Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post

27 luglio 2011

La mia risposta a un delirio

Quando ho sentito del massacro di Utoya, in Norvegia il pensiero non è potuto non correre a lui. Non ho potuto fare a meno di dirglielo ma lui, come al solito, sembra non aver capito nulla. E allora ci provo, ancora una volta, a spiegargli come stanno le cose analizzando e smontando punto per punto le fesserie che scrive.
Io non ho letto i testi di questo Anders Behring Breivik, ma che adesso, che per un imbecille pazzo nazista (di merda), che è un razzista, e quant'altro, e che è pure, o comunque si definisce, "cristiano", andiamo a chiamarlo "estremismo cristiano" e andiamo a paragonare, 1 singola persona, con Al Qaeda, e gli estremisti islamici...
 Purtroppo non è una singola persona. Da Oklahoma City in giù la differenza sta tutta nella disponibilità di avere a disposizione nitrato di ammonio o altre armi. Di potenziali Breivik è piena l'Europa. Per non parlare dell'America.  Nessuno poi si sogna di paragonare questo con Al Qaeda e gli altri movimenti di resistenza islamica. Loro lottano per liberare i loro paesi dagli eserciti di potenze straniere occupanti, questo ha ammazzato ragazzini di 16 che svavano facendo un campeggio. Semplicemente assurdo un paragone.

La Jihad globale e la sua volontà sono una realtà, per cui evitiamo di farci condizionare dall'azione di un iper-folle, mandiamolo nella più grande democrazia del mondo, l'America, così lo condannano a morte e ce lo leviamo dalle palle, non purtroppo quello che ha fatto,
evitiamo di seguire le mode, ispirate da giornalisti e da alcune parti politiche che per un voto in più rimbecilliscono tutti lo Stato compreso.
La Jihad globale è una fanfaluca. Ci sono solo movimenti locali di liberazione caratterizzati dal nazionalismo e dalla politica, che usano la religione solamente come media per reclutare maggiore consenso. Sulla più grande democrazia al mondo, se proprio dobbiamo ostinarci a negare il suo ruolo alla Cina, la scelta ricadrebbe comunque sull'India. Ad ogni modo ti sfugge uccidendo Breivik, folle com'è , si fa lui solo un favore. Di certo a un personaggio fanatico come questo non importa nulla sopravvivere o meno, anzi si esalterebbe sapendo di diventare un "martire". Sapendo di essere riuscito a scuotere e corrompere in questa maniera il paese.

Sono anni che avverto che sta salendo l'estrema destra in Europa, soprattutto al nord, perché lì stanno perdendo repentinamente la loro identità, e perderanno anche la loro libertà, piano piano, purtroppo. Per l'aumento esagerato di persone di religione islamica, quindi, una società può, effettivamente, andare in crisi. Ma, di base, anche fossero "indiani", si capisce il concetto? E' il concetto, importante, non gli elementi in sé. Ci siamo?
No, decisamente non ci siamo. Sono 20 anni e anche di più che ce la menate con st'escalation dell'estrema destra in Europa. In realtà il picco di popolarità si è avuto a ridosso del 2000 con la vittoria elettorale di Haider nel 1999 e il raggiungimento del ballottaggio alle presidenziali francesi di Le Pen del 2002, 10 anni fa. Poi l'estrema destra è tornata, praticamente ovunque, ad avere un ruolo marginale. Parli di perdere repentinamente la propria identità. La propria identità? Quale? Ogni generazione ha la sua. Repentinamente? Sono decenni che assistiamo a questa lenta integrazione ed è innegabile che siamo di fronte ad un successo. I primi figli di immigranti nei paesi scandinavi ormai hanno più di 40 anni. 40 anni ti sembra repentinamente?

In questo modo, con i cambiamenti repentini, si crea l'humus dove vanno a pescare.. i fanatici (termine che piace molto ai fanatici in divisa). Che non è, colui che racconta, ma il fanatico. Che può essere ovunque. E non c'è solo l'estrema destra, ma anche l'estrema sinistra. E' quest'ultima che negli ultimi anni ha dato dimostrazione di razzismo, quando si credeva fosse di destra, vedi Pigneto.
L'estrema sinistra razzista. Mi sto scompisciando dalle risate.

Per cui, rimaniamo coi piedi per terra, io dell'attentato non sono, né prima (a caldo) né dopo, andato a dare colpa agli islamici (sono sempre più in gamba), lo hanno invece fatto giornalisti ed esperti titolati. Ma... troppo comodo, e vigliacco, e suicida, per paura della realtà, andare a parlare di estremismo cristiano (i boss mafiosi han con sé sempre la Bibbia ma non significa nulla) e (voler in quel modo) cancellare, tutto il pericolo che, da anni, viene dall'altra parte.

Dunque , fermiamoci un attimo. Se un mediorientale mette una bomba lo fa perché è islamico, mentre il boss mafioso no no no non può essere cristiano. Perché? Perché sottendi che la religione cristiana è buona e quindi chi fa il male non è un vero cristiano, mentre l'islam è il male, chi fa del male è proprio un vero musulmano. No, ma tu non sei razzista...

Sia chiaro, pericolo anche, in modo diverso, per gli stessi islamici moderati, i quali sono obbligati a diffondere l'Islam e a non avere libertà di religione, e tante altre cose. Perché ricordiamoci che anche molti musulmani, parlano di islamizzazione dell'Europa, e molti di loro diventano antislamici.
Il gesto di quell'indefinibile animale, non deve farci abbassare una guardia che non abbiamo mai alzato, e che per questo motivo, nei paesi del nord Europa, che sono più a rischio, di cui avevo avvertito, ha favorito (favorito) proprio la generazione di un tal essere come Anders Behring Breivik.

Riassumendo, se un nazista uccide dei ragazzini in campeggio è colpa delle persone che emigrano in cerca di lavoro. Molti musulmani... cosa? Ma che ti sei bevuto? Abbassare la guardia che non abbiamo mai alzato? Contro cosa? Contro i mulini a vento?

Io sto tenendo corrispondenza con una persona, buonissima, tollerantissima di Oslo, che insegna ad alcune classi, metà degli studenti sono islamici. Studiano soprattutto medicina, e legge (!). E la Norvegia, come altri del nord, è un Paese tollerantissimo, per la massima libertà per tutti, sono persone veramente gentili... molto buone.... tanto che i politici non usano scorte... qualcosa di impensabile qui da noi, o in Francia, o in Usa, o GB... giusto? Ma non credo ci riusciranno più. 
Non credo che cambi molto di più di quanto non cambiò dopo l'omicidio di Olaf Palme, vatti a studiare la storia su Wikipedia.

Soffrono tanto di quello che è accaduto...
e credo sia accaduto proprio per la loro bontà e per il repentino cambio della società.
Stan vivendo qualcosa di terribile.

Si possono sì, fare alcune analogie con il trauma dell'11 Settembre per l'America, e con  Al-Qaeda, ma ci andrei molto cauto. MOLTO, cauto.
Non c'entra niente la bontà o meno. Negli Stati Uniti, dove non sono certo buonisti, di episodi del genere ce ne sono stati diversi.

 Le società, sono come degli organismi. Viventi. Sono una versione più ampia di un organismo vivente più piccolo, come il corpo umano, dove tutto è in equilibrio. Questo non riesce ad accettare incolume repentini cambiamenti, come li si potrebbe chiamare (scusate l'ignoranza in materia)... chimico-fisici. Se noi introduciamo una sostanza, inaspettata, incompatibile, in un organismo, la medicina insegna che vi avvengono delle reazioni, anche di rigetto o di immunizzazione. E' brutta da dire ma arrivano anche gli anticorpi, che non sempre fanno il bene dell'organismo.  Che è un po', quello che avviene nei confronti dell'Occidente, nei paesi arabi. Che non accettano, la trasformazione della loro società, secondo canoni che non sono loro e cioè i nostri. Giusto?

 No, sbagliato. Facciamo che ti seguo sul piano del paragone con un organismo. Quello che ti sfugge è che le cellule che compongono quest'organismo sono abiutate fin da piccole ad andare a scuola insieme, etc...etc...
Mi sembra che di trasformazioni nei paesi arabi ne abbiamo viste di gigantesche. Piuttosto siamo noi europei e occidentali che abbiamo paura dei cambiamenti, abbiamo paura di non potercela fare a giocarcela ad armi pari, ora che stiamo perdendo la supremazia economica.

Non si può pretendere, che una cultura, qualunque, possa venir trasformata in un altra, senza conseguenze. Nemmeno si avrebbe il diritto di pretendere di cambiare le società, altrui. Giusto?
Chi sta leggendo, è disposto a trasformare "di punto in bianco" la società in cui vivono i propri cari? La propria gente? Non credo, credo nessuno.
Col tempo, conoscendoci, crescendo insieme, sì, è diverso.

Eeeeehhh bravo. E' per questo che esiste il "terrorismo islamico" che poi non è né terrorismo, né islamico ma solo resistenza contro l'occupazione straniera. Occupazione militare, non emigrazione di poveri proletari.

Secondo me, da noi bisogna rallentare il processo di cambiamento della nostra società europea, che in Nord Europa credo stia avvenendo troppo velocemente, mentre nei paesi arabi, sempre da parte nostra, bisogna rispettare di più le loro usanze (i loro desideri in casa loro). E si badi bene, a noi occidentali le loro usanze a casa loro le fanno rispettare, altrimenti ci fan fuori. Per cui, bisogna saper "giocare" con questa diversità tra i due elementi che si vengono a incontrare in due realtà diverse, occidentale, a casa nostra, e islamica, a casa loro. E pretendere rispetto in casa propria delle proprie usanze. Perché in casa loro, noi le loro usanze le rispettiamo.
Riesci a contraddirti in 4 righe. Prima dici che noi (noi chi?) dovremmo rispettare di più le loro usanze, poi dici che le rispettiamo. In realtà come stati stupriamo continuamente la sovranità dei loro paesi.
Yin e Yang, bisogna sempre giocare di equilibrio, tra le forze, per mantenere l'asta della bilancia orizzontale, altrimenti da una parte o dall'altra prima o poi rovescia, e quando rovescia, Fisica insegna che rovescia forte.


La punizione per Anders Behring Breivik, deve essere esemplare, durissima, peggio di quella per Khalid Sheikh Mohammed, l'ideatore degli attentati dell'11 Settembre. Deve essere durissima ed eseguita il più presto possibile. E tutti, le vittime, le famiglie delle vittime, i fan e i potenziali emuli, devono sapere che la pena è stata durissima. 
E prima ancora, senza coinvolgere e distruggere le nostre difese, si deve disintegrare quell'idea che per giustificare la sua pazzia ci ha piazzato dietro.  

 Si Yin e Yang... Ma pensi veramente che la pena di morte possa essere un deterrente per personaggi del genere? Colombine dov'è , in Danimarca?

Altri articoli sull'argomento:

Stampa Libera
Sollevazione.

22 ottobre 2010

Giampaolo Pansa, il revisionista impenitente

Dal sito Storia in Rete.

Il revisionista che non si pente. Anzi. L’autore che più di ogni altro ha attaccato in Italia miti storiografici del Novecento e l’Accademia, sta per tornare con un libro destinato a rinverdire le polemiche scatenate da «Il Sangue dei Vinti». Le tesi di Pansa? «Il PCI di Togliatti voleva l’Italia satellite dell’Urss»; «la politica di oggi non è interessata a fare i conti con la Storia»; «I miei critici? Scappano…»; «Le celebrazioni? Non mi piacciono mai»; «Il miglior leader italiano? De Gasperi»; «Gli italiani? Non hanno futuro se continuano così…». Forse perché non vogliono avere un passato?
di Gabriele Testi da Storia in Rete n° 59 
C’è sempre una prima volta, anche per Giampaolo Pansa. Quella del giornalista piemontese al Festival Internazionale della Storia di Gorizia, dunque allo stesso tempo su un terreno e in un territorio particolarmente delicato per ogni forma di rivisitazione e di analisi storiografica, non è passata inosservata. Anzi. La dialettica con un pubblico tanto attento quanto sensibile alle vicende degli italiani vissuti (e morti) oltre il Muro, in particolare comunisti di fede stalinista fuggiti in Jugoslavia e diventati «nemici del popolo», e lo scontro verbale con il moderatore Marco Cimmino non saranno dimenticati facilmente dalle parti di Gorizia. L’occasione si è comunque rivelata perfetta per una chiacchierata con un autore che, in polemica con gli accademici italiani e i «gendarmi della memoria» non arretra di un metro sul piano del confronto scientifico su quei temi, il tutto alla vigilia del compleanno che il primo ottobre gli farà oltrepassare la soglia dei tre quarti di secolo e della pubblicazione di un ultimo lavoro che lo riporterà in autunno nei panni a lui del revisionista. È lui stesso a raccontarlo a «Storia in Rete» in un’intervista esclusiva in cui si mescolano Resistenza e Risorgimento, eredità del PCI, meriti e demeriti democristiani, una visione organica della nostra società e le differenze esistenti fra i giovani di oggi e quelli le cui scelte avvennero con la Guerra.
Considerato il soggetto dei suoi ultimi due libri, considera ormai chiusa la parentesi dedicata alla Guerra Civile italiana?
«No, tant’è vero che in novembre uscirà con la Rizzoli un mio nuovo libro sulla Guerra Civile. Il titolo è: “I vinti non dimenticano”. Non è soltanto il seguito del “Sangue dei vinti” e dei miei libri revisionisti successivi. Insieme a vicende che coprono territori assenti nelle mie ricerche precedenti, come la Toscana e la Venezia Giulia, c’è una riflessione più generale, e contro corrente, sul carattere della Resistenza italiana. Dominata dalla presenza di un unico partito organizzato, il PCI di Palmiro Togliatti, Luigi Longo e Pietro Secchia. Che aveva un traguardo preciso: conquistare il potere e fare dell’Italia un Paese satellite dell’URSS».
È rimasto fuori qualcosa – un’osservazione, una storia, un nome – che le piacerebbe aggiungere o correggere?
«Non ho niente da correggere per i miei lavori precedenti. E voglio dirvi che, a fronte di sette libri ricchi di date, di nomi, di vicende spesso ricostruite per la prima volta, non ho mai ricevuto una lettera di rettifica, dico una! E non sono mai stato citato in tribunale, con qualche causa penale o civile. Persino i miei detrattori più accaniti, tutti di sinistra, non sono mai riusciti a prendermi in castagna. Mi hanno lapidato con le parole per aver osato scrivere quello che loro non scrivevano. Però non sono stati in grado di fare altro».
E a proposito di «aggiungere»?
«Come voi sapete meglio di me, nella ricerca storica esistono sempre campi da esplorare e vicende da rievocare. In Italia questa regola vale ancora di più a proposito della Guerra Civile fra il 1943 e il 1948. Parlo del ’48 perché considero l’anno della vittoria democristiana nelle elezioni del 18 aprile la conclusione vera della nostra guerra interna. I campi da esplorare sono molti, anche perché della guerra tra fascisti della RSI e antifascisti non vuole più occuparsene nessuno. I cosiddetti “intellettuali di sinistra” hanno smesso di scriverne perché si sono resi conto che il loro modo di raccontare quella guerra non regge più, alla prova dei fatti e dei documenti. Nello stesso tempo, le tante sinistre italiane non hanno il coraggio di ammettere quella che ho chiamato nel titolo di un mio libro “La grande bugia”. Se lo facessero, perderebbe molti elettori, ossia quella parte di opinione pubblica educata a una vulgata propagandistica della Resistenza. Sul versante di destra constato la stessa reticenza. Un tempo esisteva il MSI, in grado di dar voce agli sconfitti. Oggi i reduci di quell’esperienza, parlo soprattutto del gruppo nato attorno a Gianfranco Fini, si guardano bene dal rievocare il tempo della Repubblica Sociale Italiana. Infine, il Popolo della Libertà ha ben altre gatte da pelare. E a Silvio Berlusconi della Guerra Civile non importa nulla. Di fatto, sono rimasto quasi solo sulla piazza. Questo mi rallegra come autore, però mi deprime come cittadino. Sono ancora uno di quelli che non dimenticano una verità vecchia quanto il mondo: il passato ha sempre qualcosa da insegnare al presente e anche al futuro».
Che cosa risponde a chi nega valore ai suoi libri perché «poco scientifici»? È davvero soltanto una questione di note a margine?
«Mi metto a ridere! Rido e me ne infischio, perché la considero un’accusa grottesca. Questa è l’ultima trincea dei pochi “giapponesi” che si ostinano a difendere una storiografia che fa acqua da tutte le parti. A proposito delle note a piè di pagina, ricordo che tutte le mie fonti sono sempre indicate all’interno del testo, per rispetto verso il lettore e per non disturbarlo nella lettura del racconto. Per quanto riguarda i cattedratici di storia contemporanea, il mio giudizio su di loro è quasi sempre negativo. Ci sono troppi docenti inzuppati, come biscotti secchi e cattivi da mangiare, nell’ideologia comunista. Il Comunismo è morto in gran parte del mondo, ma non all’interno delle nostre università. L’accademia che ho conosciuto nella seconda metà degli anni Cinquanta era molto diversa…».
Com’è un libro di storia «scientifico»? Perché non si toglie lo sfizio e glielo fa? Oppure bisogna necessariamente scriverlo da una cattedra universitaria?
«Se per libro scientifico si intende una ricerca storica fondata su fonti controllate e che racconta fatti veri o comunque il più possibile vicini alla verità, questo è ciò che ho sempre fatto. Anche il libro che uscirà a novembre, se vogliamo usare una parola pomposa che non mi appartiene, è a suo modo un’opera scientifica. Lo è perché l’ho pensato a lungo, ci ho lavorato molto e sono pronto ad affrontare ogni contraddittorio. Ormai la storiografia accademica “rossa” non vuole fare contraddittori con i cani sciolti come me perché ha paura di essere messa sotto. Si nascondono, fanno come le lumache. Mia nonna diceva: “lumaca, lumachina, torna nella tua casina”. Non si fa così: si tengano le loro cattedre sempre più inutili, cerchino di insegnare qualcosa a studenti altrettanto svogliati. Dopodiché quello che posso fare per loro è pagare le mie tasse fino all’ultima lira, come ho sempre fatto. In fondo, io sono tra i finanziatori della ricerca storica universitaria».
A proposito di revisionismo: come giudica quello sul Risorgimento (quello neo-borbonico, ma anche la nostalgia cripto-leghista che ha in mente il Regno Lombardo-Veneto austriaco)?
«Quando ero studente diedi anche un esame di storia del Risorgimento. Non mi ricordo più con chi. Mi appassionava, però confesso di non avere un interesse per quel periodo storico. Mi rendo conto, com’è accaduto per tutte le fasi cruciali, che bisognerebbe andare a vedere anche lì se la storia ci viene raccontata nel modo giusto. Io non santifico nessuno, non mi piace. Non l’ho mai fatto nel mio lavoro di giornalista politico, per cui mi è difficile trovare qualcuno che mi entusiasmi anche tra i leader partitici. E credo che anche sul Risorgimento ci sia molto da rivedere o revisionare. Ma se un partito come la Lega Nord si mette di mezzo e pretende di riscrivere la storia, io me ne ritraggo inorridito…».
Ci fu anche allora, indubbiamente, una guerra civile che prese il nome di «brigantaggio». Ha mai pensato di occuparsene?
«Sul brigantaggio ho letto parecchio, recentemente anche un romanzo bellissimo che racconta di un episodio in Calabria o Campania, adesso non ricordo, della lotta contro i piemontesi. Ritengo che questo fenomeno fosse una forma di resistenza delle classi dirigenti del Mezzogiorno nei confronti dei Savoia per quella che era un’occupazione militare. Lo Stato unitario è certamente nato sul sangue di entrambe le parti, perché non è che i piemontesi siano andati con la mano leggera al sud, e lo dico parlando da piemontese. Del resto, le guerre sono sempre state fatte in queste modo: le vincono non soltanto coloro che hanno la strategia più intelligente, ma anche chi non usa il guanto di velluto. Basti vedere come sono stati i bombardamenti alleati in Italia durante la Seconda guerra mondiale, un altro argomento che gli storici dell’antifascismo e della Resistenza non hanno granché affrontato e che io credo di avere chiarito bene nel prossimo libro, per di più alla mia maniera. Ormai ho imparato che i conflitti bellici sono mattatoi pazzeschi. Ricordo che da bambino vidi passare sulla mia testa, a Casale Monferrato, le “fortezze volanti” americane che andavano a bombardare la Germania. In un primo tempo a scaricare esplosivo sui tedeschi erano gli aerei inglesi del cosiddetto Bomber Command, guidati da questo Harris [sir Arthur Travers Harris, maresciallo dell’aria della RAF, 1892-1984, soprannominato “Bomber Harris” NdR] che anche dai suoi era stato battezzato “Il macellaio” [per la leggerezza con cui mandava a morire i suoi equipaggi NdR]. Anch’io avrei potuto essere un bambino bombardato in Italia, ma grazie a Dio non abitavo vicino ai due ponti sul Po che attraversavano la mia città. Queste sono le guerre. È chiaro che se poi, una volta che sono finite, ci si mettono di mezzo i faziosi che pretendono di raccontarle alla loro maniera, secondo gli interessi di una parte politica, allora non ci si capisce più nulla…».
Come si esce dalle divisioni del passato? Ancora oggi l’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, tessera dei giovani: queste cose hanno senso per lei?
«No, e io sono stato uno dei primi a raccontarlo in qualche mio articolo e anche in un libro. Una sera mi trovavo a Modena, dove mi ero recato a presentare uno dei miei lavori revisionisti, e mi accorsi che sui quotidiani locali c’erano delle pagine pubblicitarie a colori, dunque costose, e delle locandine in cui si invitavano i ragazzi a iscriversi all’ANPI. Tutto questo non ha senso o, meglio, lo ha se si pensa che l’Associazione è oggi un partito politico, minuscolo e molto estremista. Secondo me tutto ciò non ha senso, però se vogliamo capire il fenomeno bisogna dire che l’ANPI è uno strumento nelle mani della Sinistra radicale o, diciamolo meglio, affinché non si offendano, una sua componente: è chiaro che se dovesse fare affidamento soltanto sugli ex partigiani, anche su quelli delle classi più giovani del ’25, ’26 e ’27, oggi i soci sarebbero tutti ultraottantenni. Hanno bisogno di forze fresche e hanno trasformato un’organizzazione di reduci, assolutamente legittima, in un club quasi di partito. Siamo in una situazione di sfacelo delle due grandi famiglie politiche, prima è toccato al centrosinistra e ora sta accadendo per una specie di nemesi al centrodestra, e possiamo immaginarci quanto poco conti l’ANPI in questo scenario. Quando l’Italia diventerà ingovernabile e nessuno sarà in grado di gestirla, ci renderemo conto di come certi leader politici non possano fare nulla».
Come spessore dei personaggi, chi vince tra la Prima e la Seconda Repubblica? E, fra i grandi statisti del passato, chi ci servirebbe oggi?
«È una bella domanda, che però richiede una risposta complicata. Come ho scritto nella prefazione de “I cari estinti”, tanto per citare un mio libro che sta avendo un grande successo, sono un nostalgico della Prima Repubblica. Non ricordo chi lo abbia detto, se Woody Allen o Enzo Biagi, personaggi agli antipodi fra di loro, ma “il passato ha sempre il culo più rosa”. Io sono fatalmente portato a ritenere che i capi partito della Prima Repubblica avessero uno spessore più profondo, diverso, migliore di quelli di oggi, anche se in quel periodo furono commessi degli errori pazzeschi. Prima che quella classe politica si inabissasse per sempre e la baracca finisse nel rogo di Tangentopoli – non tutta naturalmente, perché il PCI fu graziato dalla magistratura inquirente – negli ultimi quattro-cinque anni si accumulò un debito pubblico folle, che è la palla al piede che ci impedisce di correre e, soprattutto, diventa una lama d’acciaio affilata che incombe sulle nostre teste. Non ho mai votato la DC, anche perché sono sempre stato un ragazzo di sinistra, ma ho una certa nostalgia della “Balena Bianca”. Il grande merito della Democrazia Cristiana fu di vincere le elezioni del 18 aprile, perché se nel 1948 avesse prevalso il Fronte Popolare, non so che sorte avrebbe potuto avere questo Paese. Secondo me ci sarebbe stata un’altra guerra civile, se non altro per il possesso del nord Italia, anche se poi la storia non si fa con i “se”. Per fortuna, lì si impose Alcide De Gasperi in prima persona. Ero molto giovane, ma quello è un leader al quale ho visto fare grandi cose nei rapporti con gli elettori. Ma pure i leader dell’opposizione a vederli da vicino erano cosa altra da adesso. Anche di Enrico Berlinguer, che era una specie di “santo in terra”, mi resi subito conto di che pasta fosse da un punto di vista politico, più che umano. Quando lo intervistai per il “Corriere della Sera”, alla vigilia delle elezioni politiche del 1976, mi disse che si sentiva molto più al sicuro sotto l’ombrello della NATO che non “protetto” dal Patto di Varsavia. Queste risposte eterodosse sull’Alleanza Atlantica e il PCI non le pubblicò “l’Unità”, censurando di fatto il segretario del Partito, perché avevano suscitato i malumori dell’ambasciata dell’URSS a Roma. Però gli stessi concetti mi furono ribaditi dal leader comunista, senza battere ciglio, anche in televisione durante una tribuna elettorale. Evidentemente, tutto ciò non doveva finire su ”L’Unità”, che era letta come il Vangelo dai militanti comunisti, mentre in tivù si poteva dire qualsiasi cosa».
Secondo lei chi è stato il più grande? E perché?
«Io direi che oggi ci servirebbe un uomo molto pratico ed energico come Amintore Fanfani, che ha curato i nostri interessi sotto molti aspetti, oppure un temporizzatore tranquillizzante come Mariano Rumor. Con tutto il rispetto per la sua figura e la fine che ha fatto, non so invece se ci occorrerebbe un Aldo Moro. A sinistra ci vorrebbe un tipo come Craxi, diciamoci la verità: Bettino aveva un grande orgoglio di partito, ma non pendenze storiche che sarebbero state sconvenienti da mostrare come accadeva a molti leader del PCI. In conclusione, ci servirebbe un leader democratico e liberale in grado di imporsi con autorità e autorevolezza per mettere fine a questa guerra civile di parole di cui in Italia non ci rendiamo troppo conto e che diventa sempre più violenta. Il più grande di tutti resta comunque De Gasperi, un uomo affascinante, brillante e capace: se non sbaglio fece sette governi, si ritirò a metà dell’ottavo per il venir meno della fiducia e fu per undici mesi segretario della DC prima di morire nel 1954. È stato il politico che ha concesso a me e a voi, in un giorno d’estate del 2010, di procedere in quest’intervista senza paura di dire come la pensiamo».
Come giudica, anche da piemontese, il modo con cui l’Italia si appresta a «festeggiare» i primi centocinquant’anni di vita nel 2011 e le dimenticanze su Cavour in questo 2010?
«Vi dirò una cosa: io sono contrario alle celebrazioni, anche le più oneste. Non servono a nulla, se non a far girare un po’ di consulenze, a far lavorare qualche storico, vero o presunto che sia, gli architetti, qualche grafico e chi si occupa di opere pubbliche per tirar su mostre, ripristinare un museo e via dicendo. Non me ne importa nulla e non sono affatto d’accordo. Chi vuole approfondire la storia del Risorgimento, trova già tutto: basta che vada in una buona libreria e si faccia consigliare da qualche bravo insegnante, magari di liceo, che spesso è anche più competente di tanti docenti universitari…».
Che popolo sono gli italiani? È giusto dire che dimenticano tante cose belle e si accapigliano a distanza di secoli sempre sulle stesse cose?
«Io ho un’idea abbastanza precisa di come siamo: un popolo in declino, che non è all’altezza delle nazioni con le quali dovremmo confrontarci. L’Italia è un Paese di “serie B”, che presto scenderà in “serie C”, con una squadra di calcio che non combina più nulla da un sacco di anni. La gente è sfiduciata e non vuole più saperne della politica, anche per come è la politica oggi. I giovani sono in preda ai “fancazzismi” più esasperati e affollano le università per lauree assurde, vere e proprie anticamere della disoccupazione. A un sacco di ragazzi se chiedi che cosa vogliono fare da grandi, non sanno risponderti, perché non vogliono nulla. Questo è un Paese per vecchi che diventano sempre più vecchi e io mi metto in cima alla lista, perché a ottobre di anni ne avrò settantacinque. Quand’ero giovane l’Italia era un contesto più generoso e che osava, baciato da miracoli economici successivi, in cui il figlio di un operaio del telegrafo e di una piccola modista, allevato da una nonna analfabeta come Giampaolo Pansa, poteva andare all’università, laurearsi e fare il giornalista, che era la cosa che avrebbe sempre voluto fare. Adesso l’Italia è un deserto di speranze, ma anche i giovani non si accontentano mai. Oggi se ho bisogno di un idraulico, di un falegname o di un elettricista, o trovo dei signori ultracinquantenni, o mi affido a giovani molto bravi che quasi sempre sono extracomunitari. Vallo a spiegare ai ragazzi italiani che gli studi universitari non garantiscono più nulla…».
Gabriele Testi

13 gennaio 2010

Memories-