22 novembre 2010

Vietnam, Socialismo in Pericolo?


Di Alessio Fratticcioli * (scritto per L’Internazionale di Micropolis, 18/11/2010)
Ho Chi Minh City – Nel 2010 il Vietnam celebra quattro importanti anniversari: 1000 anni dalla fondazione della città di Hanoi, 120 anni dalla nascita di Ho Chi Minh, 65 dalla proclamazione dell’Indipendenza e 35 dalla fine della Guerra Americana. Per i popoli asiatici il simbolismo è importante e questi anniversari, così densi di significato, vanno celebrati nel miglior modo possibile. Stranamente, però, il Paese arriva a questo importante appuntamento apparentemente indeciso sulla propria natura ideologica e socio-politica. Continua a definirsi una “Repubblica Socialista” – ma questo conta poco, visto che anche Costituzioni come quelle di Portogallo ed India pontificano nella medesima direzione. La bandiera rossa con al centro la stella gialla continua anch’essa a sventolare un po’ ovunque. Il rosso sta sempre a simboleggiare il sangue dei patrioti morti per l’Indipendenza del Paese – oltre ad essere il colore del socialismo e il colore che in Oriente viene tradizionalmente associato alla vita, al successo e alla fortuna – e la stella gialla continua a voler rappresentare il Partito, avanguardia rivoluzionaria che ha guidato le masse fino alla vittoria. Ma a dispetto della propaganda massiccia e del fatto che materie come “storia del Partito Comunista Vietnamita (PCV)” e “filosofia marxista-leninista secondo Ho Chi Minh” continuino ad essere insegnamenti imprescindibili in ogni scuola o università, per i vietnamiti il comunismo non è più né un modello di società perfetta da costruire o raggiungere, né un’ideologia totalitaria o repressiva. Al contrario, tutta questa iconografia e il rispetto che va portato ai patrioti o ai membri del partito sono più che altro un’usanza tipicamente asiatica di onorare o divinizzare le grandi personalità, come anche un modo per ricordare che il Potere è ancora nelle mani dei vincitori del 1975. In questo senso, significativa è stata la parata svoltasi a Città Ho Chi Minh (la vecchia Saigon) lo scorso 30 aprile, per celebrare i 35 anni dalla “Grande Vittoria” e dalla “Riunificazione” del Paese.
La sfilata, minuziosamente organizzata e di scena in una città semideserta per il ponte festivo (la Liberazione cade il giorno precedente la Festa dei Lavoratori), più che per diffondere ideali rivoluzionari, sembrava studiata apposta per non urtare i sentimenti di buona parte dei saigoniti – che hanno sempre guardato alla “Liberazione” come ad una occupazione della loro città da parte dei nordisti – per cementare lo spirito nazionale e soprattutto per riconoscere, lodare e promuovere lo spirito capitalista di questa metropoli del Sud, che da sola produce il 20% del Pil di tutto il paese.
Con ogni probabilità è stata questa la ragione per cui l’uomo più in vista durante le celebrazioni è stato il Presidente della Repubblica Nguyen Minh Triet, 68 anni, uomo del Sud ed ex partigiano del Fronte di Liberazione Nazionale (o guerrigliero Vietcong, se preferite). Grande assente, il Segretario del PCV Nong Duc Manh, uomo del Nord e, secondo voci mai confermate, figlio di Ho Chi Minh (che ufficialmente non ha avuto ne mogli ne figli, essendosi sposato alla patria e riconoscendo come suoi figli tutti i vietnamiti). Triet, Presidente dal 2006, ha assistito alla manifestazione dalla tribuna d’onore sul viale Le Duan insieme ad altri leader del partito, tutti uomini del Sud, e alcuni delegati laotiani, cambogiani, cubani e russi. Questo grande boulevard, eredità degli urbanisti francesi, parte dal Palazzo della Riunificazione (Palazzo del governatore francese prima e del presidente del Vietnam del Sud poi), costeggia la cattedrale (anche quella francese) e arriva fino al giardino zoologico. Gruppi teatrali si sono alternati nella rappresentazione dei momenti salienti della “Guerra Americana” (descritta solamente come uno scontro tra Vietnam e Stati Uniti, più che come un conflitto fra Nord e Sud). Tanta anche la musica: una spruzzata di pop, canti rivoluzionari e l’immancabile Internazionale (storico inno socialista), che oramai viene rispolverata solo per gli anniversari. Per finire, circa 50mila giovani, contadini, studenti, donne, intellettuali e soldati hanno sfilato, con in braccio i loro strumenti (falci, bastoni, libri, fucili…) e le loro bandiere. Tutto intorno, una coreografia abbastanza modesta e asiaticamente kitch. Decine di migliaia di persone hanno sfidato il caldo per assistere allo show muniti di bandierine, pop corn, noccioline e gelati. Tante braccia si sono alzate per scattare fotografie con gli ultimi modelli di cellulari. In un breve discorso, Le Thanh Hai, numero uno del partito a Saigon, ha dichiarato: “Il tempo passerà, ma la nostra vittoria contro l’aggressione statunitense vivrà per sempre come una delle pagine più gloriose della nostra storia e di quella mondiale, simbolo luminoso del patriottismo e dell’eroismo rivoluzionario del nostro popolo”.
Quella di Le Thanh Hai è stata un’apologia del ruolo del partito comunista nel Vietnam di oggi, dove in sostanza il PCV continua a detenere il potere con la sola giustificazione delle grandi vittorie del passato. L’idea che il partito possa aver esaurito la sua funzione storica, che abbia raggiunto da tempo lo scopo per cui storicamente era nato, continua ad essere inammissibile. Difatti, nonostante l’impetuosa crescita economica, continuano a restare irrisolte tutte quelle questioni legate ai temi della libertà, della democrazia e dei diritti umani. Il Paese rimane governato da un partito unico che non tollera alcuna opposizione al suo ruolo e che condanna regolarmente i dissidenti.
Almeno ufficialmente, il PCV considera di primaria importanza mantenere la stabilità politica, ma il pericolo in realtà è che la crescente integrazione internazionale del Vietnam renda le misure repressive della libertà di espressione progressivamente obsolete ed anacronistiche. Non a caso, due dei più celebri dissidenti politici vietnamiti, l’avvocato Le Cong Dinh e il giovane Nguyen Tien Trung, hanno entrambi avuto l’opportunità di studiare all’estero. Quando nel gennaio scorso sono stati condannati insieme ad altri dissidenti a pene dai 5 ai 16 anni di reclusione, per aver utilizzato Internet per criticare il partito, Dinh ha ammesso di aver violato la legge (la Costituzione riserva il ruolo di guida dello stato e della società al Partito Comunista), ma ha chiesto e ottenuto una pena relativamente leggera perché “influenzato da idee occidentali”. L’ironia è che anche Ho Chi Minh fu “influenzato da idee occidentali” durante i suoi 30 anni di peregrinazioni in giro per il mondo. Il marxismo stesso è una “idea occidentale”. Inoltre, in un Paese che si sta velocemente integrando, economicamente e culturalmente, nella comunità internazionale, e dove sempre più giovani navigano in Rete, studiano l’inglese, hanno contatti con stranieri e hanno l’opportunità di andare all’estero, è prevedibile che un numero sempre maggiore di cittadini saranno “influenzati da idee occidentali”, mettendo a rischio “il Socialismo”.
Ma ancora più paradossale è il fatto che il Socialismo in Vietnam, più che essere in pericolo, in realtà non è mai esistito. La Repubblica Democratica nacque nel Nord del Paese nel Settembre del ’45, ma rimase in guerra contro i francesi fino al 1954. Dopo la vittoria di Dien Bien Phu, il Governo che aveva davvero intenzione di iniziare a costruire il Socialismo, avviò la creazione di fabbriche, scuole ed ospedali, ma presto tutto venne raso al suolo dai B52 di Nixon. Dopo il 1975, a drenare la maggior parte delle risorse ci fu l’occupazione della Cambogia e l’invasione cinese del ‘79. A tutto questo vanno poi sommati anche gli errori del PCV. Quello fondamentale fu la decisione irrealistica e impaziente, presa dopo il ’75, di emulare il socialismo sovietico puntando sull’industria pesante, in una fase in cui l’economia mondiale aveva virato in tutt’altra direzione. Nel Quinto congresso del PCV nel 1982 ci fu un altro passo falso: la supervisione centrale venne eliminata e si lasciò che le province gestissero autonomamente le proprie risorse. Inutile ricordare che i ‘quadri’ di provincia, in gran parte ex contadini e guerriglieri, avevano ancora meno nozioni di economia degli ex generali del Politburo. Le conseguenze furono drammatiche, l’inflazione prese a salire in modo impressionante e la corruzione divenne rampante. Per questo nel 1986 si decise di ricorrere ad una soluzione western style – la Doi Moi - con la quale, dando la priorità all’agricoltura, all’industria leggera, allo sviluppo dei mercati di esportazione e all’apertura del paese al capitale straniero, si e’ sostanzialmente iniziata l’opera di abbattimento di ogni caratterizzazione stalinista dell’economia di questo paese. Il vero paradosso però risale al 1991, quandi il PCV ha dichiarato il Paese aperto agli investimenti stranieri: mentre in Europa il comunismo crollava in un paese dopo l’altro, sancendo la vittoria del modello capitalista, in Vietnam proprio i capitalisti occidentali, in tandem con giapponesi e sud coreani e con le donazioni internazionali, mantenevano il PCV saldamente al potere. Mentre in Europa Orientale i mezzi di produzione finivano in mano ai privati, in Vietnam, gli investimenti stranieri presero la via delle joint ventures con le aziende statali. La proporzione dell’economia controllata dallo stato crebbe dal 39% del ‘92 al 41% del 2003. Oggi, 125 delle 200 aziende più grandi del Paese sono controllate dallo Stato, il resto, quelle ‘private’, sono nelle mani di familiari, amici o prestanome di importanti membri del Politburo e del Partito. In parole povere, il PCV ha trasformato il capitalismo vietnamita in un affare di famiglia. Per dirla con Marx, il PCV è diventato un “comitato per gestire gli affari della borghesia”.
Chiaro, dunque, che se oggi c’è qualcosa in pericolo in Vietnam, non è tanto il Socialismo, ma il potere del partito ‘comunista’.
 *Alessio Fratticcioli, blogger e giornalista freelance, dal 2006 vive, studia e lavora in Asia. Collabora con i mensili Orizzonti Nuovi e Micropolis e con varie testate online. Lo puoi seguire sul blog Alessio in Asia e su Twitter

3 commenti:

jullien ha detto...

scusa Jean, non ho ben capito il senso di questo post. O, meglio, non ho capito il senso di pubblicarlo qui. Ho letto il post, e dato un po' un'occhiata al blog dell'autore..e mi pare un rappresentante (meno su alcuni campi, ma molto su altri) del pensiero mainstream. E' l'esempio lampante di come si possa viaggiare e fare esperienze in terre lontane senza mai mettere in discussione, nemmeno alla lontana, il proprio modo di pensare e di vedere la realta', e i propri pregiudizi, nemmeno per tentare di avvicinarsi a culture di paesi e popoli lontani, estremamente diversi dal nostro. La tiritera sulla democrazia, l'uso scontato e superficiale del termine "dittatura" non ne fa davvero un campione di apertura mentale e profondita' di pensiero.

Alessandro

Anonimo ha detto...

hai perfettamente ragione. ma è comunque un primo approccio all'universo Vietnam che in futuro vorrei approfondire. l'articolo comunque mi sembrava interessante e l'ho messo pubblicato. tutto qui.
se dovessi pubblicare articoli che condivido al 100% pubblicherei solo articoli miei. o forse neanche quelli.


Jean Lafitte

Alessio in Asia ha detto...

Scusate amici e compagni,
mi e' capitato di passare e leggere le vostre osservazioni...
dov'e' che a vostro parere ho utilizzato il termine "dittatura" in modo "scontato e superficiale"?

E cosa si intente per "tiritera della democrazia"?

Jullien/Alessandro, gradirei anche dei commenti in merito all'articolo, piuttosto che delle difficili analisi psicologiche sulla mia persona o delle accuse di mancanza di apertura mentale. Ce ne sono?