21 settembre 2008

Tibet and China, Marxism, Nonviolence

Intervista col Dalai Lama (nell'intervista indicato con "R" di risposta)

D: Una considerevole porzione del territorio tibetano è stato redistribuito alle provincie cinesi vicine. Quali pensa dovrebbero essere i confini del futuro Tibet autonomo?
R: Nel diciassettesimo secolo i confini tra Tibet e Cina erano definiti in modo molto chiaro. Il governo cinese ha tentato di usare tutti gli argomenti storici facendo riferimento al tredicesimo secolo e al diciassettesimo...Resta il fatto che io ho accettato la prima delle condizioni poste da Deng Xiaoping. Sento di aver diritto di discutere il resto delle questioni. Io ho detto loro visto che il governo cinese stesso riconosce l'esistenza di ogni tipo di regioni, distretti, zone e anche nazioni che il governo cinese chiama zone etniche tibetane, perchè allora non raggrupparle assieme in una singola entità? Ciò renderebbe più semplice e più facile preservare e proteggere l'identità e le culture tibetane. Già nell'ottavo secolo durante il regno del re Trisong Detsen e del Re Tri Ralpachen, il confine tra Cina e Tibet era stato chiaramente demarcato da parte cinese con la provincia di Yunnan e per quanto riguarda il Tibet, a nord, nella provincia di Amdo. Ci sono antiche incisioni che indicano i confini tra Tibet e Cina e tutto ciò non è qualcosa che ci siamo inventati, ma una realtà storica.
Tutti i regimi autoritari in generale, e i regimi comunisti in particolare, hanno la sventurata tendenza a distorcere e riscrivere la storia. Ho visto tutto ciò in Cina tra il 1954 e il 1955. io passai circa sei mesi dove si visitai la Manciuria, quella che loro chiamano Tumbe, e anche le regioni di Hreang e Heilongjang. Lì io vidi un museo dedicato alle atrocità giapponesi, dove si spiegava i giapponesi si erano arresi solo quando i sovietici avevano distrutto la divisione dell'esercito giapponese della Manciuria, l'esercito di Quangtuong. Io ero a Lhasa a quel tempo, e ho saputo cosa era veramente successo: i giapponesi si erano arresi solo dopo lo sgancio delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, e che la Russia aveva dichiarato guerra al Giappone dopo che le bombe erano state sganciate. Questo è un chiaro esempio di distorsione della storia.
D: Lei ha spesso dichiarato che si vorrebbe realizzare una sintesi tra il buddismo e il marxismo. Che cosa l'attrae del marxismo?

A: Tra tutte le moderne teorie economiche, il sistema economico del marxismo è fondata su principi morali, mentre il capitalismo è interessato solo ai profitti e redditività. Il marxismo è interessato alla distribuzione della ricchezza su basi di eguaglianza e di un equo utilizzo dei mezzi di produzione. Esso si preoccupa con la sorte delle classi lavoratrici - cioè, della maggioranza -, come pure della sorte di coloro che sono bisognosi e oppressi, si preoccupa delle vittime di uno sfruttamento imposto dalla minoranza. Per queste ragioni questo sistema mi attrae, e mi sembra giusto. Ho appena letto un articolo di giornale in cui anche Sua Santità il Papa ha sottolineato alcuni aspetti positivi del marxismo.
Per quanto riguarda il fallimento dei regimi marxisti, prima di tutto non ritengo che l'ex URSS, la Cina, o addirittura il Vietnam, siano stati veri per i regimi marxisti, in quanto sono stati di gran lunga più interessati ai loro ottusi interessi nazionali piuttosto che all'Internazionale Operaia, e questo è il motivo per cui ci sono stati conflitti, per esempio, tra la Cina e l'URSS, o tra la Cina e il Vietnam. Se questi tre regimi fossero stati basati sui principi marxisti, tali conflitti non ci sarebbero mai stati.
Penso che il problema principale dei regimi marxisti è quello di aver posto troppo l'accento sulla necessità di distruggere la classe dirigente, sulla lotta di classe, e questo li ha indotti a promuovere l'odio e a trascurare la compassione. Anche se il loro obiettivo iniziale potrebbe essere stato quello di servire la causa della maggioranza, quando si è cercato di attuarlo, tutte le loro energie si sono tramutate in attività distruttive. Una volta che la rivoluzione è finita e la classe dirigente è stata distrutta, non è rimasto molto da offrire alla gente, a questo punto, l'intero paese si è impoverito e, purtroppo, si ha la sensazione che quasi l'obiettivo primario fosse quello di diventare poveri. Credo che questo sia dovuto alla mancanza di solidarietà umana e di compassione. Il principale svantaggio di questo sistema è l'insistenza sull'odio a discapito di compassione.
Il fallimento del regime in Unione Sovietica è stato, per me, non il fallimento del marxismo, ma il fallimento del totalitarismo. Per questo motivo ho ragione di considerarmi ancora metà-marxista e metà-buddista.
D: Lei ha chiesto il reimpatrio dei cinesi che ora sono in Tibet. Ci potrebbe essere posto per la popolazione cinese in un Tibet democratico e libero?
R: Penso che dobbiamo distinguere tra i diversi gruppi di cinesi che vivono in Tibet. Da una parte ci sono coloro che vivevano in Tibet già nel 1949, poi ci sono quelli che sono stati mandati qui per rispetto dei piani ufficiali; e in fine,ci sono coloro che sono venuti qui dopo l'inizio della cosiddetta «politica economica liberale»,e che sono venuti qui di loro iniziativa, come individui. Poi dobbiamo anche distinguere tra cinesi che parlano tibetano e rispettano la cultura tibetana (e per i quali la cultura buddista non è qualcosa di estraneo) e invece tutti coloro che vengono in Tibet solo per arricchirsi materialmente e non spiritualmente. Coloro i quali rispettano i tibetani spiritualmente possono provare da se stessi che la loro permanenza sarebbe qualcosa di positivo. Se non saranno in troppi io non vedo ragione perchè essi non possano rimanere in Tibet. Ma per coloro i quali pensano che i tibetani sia arretrati e barbari , che siano sporchi e puzzino (anceh da noi c'è chi pensa che i cinesi puzzino perchè mangiano troppo aglio), sarebbe meglio che tornino a casa. Perchè dovrebbero restare in un posto che essi considerano sporco?
D: Sua Santità, nella sua lotta per liberare il Tibet, rifiuta assolutamente l'uso della violenza, o semplicemente pensa che questo sia il miglior strumento per raggiungere il suo scopo?
R: Sì, io rifiuto assolutamente la violenza. Per molti anni mi è stato chiesto in molte occasioni cosa avrei fatto se la disperazione di certi tibetani li avrebbe condotti alla violenza. Io ho sempre replicato che se fosse successo mi sarei tirato indietro. Avevo molte ragioni per dire ciò, non era fiducia cieca. Prima di tutto penso che la natura degli uomini sia gentile e compassionavole. È quindi nostro interesse incoraggiare quella natura che è all'interno di noi, lasciare spazio perchè si sviluppi. Se al contrario usiamo la violenza, è se come volontariamente ostacolassimo il lato positivo della natura umana e impedissimo la sua evoluzione.
La prima guerra mondiale finì con la sconfitta della Germania, e ciò produsse un trauma tra i tedeschi. E ciò favorì la crescita dei germi che avrebbero aperto la strada alla seconda guerra mondiale. Una volta che la violenza si fa strada, le emozioni non possono essere più controllate. Questo è pericoloso e conduce a tragedie. Ciò è esattamente ciò che è successo in Bosnia. I metodi violenti creano inevitabilmente nuovi problemi.
Nel nostro caso ciò che è più importante è che noi tibetani e nostri fratelli e sorelle cinesi siamo vicini e dobbiamo restare tali. La sola alternativa per il futuro è imparare a vivere in armonia con i nostri vicini. Dobbiamo cercare una soluzione tra tibetani e cinesi che offra mutui benefici. Grazie alla nostra attitudine non-violenta i cinesi sia all'interno della Cina che all'estero, hanno espresso simpatia e interesse per la nostra causa; alcuni hanno anche affermato di aver molto apprezzato la nostra attitudine alla non-violenza.

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