico. Inoltre ha diretto i laboratori di radiologia “Edwin R. Bradley” a Fort McClellan, Alabama.
Ora, se voi inserite il nome di Rokke in un motore di ricerca su un qualsiasi sito web di natura militare, non troverete alcuna risposta, come se Rokke non fosse mai esistito.
Se voi andate a leggere centinaia di pagine di documenti governativi e di innumerevoli trascrizioni di audizioni ufficiali riguardanti l’uso militare dell’Uranio Depleto, non troverete alcun riferimento su questo argomento a suo nome.
Questo è più di una cosa insolita, di scarsa rilevanza, dato che Rokke e il suo gruppo di lavoro erano in prima linea per cercare di stabilire i  potenziali rischi sulla salute e sull’ambiente generati dall’uso del DU sul campo di battaglia.
“Noi eravamo i migliori che avevano”, afferma Rokke. Non si sta vantando, ma sogghigna ancora.
L’uso del DU in combattimento è un’innovazione abbastanza recente. È stato usato per la prima volta durante la Guerra del Golfo Persico come componente indispensabile del munizionamento per perforare le armature dei mezzi blindati, per distruggere i carri armati.
I proiettili con DU, all’impatto, bruciano e sono così pesanti e caldi che dirompono con facilità attraverso l’acciaio. “È come prendere una matita e spingerla attraverso un foglio di carta,” ha affermato Rokke.
Allora, questa “matita” di Uranio esplode all’interno del suo obiettivo, creando una implacabile “tempesta di fuoco”. Rokke continua: “Questa roba è grandiosa come arma anticarro. Mette in grado le truppe USA di far fuori a lungo raggio i carri armati del nemico.”   
Secondo il sito web del Deployment Health Support Directorate, il DU è un “sottoprodotto del processo attraverso cui l’Uranio viene arricchito per produrre il combustibile nucleare e componenti di armi nucleari.” In altre parole, il DU è una scoria nucleare di basso livello. Secondo lo stesso sito web, il DU può contenere anche quantità in tracce di “nettunio, plutonio, americio, tecnezio-99 ed uranio-236.”
Durante la Guerra del Golfo, è stato sparato un totale di 320 tonnellate di munizioni al DU.
Il compito di Rokke era di riuscire a capire come ripulire i carri armati USA, come aiutare le sfortunate vittime del “fuoco amico”, che erano incappate in colpi al DU.
Dopo anni di lavoro di questa natura, in Kuwait e in Arabia Saudita, e su poligoni di esercitazione negli USA, nel 1996 Rokke arrivava a questa conclusione, comunicata agli alti gradi dell’Esercito, che il DU era così pericoloso che doveva essere bandito immediatamente dalle armi da combattimento.
Questa conclusione, Rokke ne è convinto, gli costò la carriera.
“La contaminazione era dappertutto”, sui carri bruciati, sui campi petroliferi in fiamme, sui corpi bruciati. Questo era il Kuwait dopo la Guerra del Golfo.
Rokke aveva un compito da assolvere, la decontaminazione dei carri armati USA contaminati da DU. Quello che Rokke rilevò, lo atterrì. “Dio mio! Questo è l’unico modo per descrivere tutto questo, la contaminazione era dappertutto.”    
Rokke e il suo gruppo stavano misurando livelli impressionanti di radiazioni oltre i 50 metri dai carri armati interessati: superiori ai 300 millirems all’ora per le radiazioni beta e gamma, e per la radiazione alfa dalle migliaia ai milioni di impulsi per minuto (CPM) su un contatore Geiger.
“L’intera area è stata inquinata. Sicuramente qui fa ancora ‘più caldo’ che all’inferno. Questa cosa non può più continuare!”
Questa squadra ha impiegato tre mesi per pulire 24 tanks per trasportarli di ritorno negli USA, e l’Esercito ha impiegato altri tre anni per decontaminarli del tutto.
Ma i carri armati contaminati non sono l’unico problema.
Nel periodo di 72 ore dalle loro ricognizioni, Rokke e i componenti della sua squadra hanno cominciato a sentirsi male. Comunque, hanno continuato nel loro lavoro. Sono ritornati negli USA per eseguire test sulle basi dell’Esercito. Deliberatamente facevano saltare in aria carri armati con proiettili a DU, quindi correvano sul posto mentre i carri stavano ancora bruciando.
Videoregistravano le nuvole di ossido di uranio che si sprigionavano e misuravano la radioattività che veniva emessa.
Rokke ha dichiarato che nell’ultimo decennio 30 dei 100 suoi collaboratori in queste operazioni sono morti.
I polmoni e i reni di Rokke sono pregiudicati. Lui ritiene che la polvere di ossido di uranio si sia “intrappolata” in permanenza all’interno dei suoi polmoni. Ha lesioni al cervello, pustole sulla sua pelle. Soffre per una sindrome di stanchezza cronica. Ha disturbi virulenti alle vie respiratorie, che comportano accessi di asma e di tosse, e soffre per mancanza di respiro quando fa esercizio fisico. Inoltre ha una fibromialgia, una patologia che gli causa una sofferenza cronica ai muscoli, ai legamenti e ai tendini.
Nel 1994, l’Ente di assistenza agli ex combattenti (VA) ha sottoposto Rokke a test per rilevare la presenza di uranio nel suo corpo; Rokke ha ricevuto l’esito di queste indagini dopo due anni e mezzo. Le sue urine contenevano 5000 volte la quantità consentita di uranio.
Dopo anni di battaglie con il VA, Rokke  è riuscito ad ottenere una disabilità del 40%, ma non esistono dichiarazioni ufficiali che la sua malattia sia stata causata dal suo lavoro sul DU.
L’Esercito e il Pentagono continuano ad insistere che il DU è sicuro! Rokke afferma che sanno che non è così, dato che lui ha fornito loro le prove. Lui dichiara che loro non vogliono ammettere le prove dei pericoli del DU, visto che “loro si aspettano cose diverse e sbagliate, e stanno usando procedure erronee.”
Rokke ha dichiarato che il problema con il DU sta nel fatto che si sprigiona quando un proiettile scoppia e si infiamma. Il proiettile comincia a bruciare immediatamente, e più del 70 % del DU si ossida. Questo ossido di uranio polverizzato, sotto forma di aerosol, è la cosa realmente pericolosa, particolarmente quando viene inalato.    
Rokke insiste che lui e i suoi uomini indossavano un equipaggiamento di protezione, o che avrebbe dovuto proteggerli. Ma le loro maschere antigas erano in grado di filtrare particelle solo di 10 microns o di diametro maggiore. Secondo l’Esercito e il Pentagono, queste sono le dimensioni del diametro delle particelle di DU.
Per Rokke, invece, queste particelle hanno diametro inferiore ai 3 microns, e gli scienziati dei laboratori di Livermore hanno misurato essere addirittura di diametro inferiore ad 1 micron: quindi, le misure di precauzione che attualmente vengono applicate sono completamente inutili.
(Nota del traduttore: la dimensione del diametro delle nanoparticelle di DU è inferiore al diametro degli alveoli polmonari e quindi le particelle, oltre ad insediarsi con grande probabilità nei tessuti del sistema respiratorio, si riversano nel flusso sanguigno. Nel giro di una sessantina di secondi possono andare ad insediarsi in un qualsiasi organo più o meno recettivo del corpo e lì cominciare ad irradiare i tessuti circostanti con radiazioni corpuscolari α. Le particelle alfa o raggi alfa consistono di due protoni e due neutroni legati insieme, quindi sono una forma di radiazione corpuscolare altamente ionizzante e con un basso potere di penetrazione. I raggi alfa, a causa della loro carica elettrica, interagiscono fortemente con la materia e quindi vengono facilmente assorbiti dai materiali e possono viaggiare solo per pochi centimetri nell’aria. Possono essere assorbiti dagli strati più esterni della pelle umana e così generalmente non sono pericolosi per la vita, a meno che la sorgente non venga inalata o ingerita. In questo caso i danni sarebbero invece maggiori di quelli causati da qualsiasi altra radiazione ionizzante. Se il dosaggio fosse abbastanza elevato comparirebbero tutti i sintomi tipici dell'avvelenamento da radiazione.)
Circa un quarto dei 700.000 soldati inviati alla Guerra del Golfo Persico hanno riportato un qualche tipo di malattia relativa alla Guerra del Golfo, e Rokke è persuaso che il DU ha qualche attinenza con tutto questo, associato con la grande quantità di sostanze chimiche alle quali le truppe sono state esposte, compresi bassi livelli di gas sarin, nubi tossiche da impianti petroliferi in fiamme, innumerevoli pesticidi, per non parlare delle tavolette anti gas nervini che i soldati sono costretti ad ingerire.
Se Rokke ha ragione sui pericoli del DU, perché il Ministero della Difesa lo continua ad usare ed insiste che questo è sicuro?
“Quando si va in guerra, l’obiettivo è quello di ammazzare, e il DU è il mezzo più valido che noi abbiamo a disposizione”, così ha affermato Rokke.
Rokke ritiene che l’esercito USA sta ponendo maggior attenzione sulla potenza di fuoco piuttosto che sulla salute e sulla sicurezza delle sue truppe.
Egli ha fatto suo un memorandum dei primi anni Novanta, che a suo dire comprova le sue affermazioni.
Datato 1 marzo 1991, il memorandum é stato scritto dal Ten. Col. M.V. Ziehmn dei Laboratori di Los Alamos nel New Mexico.
“Vi é stata e continua ad esserci la preoccupazione che concerne l’impatto del dU [sic] sull’ambiente. Quindi, anche se non ci sono dubbi sull’efficacia del dU sul campo di battaglia, i proiettili al dU possono essere inaccettabili dal punto di vista politico e, perciò, dovrebbero essere eliminati dagli arsenali,” questo recita il memorandum. “Visto che le bombe perforanti al dU hanno fornito tutto il loro potenziale durante le nostre recenti attività di combattimento, allora noi dobbiamo garantirci sulla loro futura esistenza (fino a che non venga sviluppato qualcosa di meglio) tramite il servizio rifornimenti del Ministero della Difesa. Se questo non verrà garantito, è possibile che noi ci troviamo davanti alla perdita di una considerevole potenzialità di combattimento. Io penso che dobbiamo tenere a mente questo delicato problema.”
Per Rokke, il significato di questo memorandum è del tutto chiaro. Dato che le munizioni a DU sono tanto efficaci, devono continuare ad essere usate in combattimento, senza tanti riguardi per l’ambiente o per le conseguenze sulla salute.
L’altro problema è di natura finanziaria. Noti gli effetti reali del DU, i costi della bonifica diventerebbero assolutamente sbalorditivi.
Le aree contaminate dal DU si estendono molto più oltre ai campi di battaglia del Golfo Persico. Rokke  ha ammesso che il DU è regolarmente usato nelle esercitazioni sul campo negli USA, in particolare negli Stati dell’Indiana, Florida, New Mexico, Massachusetts, Maryland
e Puerto Rico. Per non parlare del Kosovo, dove proiettili al DU sono stati usati per mettere fuori uso i carri armati dei Serbi.
Quando gli USA stavano sul punto di intraprendere un’altra guerra con l’Iraq, Rokke dichiarava che era sua intenzione mettere in guardia l’opinione pubblica Americana che questa guerra sarebbe stata ben peggiore della prima, e che il numero di soldati che si sarebbero ammalati a causa del DU probabilmente sarebbe stato molto maggiore.
Rokke insiste di non essere un pacifista. “Io sono un combattente ed un patriota. Se si verificasse una minaccia contro gli USA, non esiterei un solo istante per andare a combattere.”
Ma afferma anche di voler parlare chiaro e tondo per il bene dei soldati americani, e per qualsiasi altra persona, anche per i soldati e i civili Iracheni, che potrebbero essere esposti all’azione del DU.
“Sto propagandando la pace, oggi? Sì, lo sto facendo.”
Rokke affermava che prima che si prendesse in considerazione l’eventualità di una nuova guerra contro l’Iraq, il DU doveva essere rimosso da ogni arsenale nel mondo.
Comunque, perché questo avvenisse, il Pentagono avrebbe dovuto ammettere che Doug Rokke era nel giusto, e avrebbe dovuto pagare un prezzo molto caro, fuori da ogni immaginazione.
Ma il denaro poteva ripagare le vite di coloro che erano morti, secondo Rokke, per causa del DU e il denaro avrebbe potuto espellere l’ossido di uranio dai polmoni di coloro che erano stati contaminati?
Rokke denuncia che al Pentagono c’è della gente che si rende conto di tutto questo, e che giudica tutte queste domande come inconcepibili. “Questo è assolutamente da criminali!”