10 marzo 2007

La giornata della vergogna


Da disinformazione.it


Si è parlato di un incidente diplomatico. Il presidente croato Stjepan Mesic critica il discorso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accusandolo di "razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico".[1]
Mesic si è risentito per le parole di Napolitano "pulizia etnica", e ha ricordato agli italiani che "l'Italia non ha mai pagato le riparazioni di guerra, mentre la Croazia è disposta in ogni momento a pagare quanto deve".[2]

L'ammissione di aver commesso gravi crimini sembra diventare per i due paesi una sorta di braccio di ferro, in cui non si sa chi cederà per primo.
Tutti i politici italiani si sono schierati dalla parte di Napolitano, accusando Mesic di aver travisato le parole del presidente.
Mirko Tremaglia si sente, da ex repubblichino, offeso dalle parole di Mesic. Non accetta l'idea che anche i fascisti italiani siano stati assassini spietati e crudeli, come avverte Mesic: "molti degli uomini delle foibe, hanno loro stessi commesso crimini in Slovenia e Croazia". Certo questo non significa che dovessero essere giustiziati.

Per mettere in cattiva luce Mesic, i media italiani non hanno approfondito il discorso sui crimini commessi dagli italiani in Jugoslavia.
Il fascismo commise molti crimini simili a quelli commessi nelle foibe. Un documentario della BBC di Londra dal titolo Fascist Legacy, acquistato ma mai trasmesso dalla Rai, documenta gli orrori tremendi che i nostri soldati attuarono contro i civili jugoslavi: torture, deportazione nei lager, violenze contro le donne, massacri di bambini ecc.
Forse sarebbe ora di considerare che i crimini degli altri non sono più gravi dei nostri. Pensare che gli altri siano "più colpevoli" significa assumere una mentalità da guerra, perché è in guerra che i crimini delle proprie truppe sono giustificati mentre quelli delle truppe nemiche sono amplificati.

Le foibe sono state un fatto criminale orrendo, come le nostre scorribande in Etiopia, in Grecia e in Jugoslavia, quando abbiamo distrutto migliaia di vite innocenti, spesso con una brutalità estrema.
Le autorità italiane non hanno ancora chiesto scusa per i propri crimini. Non hanno mai chiesto scusa all'Etiopia, alla Somalia, alla Grecia e alla Jugoslavia, e non hanno mai ammesso che le nostre truppe spesso non erano meno crudeli di quelle dei nazisti.

Il rapporto con le popolazioni slave era assai teso già nel 1915, quando il politico e professore universitario Gaetano Salvemini scriveva:

Se prevarranno i livori ed i rancori locali degli italiani di Trieste e dell’Istria contro gli slavi, tristi giorni si prepareranno al nostro Paese. Se sapremo guardare al problema dei rapporti italo-slavi da un punto di vista superiore a quello delle lotte comunali, locali, personali, la sostituzione della bandiera italiana a quella austriaca in Trieste e Pola rappresenterà in Europa una solida garanzia di pace e civiltà.

Le autorità italiane non agivano per realizzare "pace e civiltà", al contrario, scegliendo di entrare in guerra commisero ogni genere di crimine. Dopo la vittoria, il re Vittorio Emanuele III nominò il Generale Carlo Petitti di Roreto quale governatore delle zone annesse, in cui la popolazione era per il 58% costituita da slavi e croati. Il governatore promise di lasciare la libertà di parlare la lingua nativa, ma di fatto venne imposto l'italiano. Negli anni Venti le popolazioni istriane si sollevarono contro il potere regio e vennero duramente represse. Ciò venne denunciato, nell’agosto del 1920, dal deputato Giovanni Cosattini, che riferì: "dalle 500 alle 600 persone furono internate senza evidente motivo. Si vedeva in ogni slavo un nemico od una spia; da qui la politica del terrore e della persecuzione... Nei villaggi slavi la legge, la libertà, il diritto non contano nulla. Vi regna l’arbitrio del Comandante locale, del Commissario comunale, del brigadiere dei carabinieri... Lo scioglimento delle associazioni, il divieto delle riunioni, la persecuzione dei maestri, le perquisizioni che arrivano senza alcuna autorizzazione della magistratura e senza garanzie legali".

Gli slavi e i croati si ribellavano ad un sistema corrotto e autoritario, che reprimeva ogni dissenso e autorizzava le forze dell'ordine a pestare e ad arrestare con facilità. Sotto il fascismo le cose andarono anche peggio. Ogni pretesto era buono per bastonare; si bastonava chiunque non si togliesse il cappello salutando un fascista e si spedivano in esilio le persone più autorevoli, come intellettuali e sacerdoti. La lingua slava venne categoricamente proibita, persino sulle lapidi. Molti nomi tipicamente slavi vennero italianizzati, e gli studenti che faticavano ad imparare la lingua italiana venivano severamente puniti. Di tanto in tanto il fascismo praticava la pulizia etnica, bruciando case, sedi di circoli culturali, cooperative, società operaie, alberghi, banche ecc., per poter distruggere la cultura dei cittadini slavi.

I fascisti, durante le operazioni di "pulizia etnica" cantavano allegri: "La musa istriana ha chiamato Foiba il degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese le caratteristiche nazionali dell’Istria". I fascisti utilizzavano il termine "Foibe" per indicare il luogo dove avrebbero sepolto tutti coloro che non si fossero "fascistizzati". Pur senza giustificare alcun crimine, non c'è dubbio che i crimini e le crudeltà dei fascisti italiani ebbero un ruolo determinante su ciò che accadde nelle foibe. Il presidente croato Mesic non ha negato o giustificato i crimini delle foibe ma li ha messi in relazione con i crimini dei fascisti italiani, e ciò è in parte corretto. Egli ha detto: “È vero che ci sono stati crimini da parte nostra. All’epoca si trattava della parte jugoslava, ma si tratta dell’odierno territorio della Repubblica di Croazia. Le Foibe furono un crimine e io lo ammetto... La verità deve essere ammessa anche dall’altra parte. I fascisti hanno raso al suolo le nostre città, i nostri villaggi, li hanno incendiati, hanno organizzato campi di sterminio nei quali morirono donne e bambini. Siamo stati noi a invadere l’Italia, siamo stati noi a istituire campi in Italia, siamo stati noi a uccidere in Italia donne e bambini?”[3]

Mesic ha messo le autorità italiane di fronte alla Storia e ha detto che la Croazia potrebbe chiedere scusa all'Italia per le foibe, ma soltanto dopo che l'Italia chiederà scusa alla Croazia per i crimini del fascismo italiano sul territorio croato.
Probabilmente il presidente croato era preoccupato dall'idea che l'Italia potesse mettere in discussione il trattato di pace del 1947 o revisionare gli accordi di Osimo, come ha espresso nel suo discorso. Anche per questi timori ha interpretato il discorso di Napolitano, che non ha pensato minimamente di scusarsi per i crimini commessi dagli italiani, come revisionista e revanscista.

Quella delle foibe è stata senza dubbio una "pulizia etnica", proprio come i massacri fascisti in Jugoslavia. In entrambi i casi si tratta, per dirla con le parole di Napolitano, di un "moto di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico".[4]
Il deputato croato Tonci Tadic ha dichiarato: "Tenendo conto di tutto ciò che hanno fatto in Croazia e in altri paesi, gli italiani sono gli ultimi che possono dare lezioni su genocidi e pulizie etniche".[5]

Forse i nostri crimini sono conosciuti più all'estero che non in patria. Pochi italiani sanno che i nostri generali hanno attuato un genocidio in Libia, uccidendo oltre 100.000 persone, che avevano l'unica colpa di voler continuare a vivere sulle loro terre del fertile Gebel. In Somalia e in Etiopia le nostre autorità hanno ucciso oltre 250.000 persone, utilizzando anche i gas tossici e i lager.
Certamente i crimini degli altri non giustificano i propri, e il dittatore Tito approfittò dell'odio seminato dai fascisti per fare la sua pulizia etnica, agendo allo stesso modo dei fascisti.

I crimini organizzati da Tito non possono essere giustificati attraverso i crimini commessi dai fascisti italiani. Dopo tanti anni, se le autorità dei due paesi avessero elaborato i fatti criminali del passato, si rivolgerebbero l'un l'altro con messaggi di cordoglio, senza cercare di minimizzare i propri crimini e di mettere in evidenza quelli dell'altro paese.
Il portavoce croato Ratko Macek ha cercato di stemperare la reazione italiana spiegando il suo paese è disposto anche a dare agli eredi degli esuli italiani i risarcimenti dovuti dalla "parte del debito che la Croazia ha ereditato dopo la secessione dalla ex Jugoslavia". Macek consiglia anche di istituire una "Commissione storica bilaterale italo-croata sui crimini", per far luce "sui crimini commessi prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale" nei territori della ex Jugoslavia.

Ci si augura che dopo molti anni le autorità italiane siano disponibili a far luce e ad ammettere i crimini. Dopo la guerra non furono affatto disponibili in tal senso. Infatti, pur avendo firmato un trattato di pace che prevedeva (nell'art. 38 della bozza presentata il 18.7.1946 e nell'art. 45 della versione definitiva firmata il 10.2.1947) che l'Italia arrestasse ed estradasse tutti coloro che avevano compiuto crimini di guerra e contro l'umanità, ciò non accadde in nessun caso. La Jugoslavia e L'Etiopia cercarono in tutti i modi di far luce sui crimini e di processare i colpevoli, ma vennero ostacolati dalle nostre autorità, che erano sostenute dagli anglo-americani. Persone colpevoli di stragi di civili, come Rodolfo Graziani, Pietro Badoglio e Alessandro Pirzio Biroli, non pagarono per i loro delitti, pur essendo stati riconosciuti colpevoli di crimini di guerra dalla Commissione delle Nazioni Unite.

Pirzio Biroli, durante la Seconda guerra mondiale, fece diventare i territori jugoslavi occupati dall’Italia un teatro di orrendi crimini. Nei campi di concentramento vennero imprigionati 110.000 civili, costretti a vivere in condizioni disumane. Nei campi sull'isola di Rab vennero internati molti contadini, operai, artigiani e boscaioli. Fra il luglio 1942 e l'aprile 1943 morirono oltre 4.000 persone, su 16.000 internati. Nel documentario Fascist Legacy, il regista Ken Kirby ci mostra le immagini di corpi scheletrici e morti ammassati, che siamo abituati a vedere riferite ai lager nazisti. Ma si tratta di lager italiani. Nelle zone jugoslave poste sotto occupazione italiana si ebbero numerose deportazioni di civili, distruzione di villaggi e feroci rappresaglie. Pirzio Biroli diceva ai suoi soldati di seguire l'esempio dei nazisti. Egli, nel gennaio del 1942, stabilì che per ogni ufficiale italiano ucciso o ferito dalla resistenza sarebbero stati giustiziati 50 civili montenegrini.

Le foibe vennero utilizzate per occultare cadaveri, durante e alla fine della Seconda guerra mondiale. Durante la guerra venivano gettati i cadaveri dei morti nei combattimenti o sotto i bombardamenti.
Poco dopo l'armistizio, in Istria e Dalmazia vennero uccisi centinaia di italiani, i cui cadaveri furono gettati nelle foibe. Fra il 1° maggio e il 12 giugno del 1945 si ebbe un'altra strage di italiani a Trieste e a Gorizia. I morti furono migliaia, e alcune persone vennero gettate nelle foibe ancora vive. I massacri ebbero almeno due motivi: terrorizzare la popolazione ed eliminare gli oppositori al regime di Tito. Il numero preciso delle vittime è ad oggi controverso. Alcuni storici indicano circa 5000 persone, altri almeno 10.000. Per molti anni le stesse autorità italiane insabbiarono la verità su questi massacri. In nessun libro scolastico si parlava delle foibe. Le autorità dell'Italia repubblicana non hanno voluto far luce sui massacri, nonostante i cittadini italiani continuassero ad essere perseguitati fino al 1947. Tito dette al suo ministro degli esteri Edvard Kardelj istruzioni per reprimere duramente tutti coloro (italiani, croati e sloveni) che si fossero opposti all'annessione dei territori alla Jugoslavia. Si ebbero numerosi arresti, deportazioni, torture e fucilazioni.

I presidenti della Repubblica Luigi Einaudi e Giovanni Gronchi presero atto dei massacri. In un documento firmato da entrambi si legge: "(…) nuovamente sottoposta a durissima occupazione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria".[6]

Non soltanto le autorità italiane non fecero nulla per proteggere i cittadini giuliani, ma addirittura anche i profughi furono trattati con crudeltà. Il Pci faceva propaganda positiva del "comunismo" di Tito, come fosse vero comunismo. I profughi giuliani suscitarono un comportamento di condanna da parte del Pci, che li indicava come "fascisti" perché erano fuggiti dalla furia titina. L'Unità scriveva: "Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi".[7]

A Venezia e ad Ancona, gli esuli vennero insultati e fischiati. Un esponente della Camera del lavoro di Genova, nel 1948, in un discorso disse: "in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani".
Si preferiva criminalizzare le vittime pur di non vedere la brutalità dei regimi che si definivano "comunisti".
Secondo lo storico Giorgio Spini, le autorità italiane preferivano ignorare i crimini contro i cittadini giuliani e triestini per non "consegnare come criminali di guerra gli italiani che lì si erano macchiati di orrendi delitti".[8]
Molti storici italiani hanno elaborato un documento per sostenere la verità su quei fatti:

Sarebbe tanto semplicistico quanto unilaterale far ricadere la responsabilità delle foibe, soltanto sui partigiani dell'esercito di liberazione jugoslavo… Non si può dimenticare, infatti, che la responsabilità della trasformazione di frizioni e conflitti interetnici, consueti e scontati in zone di confine, in contrapposizioni politiche irriducibili e risolvibili solo con la violenza, ricade prima di tutto sul regime monarchico-fascista che resse l'Italia dal 1922 in poi… Delle foibe e delle espulsioni di massa deve essere considerato almeno corresponsabile il fascismo mussoliniano, con la sua politica imperiale ed aggressiva… Iniziative come quella di Trieste[9] sono incompatibili con la verità storica e con i valori fondamentali della Costituzione e suonano come un'offesa alla memoria di quanti hanno pagato con la vita la costruzione della democrazia in questo paese e nel resto d'Europa… Faremo di tutto per impedire che delle mistificazioni diventino il fondamento della nuova memoria collettiva degli italiani.[10]

Il documento venne firmato da 75 storici italiani, fra questi, Cesare Bermani, Aldo Agosti, Francesco Barbagallo, Luciano Canfora, Enzo Collotti, Luigi Cortesi, Salvatore Lupo, Domenico Losurdo, Gianni Oliva e Claudio Pavone.
Lo storico Marco Pirica, come Presidente del Centro studi Silentes Loquimur, preparò un archivio di schede personali di oltre quattromila italiani scomparsi e diversi documenti sui presunti responsabili. Da questi documenti emergeva che Ivan Motika e 300 "guardie del popolo" (di cui si indicavano i nomi) erano stati gli esecutori materiali della pulizia etnica. Le autorità slovene e croate reagirono male all'apertura dell'inchiesta. Il ministro sloveno Zoran Thaler e l'ex ministro degli Esteri croato, Zvonimir Separovic, per bloccare le indagini, sostennero che in seguito all'apertura dell'inchiesta si sarebbe potuto portare alla luce anche il genocidio perpetrato dai fascisti italiani in terra jugoslava.

Nel gennaio del 1997, la Provincia di Trieste si costituì parte civile e furono fatte ricerche di fosse comuni nelle valli del Natisone. Furono trovate fosse comuni con le vittime della strage di Porzus, luogo in cui agiva la divisione partigiana Garibaldi-Natisone agli ordini del IX Corpus di Tito. Alla fine degli anni Novanta, i tentativi di mettere sotto processo i colpevoli fallirono. Il 15 marzo 2000, il Gip di Roma, Roberto Reali, rinviò a giudizio con l'accusa di omicidio plurimo, il croato Oskar Piskulic, l'unico in vita dei tre imputati della procura di Roma. Nell'ottobre del 2001, Piskulic venne riconosciuto colpevole, ma la sentenza definitiva della Corte di Cassazione sostenne che l'Italia non aveva titolo per poter giudicare un cittadino croato.

Anche un'altra inchiesta, che vedeva imputato l'ultraottantenne sloveno Franc Pregelj, si concluse senza alcuna condanna. Ancora una volta la Corte di Cassazione stabiliva che l'Italia non aveva alcun potere giurisdizionale su cittadini non più italiani. Tuttavia, ciò non impedì agli ex imputati di percepire la pensione Inps e gli arretrati.
Negli ultimi anni si è imposta l'usanza di celebrare "giorni della memoria". Il 10 febbraio è diventato il "Giorno del ricordo", per le vittime delle foibe. Si presuppone che ciò abbia il significato principale di ripudiare tutti i massacri e i genocidi, che sono tantissimi. Se vogliamo considerare soltanto quelli dell'ultimo secolo trascorso dobbiamo ricordare lo sterminio dei curdi, degli zingari, degli ebrei, dei nativi americani e australiani (iniziato secoli prima), di alcune tribù africane (come i pigmei, gli Anuak e i Fur), del popolo palestinese ecc. Poi ci sono i genocidi ancora in corso di attuazione, ad esempio quello del popolo afghano e iracheno. I giorni della memoria dovrebbero forse avere lo scopo principale di farci capire cosa sta accadendo oggi, poiché i genocidi futuri potrebbero essere impediti.

Come ha detto Napolitano: "Non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica". E questo deve valere anche per i genocidi di oggi. Non c'è alcun motivo che possa giustificare i crimini.
I massacri e le guerre sono organizzati per occupare territori e per imporre il dominio sui popoli. Le dittature del sistema sovietico, com'è ormai evidente, non sono da considerare "comunismo", ma soltanto feroci e sanguinarie dittature, allo stesso modo di come è stato feroce e sanguinario il nazi-fascismo. Ormai siamo giunti al punto in cui è necessario ripudiare tutte le dittature, e condannare tutti i massacri e i genocidi, di ogni tempo e luogo.

Antonella Randazzo ha pubblicato Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell'era dell'egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature: La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).

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